Il Romano Pontefice - PARROCCHIA DI SANT'ANGELA MERICI SANTA SEVERA DIOCESI SUBURBICARIA PORTO-SANTA RUFINA

  Parrocchia Sant'Angela Merici in Santa Severa
DIOCESI SUBURBICARIA DI PORTO-SANTA RUFINA
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Il Romano Pontefice

tratto dal CODICE di DIRITTO CANONICO

Articolo 1


IL ROMANO PONTEFICE

Can. 331 - Il Vescovo della Chiesa di Roma, in cui permane l'ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro, primo degli Apostoli, e che deve essere trasmesso ai suoi successori, è capo del Collegio dei Vescovi, Vicario di Cristo e Pastore qui in terra della Chiesa universale; egli perciò, in forza del suo ufficio, ha potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente.

Can. 332 - §1. Il Romano Pontefice ottiene la potestà piena e suprema sulla Chiesa con l'elezione legittima, da lui accettata, insieme con la consacrazione episcopale. Di conseguenza l'eletto al sommo pontificato che sia già insignito del carattere episcopale ottiene tale potestà dal momento dell'accettazione. Che se l'eletto fosse privo del carattere episcopale, sia immediatamente ordinato Vescovo.

§2. Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti.

Can. 333 - §1. Il Romano Pontefice, in forza del suo ufficio, ha potestà non solo sulla Chiesa universale,
ma ottiene anche il primato della potestà ordinaria su tutte le Chiese particolari e i loro raggruppamenti; con tale primato viene contemporaneamente rafforzata e garantita la potestà propria, ordinaria e immediata che i Vescovi hanno sulle Chiese particolari affidate alla loro cura.

§2. Il Romano Pontefice, nell'adempimento dell'ufficio di supremo Pastore della Chiesa, è sempre congiunto nella comunione con gli altri Vescovi e anzi con tutta la Chiesa; tuttavia egli ha il diritto di determinare, secondo le necessità della Chiesa, il modo, sia personale sia collegiale, di esercitare tale ufficio.

§3.  Contro la sentenza o il decreto del Romano Pontefice non si dà appello né ricorso.

Can. 334 - Nell'esercizio del suo ufficio il Romano Pontefice è assistito dai Vescovi, che possono cooperare con lui in diversi modi, uno dei quali è il sinodo dei Vescovi. Inoltre gli sono di aiuto i Padri Cardinali e altre persone, come pure diverse istituzioni, secondo le necessità dei tempi; tutte queste persone e istituzioni adempiono in suo nome e per sua autorità l'incarico loro affidato per il bene di tutte le Chiese, secondo le norme determinate dal diritto.

Can. 335 - Mentre la Sede romana è vacante o totalmente impedita, non si modifichi nulla nel governo della Chiesa universale; si osservino invece le leggi speciali emanate per tali circostanze.

Ioannes PP. XXIII
Angelo Giuseppe Roncalli

28.X.1958
-
3.VI.1963

Sua Santità Giovanni XXIII (28 ottobre 1958-3 giugno 1963) è stato il terzo di tredici figli di una famiglia di contadini. Angelo Giuseppe Roncalli è nato il 25 novembre 1881 a Sotto il Monte, in provincia di Bergamo. Dopo aver frequentato la scuola del villaggio e le due seminari a Bergamo, ha continuato a una borsa di studio per l'Istituto S. Apollinare, a Roma, nel 1901, la laurea come dottore in teologia nel 1904. Segretario di Mons. Radini-Tedeschi di Bergamo 1905-1914, ha anche insegnato nella storia della Chiesa presso il seminario diocesano. Arruolato nella prima guerra mondiale, ha servito prima come ordinato ospedale e poi come cappellano. Nel 1921 Benedetto XV lo ha promosso direttore nazionale della Congregazione per la Propagazione della Fede. Nel suo tempo libero, ha scritto monografie sulla storia diocesana e San Carlo Borromeo (1538-1584) e le sue ricerche nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, lo ha portato a contatto con Achille Ratti. Era Ratti che, come Pio XI , lo ha lanciato la carriera diplomatica, nominandolo Arcivescovo titolare di Areopolis e Visitatore Apostolico (dal 1931 Delegato Apostolico) in Bulgaria marzo 1925 e Delegato Apostolico in Turchia e Grecia nel 1934. Egli ha molto apprezzato la posizione di quest'ultimo, stabilire relazioni amichevoli con i membri del governo turco e leader delle Chiese ortodosse. Durante l'occupazione tedesca della Grecia (1941-4) ha lavorato per alleviare il dolore e prevenire la deportazione degli ebrei. Nominato Nunzio in Francia, il 22 dicembre del 1944, ha affrontato con tatto ma con fermezza il problema dei molti vescovi accusati di collaborazionismo con il regime di Vichy, ha negoziato con il governo per il finanziamento delle scuole della Chiesa e la nomina dei vescovi, e organizzato per prigionieri tedeschi di guerra che erano ordinandi per seguire i corsi di teologia a Chartres. Ha anche guardato con favore esperimenti con preti operai, e dal 1952 è stato osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO. Il 12 gennaio 1953 fu nominato cardinale, e il 15 gennaio Patriarca di Venezia, dove è stato notato per il suo zelo pastorale, informalità, e ferma resistenza alle manovre comuniste. Nel 1958 ha completato il quinto e ultimo volume dei suoi studi su San Carlo Borromeo. Al conclave del 25-28 ottobre 1958 fu eletto al dodicesimo scrutinio, e fu incoronato il 4 novembre, la festa del suo venerato Carlo Borromeo. Quasi settantasette anni, molti considerato la sua nomina come un custode. Si è rivelato, però, una svolta decisiva.
Alla sua Messa dell'Incoronazione, Giovanni XXIII annunciò il suo desiderio di essere sopra ogni cosa un buon pastore, e questo era il segno distintivo del suo pontificato. Al suo primo concistoro abolì la regola, risalente Sisto V, fissando il 70 come numero massimo di Cardinali, e dal 1962 si era aumentato il collegio a 87, il che rende più grande e più internazionale che mai. Il 25 gennaio 1959 ha proposto tre grandi progetti: un Sinodo diocesano per Roma, un concilio ecumenico, e la revisione del diritto canonico. Ha tenuto il Sinodo, il primo nella storia di Roma, in San Giovanni in Laterano from 24-31 Gennaio 1960 una ouverture al Consiglio, il suo scopo era quello di rinvigorire la vita della Chiesa nella stessa Roma. Il suo risultato eccezionale, tuttavia, è stato il Concilio Vaticano II , la chiamata di cui ha attribuito ad una improvvisa ispirazione dello Spirito Santo. Il suo obiettivo, ha spiegato in seguito, doveva essere una nuova Pentecoste, un mezzo di rigenerazione per la Chiesa, portando il suo insegnamento, la disciplina e l'organizzazione 'aggiornato' (il termine che ha usato era 'aggiornamento'), e l'apertura di una via verso la reunion dei fratelli separati d'Oriente e Occidente. Egli ha istituito commissioni preparatorie e segretariati il 5 giugno 1960 ed ha aperto il Consiglio stesso in San Pietro l'11 ottobre 1962. Osservatori ufficiali da diciotto chiese non romani erano presenti su invito, e nel suo discorso ha esortato i Padri di esporre la verità positivamente senza fare affidamento su anatemi. Anche se non ha partecipato alle deliberazioni se stesso, egli intervenne con decisione del 21 novembre 1962 al governare che lo schema conservatori sulla rivelazione, che era stata respinta da più della metà, ma non la necessaria due terzi dei Padri, devono essere riformulate con un misto commissione. L'8 dicembre 1962 si chiude la prima sessione, aggiornando il Consiglio per nove mesi. Colpito da malattia, non ha, comunque, visse abbastanza per vedere la sua ripresa.
Giovanni XXIII mettere in moto la sua revisione prevista del diritto canonico con la creazione di una commissione pontificia per affrontare la questione (28 Marzo 1962), aveva in precedenza (22 FEBBRAIO 1959), ha istituito una nuova commissione pontificia per il cinema, la radio e la televisione. La sua preoccupazione per la liturgia è stato mostrato nella sua approvazione delle nuove rubriche per il breviario e il messale (25 luglio 1960), il suo inserimento del nome di San Giuseppe nel Canone della Messa (13 novembre 1962), e il suo permesso per l'uso della lingua volgare da alcune Chiese uniate. Le sue Encicliche e gli altri pronunciamenti erano più pastorale che dogmatico nel carattere. Le sue principali encicliche erano Ad Petri Cathedram (29 giugno 1959), in cui ha dichiarato che la verità, l'unità e la pace dovrebbe essere promossa in spirito di amore, e ha salutato i non cattolici come 'fratelli e figli separati'; Mater et Magistra ( 15 Maggio, 1961), che ha rafforzato e portato fino ad oggi la dottrina sociale di Leone XIII e Pio XI e ha invitato le nazioni più ricche per aiutare quelle più povere, e Pacem in terris (11 aprile 1963), il quale, rivolto a tutta l'umanità, stabilito il riconoscimento dei diritti umani e dei doveri come fondamento della pace nel mondo, e, distinguendo tra l'ideologia marxista e le aspirazioni dei regimi comunisti, pressato per una convivenza pacifica tra l'Occidente e l'Oriente comunista. Quest'ultima ha creato una diffusa impressione, non ultimo nel blocco sovietico, e ha portato a son-in-law del suo ricevimento Nikita Krusciov, nella primavera del 1963. Ha anche segnato un passo importante nel l'inaugurazione da parte del Vaticano di una politica orientale più aperta. Durante la crisi dei missili di Cuba del 1962, Giovanni XXIII ha esortato pubblicamente sia gli USA che l'URSS di esercitare cautela, guadagnandosi la stima di N. Krusciov, così come John F. Kennedy. Il prossimo anno la Fondazione Internazionale Balzan gli ha assegnato il suo Premio per la Pace.

LETTERE ENCICLICHE  PP GIOVANNI XXIII

LETTERA ENCICLICA
AETERNA DEI SAPIENTIA
DEL SOMMO PONTEFICE
GIOVANNI PP. XXIII
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE SONO IN PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA,
NEL XV CENTENARIO DELLA MORTE
DI SAN LEONE I MAGNO (1)



L'eterna sapienza di Dio che «si estende, con potenza, da un capo all'altro del mondo, e con bontà governa l'universo intero» (Sap 8,1), sembra avere impresso con singolare splendore la sua immagine nello spirito di san Leone I, sommo pontefice. Questi, infatti, «grandissimo tra i grandi»,(2) come giustamente lo chiamò il Nostro predecessore Pio XII, di ven. mem., appare dotato in misura straordinaria di intrepida fortezza e di paterna bontà.

Per questo motivo Noi, chiamati dalla divina Provvidenza a sedere sulla cattedra di Pietro, che san Leone Magno tanto illustrò con la saggezza di governo, con la ricchezza di dottrina, con la sua magnanimità e con la sua inesauribile carità, sentiamo il dovere, venerabili fratelli, nella ricorrenza del XV centenario del suo beato transito, di rievocarne le virtù e i meriti immortali, certi, come siamo, che ciò contribuirà notevolmente al comune vantaggio delle anime e all'esaltazione della religione cattolica. La grandezza, infatti, di questo pontefice non va legata principalmente al gesto di intrepido coraggio, con il quale egli, inerme, rivestito solo della maestà di sommo sacerdote, affrontò nel 452 il feroce Attila, re degli unni, sulle sponde del Mincio, e lo persuase a ritirarsi oltre il Danubio. Questo fu indubbiamente un gesto nobilissimo, quanto mai degno della missione pacificatrice del pontificato romano; ma in realtà non rappresenta che un episodio e un indizio di una vita spesa tutta intera per il bene religioso e sociale non soltanto di Roma e dell'Italia, ma della chiesa universale.

I. San Leon Magno, pontefice, pastore e dottore della Chiesa universale

Alla vita e all'operosità di san Leone ben si possono applicare le parole della sacra Scrittura: «La via dei giusti è come la luce dell'alba, che va crescendo fino a giorno perfetto» (Pro 4,18), solo che si considerino i tre aspetti distintivi e caratteristici della sua personalità: il fedele servitore della sede apostolica, il vicario di Cristo in terra, il dottore della chiesa universale.

I. 1. Servitore fedele della sede apostolica

«Leone, toscano di nascita, figlio di Quinziano», come ci informa il Liber Pontificalis,(3) nacque verso la fine del secolo IV. Ma essendo egli vissuto a Roma fin dalla prima giovinezza, giustamente poté chiamare Roma sua patria,(4) dove ancor giovane fu ascritto al clero romano, giungendo fino al grado di diacono. Nel periodo che va dal 430 al 439 esercitò un influsso considerevole negli affari ecclesiastici, prestando i suoi servigi al pontefice Sisto III. Ebbe rapporti di amicizia con san Prospero di Aquitania e con Cassiano, fondatore della celebre Abbazia di S. Vittore in Marsiglia; da questi, che aveva esortato a scrivere l'opera De incarnatione Domini(5) contro i nestoriani, Leone ricevette l'elogio veramente singolare per un semplice diacono: «Onore della chiesa e del sacro ministero».(6) Mentre egli si trovava in Gallia, inviatovi dal papa dietro suggerimento della corte di Ravenna, al fine di comporre il conflitto tra il patrizio Ezio e il prefetto Albino, venne a morte Sisto III. Fu allora che la chiesa di Roma pensò non potersi affidare il potere di vicario di Cristo ad uomo migliore che al diacono Leone, rivelatosi altrettanto sicuro teologo, che fine diplomatico. Ricevette pertanto la consacrazione episcopale il 29 settembre del 440, e il suo pontificato fu uno dei più lunghi dell'antichità cristiana e indubbiamente uno dei più gloriosi. Egli morì nel novembre del 461, e fu sepolto nel portico della Basilica di San Pietro. Il papa san Sergio I fece trasferire nell'anno 688 le spoglie del santo pontefice «nella rocca di Pietro»; dopo la costruzione della nuova basilica, esse furono collocate sotto l'altare che è a lui dedicato.

E ora, volendo semplicemente indicare il carattere saliente della sua vita, non possiamo fare a meno di proclamare che ben raramente il trionfo della chiesa di Cristo sui suoi spirituali nemici è stato tanto glorioso quanto durante il pontificato di san Leone Magno. Questi in verità, nel corso del secolo V, brilla nel cielo della cristianità come un astro splendente. Né tale affermazione può essere in alcun modo smentita, specialmente se si considera il campo dottrinale della fede cattolica; in esso, infatti, il suo nome va senz'altro congiunto con quello di sant'Agostino di Ippona e di san Cirillo di Alessandria. Effettivamente, se sant'Agostino, come tutti sanno, rivendicò, contro l'eresia pelagiana, l'assoluta necessità della grazia per vivere onestamente e conseguire la salvezza eterna, se san Cirillo Alessandrino, contro le errate affermazioni di Nestorio, difese la divinità di Gesù Cristo e la divina maternità di Maria Vergine, san Leone da parte sua, erede della dottrina dei due insigni luminari della chiesa di occidente e di oriente, domina su tutti i suoi contemporanei nella chiara affermazione di queste fondamentali verità della fede cattolica. E come sant'Agostino è acclamato nella chiesa quale dottore della grazia, e san Cirillo quale dottore dell'incarnazione, così san Leone è celebrato su tutti come il dottore dell'unità della chiesa.

I. 2 Pastore della Chiesa universale

Basta, infatti, dare un rapido sguardo alla prodigiosa attività di pastore e di scrittore svolta da san Leone nel lungo periodo del suo pontificato, per trarne la convinzione che egli fu l'assertore e il difensore dell'unità della chiesa sia nel campo dottrinale sia in quello disciplinare. Se poi si passa al campo liturgico, è facile avvertire che il piissimo pontefice promosse l'unità del culto, componendo o almeno ispirando alcune delle più elevate preghiere, che sono contenute nel cosiddetto Sacramentario Leoniano.(7)

Egli ancora intervenne con prontezza e autorità nella controversia sull'unità o duplicità di natura in Gesù Cristo, ottenendo il trionfo della vera dottrina relativa all'incarnazione del Verbo di Dio: fatto, questo, che immortalò il suo nome nel ricordo dei posteri. Va ricordata a tale riguardo la famosa Lettera a Flaviano, vescovo di Costantinopoli, nella quale san Leone, con mirabile chiarezza e proprietà, espone la dottrina sul mistero dell'incarnazione del Figlio di Dio, in conformità con l'insegnamento dei profeti, dell'evangelo, degli scritti apostolici e del «Simbolo della fede».(8) Dalla quale lettera sembra opportuno rilevare le seguenti espressioni veramente scultoree: «Rimanendo dunque integre le proprietà dell'una e dell'altra natura, confluenti nell'unica persona, fu assunta dalla maestà divina la pochezza umana, dalla potenza la debolezza, dall'eternità la mortalità; e allo scopo di soddisfare al debito della nostra condizione la natura inviolabile si unì a una natura passibile, in maniera tale che come appunto conveniva alla nostra salvezza, l'unico e insostituibile mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo uomo, potesse, sì, morire secondo una natura, ma non secondo l'altra. Pertanto, il Verbo, pur assumendo la natura integra e perfetta di vero uomo, nacque vero Dio, completo nelle sue divine proprietà, completo altresì nelle nostre».(9)

Né si limitò a questo. Alla lettera a Flaviano, infatti, nella quale aveva più diffusamente esposto «quanto la chiesa cattolica universalmente credeva e insegnava intorno al mistero dell'incarnazione del Signore»,(10) san Leone fece seguire la condanna del concilio di Efeso del 449. In esso, ricorrendo alla illegalità e alla violenza, si era cercato di far trionfare la errata dottrina di Eutiche, il quale, «molto sconsiderato e troppo ignorante»,(11) si ostinava a non voler riconoscere che una sola natura, cioè la divina, in Gesù Cristo. A buon diritto il papa denominò tale concilio «latrocinio»,(12) poiché, contravvenendo alle chiare disposizioni della sede apostolica, si era osato con ogni mezzo di «intaccare la fede cattolica»(13) e di «rafforzare un'esecrabile eresia».(14)

Il nome di san Leone è legato soprattutto al celebre concilio di Calcedonia del 451, la cui convocazione, per quanto sollecitata dall'imperatore Marciano, fu accettata dal pontefice soltanto alla condizione che esso fosse presieduto dai suoi inviati.(15) Questo concilio, venerabili fratelli, costituisce una delle pagine più gloriose nella storia della chiesa cattolica. Ma Noi non riteniamo necessario farne qui rievocazione particolareggiata; giacché a questa grandiosa assise, nel corso della quale trionfarono con uguale splendore la vera fede nelle due nature del Verbo incarnato e il primato di magistero del romano pontefice, il nostro predecessore Pio XII ha dedicato una delle sue più celebrate encicliche, nel XV centenario del memorabile avvenimento.(16)

Non meno evidente apparve la sollecitudine di san Leone per l'unità e la pace della chiesa, allorché egli indugiò a dare la sua approvazione agli atti del concilio. Questo indugio in realtà non va ascritto né a negligenza né ad una qualche ragione di carattere dottrinale, ma - come poi dichiarò egli stesso - con ciò egli intese opporsi al canone 28, nel quale i padri conciliari, nonostante la protesta dei legati pontifici e nell'evidente desiderio di procurarsi la benevolenza dell'imperatore di Bisanzio, avevano riconosciuto alla sede di Costantinopoli il primato su tutte le chiese d'oriente. Questa disposizione appariva a san Leone un aperto affronto ai privilegi di altre chiese più antiche e più illustri, riconosciuti anche dai padri del concilio di Nicea; e inoltre costituiva un pregiudizio per il prestigio della stessa sede apostolica. Questo pericolo, più che nelle parole del canone 28, era stato acutamente intravisto da san Leone nello spirito che lo aveva dettato, come risulta chiaramente da due lettere, una delle quali fu a lui diretta dai vescovi del concilio,(17) e l'altra da lui diretta all'imperatore. In quest'ultima, respingendo le argomentazioni dei padri conciliari, così ammonisce: «Altro è l'ordinamento delle cose del mondo, altro quello delle cose di Dio; non si avrà alcuna stabile struttura al di fuori di quella pietra che il Signore ha collocato come fondamento (Mt 16,18). Pregiudica i propri diritti chi brama quanto non gli spetta».(18) La dolorosa storia dello scisma, che separò in seguito dalla sede apostolica tante illustri chiese dell'oriente cristiano, sta a dimostrare chiaramente - come si desume dal passo citato - la fondatezza dei timori di san Leone a riguardo di future divisioni in seno alla cristianità.

Sarebbe incompleta la nostra esposizione circa lo zelo pastorale di san Leone per l'unità della chiesa cattolica, se non ricordassimo anche, sia pure rapidamente, il suo intervento nella questione relativa alla data della festa di pasqua, come pure la sua vigilante sollecitudine, affinché le relazioni tra la sede apostolica e i prìncipi cristiani fossero improntate a reciproca stima, fiducia e cordialità. Sempre mirando alla pace della chiesa, egli esortò frequentemente gli stessi prìncipi a cooperare con l'episcopato «per la piena unità cattolica»,(19) così da meritare da Dio «oltre la corona regale, anche la palma del sacerdozio».(20)

I. 3 Luminare di dottrina

Oltre che pastore vigilantissimo del gregge di Cristo e coraggioso difensore della fede ortodossa, san Leone è celebrato nei secoli quale dottore della chiesa, cioè come espositore e campione eccellentissimo di quelle verità divine, di cui ogni romano pontefice è custode e interprete. Questo è confermato dalle parole del nostro immortale predecessore Benedetto XIV che, nella bolla Militantis Ecclesiae, con cui proclama san Leone dottore della chiesa, ne tesse questo splendido elogio: «Per la sua eminente virtù, per la sua sapienza, per il suo instancabile zelo, egli meritò dagli antichi l'appellativo di Magno. La superiorità della sua dottrina, sia nell'illustrare i più alti misteri della nostra fede e nel difenderli contro l'insorgere degli errori, sia nel formulare norme disciplinari e morali, unitamente a una singolare maestà e ricchezza di eloquio sacerdotale, spicca a tal punto e si distingue, grazie alle lodi di tanti uomini e all'esaltazione entusiastica dei concili, dei padri e degli scrittori ecclesiastici, che un pontefice tanto sapiente non va assolutamente posposto per fama o per stima a nessuno dei santi dottori, che fiorirono nella chiesa».(21)

La sua fama di dottore è affidata alle Omelie e alle Lettere, che la posterità ci ha conservate in numero piuttosto rilevante. La raccolta delle Omelie abbraccia vari argomenti, quasi tutti connessi col ciclo della sacra liturgia. In questi scritti egli si rivelò non tanto esegeta, applicato all'esposizione di un determinato libro ispirato, né un teologo, amante di profonde speculazioni intorno alle verità divine, quanto piuttosto un espositore fedele, perspicuo e copioso dei misteri cristiani, aderente all'interpretazione trasmessa dai concili, dai padri, e soprattutto dai pontefici suoi antecessori. Il suo stile è semplice e grave, elevato e persuasivo, degno senz'altro di essere giudicato un modello perfetto di classica eloquenza. Tuttavia egli non sacrifica mai all'eleganza del dire l'esattezza della verità da esprimere; non parla o scrive per farsi ammirare, ma per illuminare le menti e infiammare i cuori alla perfetta conformità della vita pratica con le verità professate.

Nelle Lettere, che in base al suo ufficio di supremo pastore egli indirizzò a vescovi, prìncipi, sacerdoti, diaconi, monaci della chiesa universale, san Leone manifesta doti eccezionali di uomo di governo, cioè uno spirito perspicace e sommamente pratico, una volontà pronta all'azione, ferma nelle ben maturate decisioni, un cuore aperto alla comprensione paterna, ricolmo di quella carità che san Paolo addita a tutti i cristiani come «la strada migliore» (1 Cor 12,31). Come non riconoscere che tali sentimenti di giustizia e di misericordia, di fortezza congiunta a clemenza, nascevano nel suo cuore appunto da quella medesima carità, che il Signore richiese a Pietro prima di affidargli la custodia dei suoi agnelli e delle pecore? (cf. Gv 21,15-17). Egli infatti si studiò sempre di fare di se stesso una copia fedele del buon pastore, Cristo Gesù, come si deduce dal passo seguente: «Abbiamo da un lato mansuetudine e clemenza, dall'altro rigore e giustizia. E poiché "tutte le vie del Signore risultano di misericordia e verità [fedeltà]" (Sal 24,10), dalla bontà che è propria della sede apostolica siamo costretti a regolare in tal modo le nostre decisioni, che - ponderata bene la natura dei delitti, la misura dei quali è varia - riteniamo che alcuni siano da assolvere e altri siano da estirpare».(22) Tanto le Omelie, dunque, quanto le Lettere costituiscono un documento eloquentissimo del pensiero e dei sentimenti, delle parole e dell'azione di san Leone, sempre preoccupato di assicurare il bene della chiesa, nella verità, nella concordia e nella pace.

II. Il XV centenario Leoniano e il Concilio Vaticano II

Venerabili fratelli, nell'imminenza del Concilio Ecumenico Vaticano II, nel quale i vescovi, stretti intorno al romano pontefice e con lui in intima comunione, daranno al mondo intero un più splendido spettacolo dell'unità cattolica, è quanto mai istruttivo e confortante richiamare allo spirito, anche se rapidamente, l'alta idea che san Leone ha avuto dell'unità della chiesa. Questo richiamo sarà a un tempo un atto di omaggio alla memoria del sapientissimo pontefice e, nell'imminenza del grande avvenimento, un pascolo spirituale per le anime dei fedeli.

II. 1 L'unità della Chiesa nel pensiero del santo

Anzitutto san Leone ci insegna che la chiesa è una, perché uno è il suo sposo, Gesù Cristo: «Tale è infatti la chiesa vergine, unita a un solo sposo, Cristo, da non ammettere nessun errore; sicché in tutto il mondo noi godiamo di una sola casta, integra unione».(23) Il santo ritiene altresì che questa mirabile unità della chiesa abbia avuto inizio con la nascita del Verbo incarnato, come risulta da queste espressioni: «È infatti la nascita di Cristo che determina l'origine del popolo cristiano: il natale del Capo è anche il natale del corpo. Anche se ciascuno dei chiamati [alla fede] ha il suo turno, se tutti i figli della chiesa sono distribuiti nella successione dei tempi, tuttavia il complesso dei fedeli, nati dal fonte battesimale, come con Cristo sono crocifissi nella sua passione, sono risorti nella sua risurrezione, sono posti alla destra del Padre nella sua ascensione, così con lui sono congenerati in questa nascita».(24) A questa misteriosa nascita del «corpo della chiesa» (Col 1,18) ha partecipato intimamente Maria, grazie alla sua verginità, resa feconda per opera dello Spirito Santo. San Leone, infatti, esalta Maria come: «Vergine, ancella e madre del Signore»;(25) «genitrice di Dio»(26) e vergine perpetua.(27)

Inoltre il sacramento del battesimo, osserva ancora san Leone, non solo rende ogni cristiano membro di Cristo, ma lo rende altresì partecipe della sua regalità e del suo spirituale sacerdozio: «Tutti coloro, infatti, che sono stati rigenerati in Cristo, sono anche fatti re col segno della croce, e consacrati sacerdoti con l'unzione dello Spirito Santo».(28) Il sacramento della confermazione, chiamato «santificazione dei crismi»,(29) corrobora tale assimilazione a Cristo capo, mentre nell'eucaristia essa trova il suo compimento: «Infatti la partecipazione del corpo e del sangue di Cristo non fa altro che trasformarci in ciò che assumiamo; e portiamo in tutto, nella carne come nello spirito, quello stesso, nel quale siamo morti, sepolti e risuscitati».(30)

Ma, si noti bene, per san Leone non vi può essere perfetta unione dei fedeli con Cristo capo e tra loro, quali membra di un medesimo organismo vivo e visibile, se ai vincoli spirituali delle virtù, del culto e dei sacramenti non si aggiunge la professione esterna della medesima fede: «Grande sostegno è la fede integra, la fede vera, nella quale nulla può essere aggiunto o tolto da chicchessia; poiché la fede se non è unica, non esiste affatto».(31) All'unità, però, della fede è indispensabile l'unione tra i maestri delle verità divine, cioè la concordia dei vescovi tra loro in comunione e sottomissione al romano pontefice: «La compattezza di tutto il corpo è ciò che dà origine alla santità e alla sua bellezza; e questa stessa compattezza, se richiede l'unanimità, esige però soprattutto la concordia dei sacerdoti. Questi hanno in comune la dignità sacerdotale, ma non lo stesso grado di potere; giacché anche fra gli apostoli vi fu eguaglianza di onore, ma differenza di potere, in quanto a tutti fu comune la grazia dell'elezione, ma a uno solo è stato concesso il diritto di preminenza sugli altri».(32)

II. 2 Il vescovo di Roma centro dell'unità visibile

Centro, dunque, e fulcro di tutta l'unità visibile della chiesa cattolica è il vescovo di Roma, quale successore di Pietro e vicario di Gesù Cristo. Le affermazioni di san Leone non sono altro che l'eco fedelissima dei testi evangelici e della perenne tradizione cattolica, come si rileva dal passo seguente: «In tutto il mondo il solo Pietro viene eletto per essere preposto all'evangelizzazione di tutte le genti, a tutti gli apostoli e a tutti i padri della chiesa; di modo che, quantunque in mezzo al popolo di Dio vi siano molti pastori e molti sacerdoti, tutti però sono governati propriamente da Pietro, come principalmente sono governati da Cristo. In maniera grande e ammirabile, o dilettissimi, Dio si è degnato di far partecipe questo uomo del suo potere; e se volle che anche gli altri capi avessero qualche cosa di comune con lui, tutto ciò che concesse agli altri sempre lo concesse per mezzo suo».(33) Su questa verità, che è fondamentale per l'unità cattolica, cioè del vincolo divino, indissolubile fra il potere di Pietro e quello degli altri apostoli, san Leone crede opportuno insistere: «Si estese certamente anche agli altri apostoli questo potere» (cioè di sciogliere e di legare: Mt 16,19), «e fu trasmesso a tutti i capi della chiesa; ma non invano si raccomanda a una sola persona ciò che deve essere comunicato a tutti gli altri. Infatti, questo potere viene affidato a Pietro singolarmente, appunto perché la figura di Pietro sta al di sopra di tutti coloro che governano la chiesa».(34)

II. 3 Prerogative del magistero di Pietro e dei successori

Ma il santo pontefice non dimentica l'altro essenziale vincolo dell'unità visibile della chiesa, cioè il supremo e infallibile magistero, dal Signore riservato personalmente a Pietro e ai suoi successori: «Il Signore si prende cura in modo speciale di Pietro, e prega in particolare per la fede di Pietro, quasi che la perseveranza degli altri sarebbe stata maggiormente garantita, se l'animo del capo non fosse stato vinto. In Pietro perciò la fortezza di tutti viene protetta, e l'aiuto della grazia divina segue quest'ordine: la fermezza che, per mezzo di Cristo, viene data a Pietro, viene conferita agli apostoli attraverso Pietro».(35)

Quanto san Leone afferma con tanta chiarezza e insistenza dell'apostolo Pietro, lo asserisce anche di se stesso, non per umana ambizione, ma per l'intima persuasione che ha di essere, non meno del principe degli apostoli, il vicario di Gesù Cristo stesso, come si ricava da questo brano dei suoi sermoni: «Non è per noi motivo di orgoglio la solennità con cui, pieni di riconoscenza a Dio per il suo dono, festeggiamo l'anniversario del nostro sacerdozio; poiché con tutta sincerità confessiamo, che tutto il bene da noi compiuto nello svolgimento del nostro ministero è opera di Cristo; e non di noi, che non possiamo nulla senza di lui, ma di lui ci gloriamo, da cui deriva tutta l'efficacia del nostro operare».(36) Con ciò san Leone, lungi dal pensare che san Pietro sia ormai estraneo al governo della chiesa, ama invece associare alla fiducia nella perenne assistenza del suo divin Fondatore la fiducia nella protezione di san Pietro, di cui si professa erede e successore, e «ne fa le veci».(37) Perciò ai meriti dell'apostolo, più che ai propri, egli attribuisce i frutti del suo universale ministero. Il che, fra l'altro, è chiaramente provato dalla seguente espressione: «Se pertanto qualcosa di buono operiamo o vediamo, se qualcosa otteniamo dalla misericordia di Dio con le quotidiane preghiere, ciò si deve alle opere e ai meriti di lui; nella sua sede perdura ancora il suo potere, domina la sua autorità».(38) In realtà san Leone non insegna nulla di nuovo. Al pari dei suoi predecessori sant'Innocenzo I (39) e san Bonifacio I,(40) e in perfetta armonia con i ben noti testi evangelici, da lui stesso commentati (Mt 16,17-18; Lc 22,31-32; Gv 21,15-17), egli è persuaso di aver ricevuto da Cristo stesso il mandato del supremo ministero pastorale. Afferma infatti: «La sollecitudine che dobbiamo avere verso tutte le chiese ha origine principalmente da un divino mandato».(41)

II. 4 Grandezza spirituale dell'Urbe

Non vi è pertanto da meravigliarsi se san Leone all'esaltazione del principe degli apostoli ama associare quella della città di Roma. Ecco come si esprime nei suoi riguardi nel sermone in onore dei santi Pietro e Paolo: «Sono questi, invero, gli eroi per opera dei quali a te rifulse, o Roma, l'evangelo di Cristo...; sono essi che ti innalzarono a questa gloria di città santa, di popolo eletto, di città sacerdotale e regale; per modo che, divenuta, in virtù della sacra sede del beato Pietro, veramente capo del mondo, estendi il tuo impero con la religione divina più che non l'estendevi con la dominazione umana. Sebbene infatti, resa potente dalle molte vittorie, affermassi per terra e per mare il diritto dell'impero; quello, tuttavia, che ti assoggettarono le fatiche guerresche è meno di quello che ti sottomise la pace cristiana».(42) Ricordando poi ai suoi uditori la splendida testimonianza resa da san Paolo alla fede dei primi cristiani di Roma, il grande pontefice con questa esortazione li stimola a conservare esente da ogni macchia di errore la loro fede cattolica: «Voi, dunque, cari a Dio e fatti degni dell'approvazione apostolica, ai quali il beato apostolo Paolo, dottore delle genti, dice: "La vostra fede è celebrata in tutto il mondo" (Rm 1,8), custodite in voi ciò che sapete essere stato da lui pensato nei vostri riguardi, da lui che vi ha così autorevolmente esaltati. Nessuno di voi si renda immeritevole di questa lode; di modo che neppure dal contagio dell'empietà di Eutiche possano venire contaminati coloro che, sotto lo guida dello Spirito Santo, in tanti secoli non hanno conosciuto alcuna eresia».(43)

II. 5 Vasta risonanza di mirabile opera

L'opera veramente insigne svolta da san Leone a salvaguardia dell'autorità della chiesa di Roma non fu vana. Grazie, infatti, al prestigio della sua persona, la «cittadella della roccia apostolica» venne lodata e venerata non soltanto dai vescovi dell'occidente, presenti nei concili riuniti a Roma, ma da più di cinquecento membri dell'episcopato orientale riunito a Calcedonia,(44) e dagli imperatori di Costantinopoli.(45) Anzi, prima ancora del celebre concilio, Teodoreto, vescovo di Ciro, aveva tributato nel 449 al vescovo di Roma e al suo privilegiato gregge questi alti elogi: «A voi tocca il primo posto in tutto, a motivo delle prerogative che onorano la vostra sede. Le altre città, infatti, si gloriano o per la loro grandezza o per il numero degli abitanti... Il Datore di ogni bene alla vostra città ne ha elargito in sovrabbondanza. Giacché essa è la più grande e la più illustre di tutte le città, governa il mondo, è ricca di popolazione... Possiede inoltre i sepolcri di Pietro e Paolo, comuni padri e maestri della verità, che illuminano le anime dei fedeli.

Questi due santissimi luminari ebbero bensì origine in oriente e diffusero i loro raggi dovunque; ma per loro spontanea volontà subirono il tramonto della loro vita in occidente, e di là ora illuminano il mondo. Costoro resero nobilissima la vostra sede; qui è il culmine dei vostri beni. Ma il loro Dio anche ora rende illustre la loro sede, mentre in essa fa scaturire dalla vostra santità i raggi della vera fede».(46)

Le esimie lodi che i rappresentanti delle chiese di oriente tributarono a Leone, non vennero meno con la di lui morte. Infatti la liturgia bizantina, nella festa del 18 febbraio a lui dedicata, lo esalta quale «duce dell'ortodossia, dottore ornato di pietà e di maestà, astro dell'universo, ornamento degli ortodossi, lira dello Spirito Santo».(47) Altrettanto significativi sono gli elogi che al grande pontefice tributa il Menologio Gelasiano: «Questo nostro padre Leone, ammirevole per le sue molte virtù, la continenza e la purità, consacrato vescovo della grande Roma, fece molte altre cose degne delle sue virtù, ma rifulse la sua opera soprattutto in ciò che riguarda la retta fede».(48)

II. 6 Voti per il ritorno dei fratelli separati

Amiamo ripetere, venerabili fratelli, che il coro di lodi inneggiante alla santità del sommo pontefice san Leone Magno, nell'antichità fu concorde sia in oriente sia in occidente. Oh! torni egli a riscuotere il plauso di tutti i rappresentanti della scienza ecclesiastica delle chiese che non sono in comunione con Roma. Superato così il doloroso contrasto di opinioni circa la dottrina e l'azione pastorale dell'immortale pontefice, risplenderà in amplissima luce la dottrina che essi pure professano di credere: «Non vi è che un solo Dio, e un solo mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2,5).

Ebbene Noi, succeduti a san Leone nella sede romana di Pietro, come professiamo con lui la fede nell'origine divina del mandato di universale evangelizzazione e di salvezza affidato da Gesù Cristo agli apostoli e ai loro successori, così al pari di lui nutriamo il vivo desiderio di vedere tutte le genti entrare nella via della verità, della carità e della pace. Ed è appunto allo scopo di rendere la chiesa più idonea ad assolvere ai tempi nostri tale eccelsa missione, che Ci siamo proposti di convocare il secondo Concilio Ecumenico Vaticano, nella fiducia che l'imponente adunanza della gerarchia cattolica, non solo rafforzerà i vincoli di unità nella fede, nel culto e nel regime, che sono prerogativa della vera chiesa,(49) ma attirerà altresì lo sguardo di innumerevoli credenti in Cristo e li inviterà a raccogliersi intorno al «gran Pastore del gregge» (Eb 13,20), che ne ha affidato a Pietro e ai suoi successori la perenne custodia (cf. Gv 21,15-17).

Il Nostro caldo appello all'unità vuole essere quindi l'eco di quello più volte lanciato da san Leone nel secolo V richiamante quello già rivolto ai fedeli di tutte le chiese da sant'Ireneo, che la Provvidenza divina aveva chiamato dall'Asia a reggere la sede di Lione e ad illustrarla col suo martirio. Infatti, dopo aver egli riconosciuto la ininterrotta successione dei vescovi di Roma, eredi del potere stesso dei due prìncipi degli apostoli,(50) concludeva esortando: «È con questa chiesa, a causa della sua preminente superiorità, che deve esser d'accordo ogni chiesa, cioè tutti i fedeli che sono nell'universo; ed è per la comunione con essa che tutti questi fedeli (oppure: tutti i capi delle chiese) hanno conservato la tradizione apostolica».(51)

Ma il Nostro appello all'unità vuol essere soprattutto l'eco della preghiera rivolta dal nostro Salvatore al suo divin Padre nell'ultima cena: «Affinché tutti siano una sola cosa, come tu, o Padre, sei in me e io in te, anch'essi siano una sola cosa» (Gv 17,21). Nessun dubbio circa l'esaudimento di questa preghiera, così come fu esaudito il sacrificio cruento del Golgota. Non ha forse il Signore affermato che il Padre suo sempre lo ascolta? (cf. Gv 11,42). Noi quindi crediamo che la chiesa, per la quale egli ha pregato e si è immolato sulla croce, e alla quale ha promesso la sua perenne presenza, è sempre stata e resta una, santa, cattolica e apostolica, così come fu istituita.

Purtroppo, come per il passato, così dobbiamo con dolore costatare che anche al presente l'unità della chiesa non corrisponde di fatto alla comunione di tutti i credenti in una sola professione di fede e in una medesima pratica di culto e di obbedienza. Tuttavia è per Noi motivo di conforto e di dolce speranza lo spettacolo dei generosi e crescenti sforzi che da varie parti si fanno, allo scopo di ricostituire quell'unità anche visibile di tutti i cristiani, che degnamente risponda alle intenzioni, ai comandi e ai voti del Salvatore divino. Consapevoli che l'unità, che è anelito di Spirito Santo in tante anime di buona volontà, non potrà pienamente e solidamente attuarsi se non quando, conforme alla profezia stessa di Gesù Cristo, «si farà un solo ovile e un solo pastore» (Gv 10,16) Noi supplichiamo il nostro mediatore e avvocato presso il Padre (cf. 1 Tm 2,5; 1Gv 2,1), affinché impetri a tutti i cristiani la grazia di riconoscere le note della sua vera chiesa, per divenirne figli devoti. Oh! si degni il Signore di far sorgere presto l'aurora di quel giorno benedetto di universale riconciliazione, quando un immenso coro di amore giubilante si leverà dall'unica famiglia dei redenti, ed essi, inneggiando alla misericordia divina, canteranno col Salmista l'«Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!» (Sal 132,1).

L'amplesso di pace fra i figli del medesimo Padre celeste, egualmente coeredi dello stesso regno di gloria, segnerà la celebrazione del trionfo del corpo mistico di Cristo.

Esortazione finale

Venerabili fratelli, il XV centenario della morte di san Leone Magno trova la chiesa cattolica in dolorose condizioni simili in parte a quelle che essa conobbe nel secolo V. Quanti travagli, infatti, in questi tempi affliggono la chiesa, e si ripercuotono nel Nostro animo paterno, come chiaramente aveva predetto il divin Redentore! Vediamo che in molte contrade la «fede dell'evangelo» (cf. Fil 1,27) è in pericolo, e non mancano tentativi per lo più destinati, grazie a Dio, a fallire, di staccare dal centro dell'unità cattolica, cioè dalla sede romana, vescovi, sacerdoti e fedeli. Ebbene, allo scopo di scongiurare così gravi pericoli, Noi invochiamo fiduciosi sulla chiesa militante il patrocinio del santo pontefice, che tanto operò, scrisse e soffrì per la causa dell'unità cattolica. E a quanti gemono pazientemente per la verità e per la giustizia rivolgiamo le confortatrici parole che san Leone indirizzò al clero, alle autorità e al popolo di Costantinopoli: «Perseverate dunque nello spirito della verità cattolica, e per mezzo Nostro ricevete l'esortazione apostolica: "Poiché a voi per Cristo fu fatta la grazia non solo di credere in lui, ma anche di patire per lui" (Fil 1,29)».(52) Per tutti coloro infine che vivono nell'unità cattolica, Noi che, sebbene indegnamente, sosteniamo in terra le veci del Salvatore divino, facciamo Nostra la sua preghiera per i suoi diletti discepoli e per quanti avrebbero creduto in lui: «Padre santo... ti prego affinché giungano a perfetta unità» (cf. Gv 17,11.20.23). Noi cioè domandiamo per tutti i figli della chiesa la perfezione dell'unità, quella perfezione che soltanto la carità, «che è vincolo di perfezione» (Col 3,14), può dare. È infatti dall'accesa carità verso Dio e dall'esercizio sempre più pronto, ilare e generoso di tutte le opere di misericordia verso il prossimo, che la chiesa, «tempio di Dio vivo» (cf. 2 Cor 6,16), si ammanta in tutti e ciascuno dei suoi figli di soprannaturale bellezza. Pertanto con san Leone vi esortiamo: «Giacché, dunque, tutti i fedeli insieme e ciascuno in particolare costituiscono un solo e medesimo tempio di Dio, bisogna che questo sia perfetto in ciascuno come deve essere perfetto nell'insieme; poiché, anche se la bellezza non è uguale in tutti i membri, né i meriti pari in una così grande varietà di parti, il vincolo della carità tuttavia produce la comunione nella bellezza. Coloro che un santo amore unisce, anche se non partecipano degli stessi doni della grazia, gioiscono tuttavia vicendevolmente dei loro beni, e ciò che essi amano non può essere loro estraneo, poiché è un accrescere le proprie ricchezze il trovare la gioia nel progresso degli altri».(53)

Al termine di questa Nostra lettera enciclica, Ci sia consentito di rinnovare l'ardentissimo voto, che erompeva dall'animo di san Leone, cioè, di vedere tutti i redenti dal sangue preziosissimo di Gesù Cristo, riuniti nella medesima chiesa militante, resistere compatti e intrepidi alle potenze del male, che da tante parti continuano a minacciare la fede cristiana. Poiché «allora diventa potentissimo il popolo di Dio, quando nell'unione della santa obbedienza i cuori di tutti i fedeli si trovano d'accordo, e negli accampamenti delle schiere cristiane la preparazione è simile in tutte le parti e le fortificazioni dappertutto sono le stesse».(54) Il principe delle tenebre non prevarrà, quando nella chiesa di Cristo regnerà 1'amore: «Poiché le opere del demonio vengono distrutte con maggior potenza, quando i cuori degli uomini sono accesi di carità verso Dio e verso il prossimo».(55)

Confortatrice delle Nostre speranze, e auspicio delle divine grazie, sia l'apostolica benedizione, che a voi tutti, venerabili fratelli, e al gregge affidato allo zelo ardentissimo di ciascuno di gran cuore impartiamo.

Roma, presso San Pietro, l'11 novembre 1961, anno IV del Nostro pontificato.

GIOVANNI PP. XXIII



(1) IOANNES PP. XXIII, Litt. enc. Aeterna Dei sapientia de Sancto Leone I Magno, Pontifice Maximo et Ecclesiae Doctore, ab eius obitu anno millesimo quingentesimo exeunte, [Ad venerabiles fratres Patriarchas, Primates, Archiepiscopos, Episcopos aliosque locorum Ordinarios pacem et communionem cum Apostolica Sede habentes], 11 novembris 1961: AAS 53(1961), pp. 785-803. Versione italiana: L'Osservatore romano, 9-10 dic. 1961.
San Leone Magno pontefice, pastore e dottore: servitore fedele della sede apostolica; pastore della chiesa universale; luminare di dottrina. – Il XV centenario leoniano e il concilio Vaticano II: l'unità della chiesa nel pensiero del santo; il vescovo di Roma centro dell'unità visibile; prerogative del magistero di san Pietro e dei suoi successori; grandezza spirituale dell'Urbe; vasta risonanza di mirabile opera; voti per il ritorno dei fratelli separati. – Esortazione finale.

(2) Cf. Sermo, 12 oct. 1952: AAS 44(1952), p. 831.

(3) Cf. Ed. DUCHESNE, I, 238.

(4) Cf. Ep. 31, 4: PL 54, 794.

(5) PL 59, 9-272.

(6) De Incarnat. Domini, contra Nestorium libr. VII, prol.: PL 50, 9.

(7) PL 55, 21-156.

(8) Cf. PL 54, 757.

(9) PL 54, 759.

(10) Cf. Ep. 29, ad Theodosium august.: PL 54, 783.

(11) Cf. Ep. 28: PL 54, 756.

(12) Cf. Ep. 95, ad Pulcheriam august. , 2: PL 54, 943.

(13) Cf. Ep. 95, ad Pulcheriam august. , 2: PL 54, 943.

(14) Cf. Ep. 95, ad Pulcheriam august. , 2: PL 54, 943.

(15) Cf. Ep. 89, ad Marcianum imper., 2: PL 54, 931; Ep. 103, ad Episcopos Galliarum: PL 54, 988-991.

(16) Litt. enc. Sempiternus Rex, 8 sept. 1951: AAS 43(1951), pp. 625-644; EE 6/824-872.

(17) Cf. C. KIRCH, Enchiridion fontium hist. eccl. antiquae, Friburgi in Br.4 1923, n. 943.

(18) Ep. 104, ad Marcianum imper. , 3: PL 54, 995; cf. Ep. 106, ad Anatolium episc. Constantinopolitanum: PL 54, 995.

(19) Ep. 104, ad Marcianum imper. , 3: PL 54, 1022; cf. Ep. 104, ad Marcianum imper. , 3: PL 54, 1022.

(20) Ep. 104, ad Marcianum imper. , 3: PL 54, 1022; cf. Ep. 104, ad Marcianum imper. , 3: PL 54, 1022.

(21) BENEDICTUS XIV, Const. apost. Militantis Ecclesiae, 12 oct. 1754: Benedicti Pp. XIV Bullarium, tom. III, pars II, p. 205 (Opera omnia, vol. 18, Prati 1847).

(22) Ep. 12, ad Episcopos Africanos, 5: PL 54, 652.

(23) Ep, 80, ad Anatolium episc. Constantinopolitanum, 1: PL 54, 913.

(24) Serm. 26, in Nativ. Domini, 2: PL 54, 213.

(25) Cf. Ep. 165, ad Leonem imper. , 2: PL 54, 1157.

(26) Cf. Ep. 165, ad Leonem imper. , 2: PL 54, 1157.

(27) Cf. Serm. 22, in Nativ. Domini, 2: PL 54, 195.

(28) Cf. Serm. 4, in Nativ. Domini, 1: PL 54 149; cf. Serm. 64, de Passione Domini, 6: PL 54, 357; Ep. 69, 4: PL 54, 870.

(29) Serm. 66, de Passione Domini, 2: PL 54, 365-366.

(30) Serm. 64, de Passione Domini, 7: PL 54, 357.

(31) Serm. 24, in Nativ. Domini, 6: PL 54, 207.

(32) Ep. 14, ad Anastasium episc. Thessal., 11: PL 54, 676.

(33) Serm. 4, de natali ipsius, 2: PL 54, 149-150.

(34) Serm. 4, de natali ipsius, 2: PL 54, 151; cf. Serm. 83, in natali s. Petri Apost. , 2: PL 54, 430.

(35) Serm. 4, 3: PL 54, 151-152; cf. Serm. 83, 2: PL 54, 451.

(36) Serm. 5, de natali ipsius, 4: PL 54, 154.

(37) Cf. Serm. 3, de natali ipsius, 4: PL 54, 147.

(38) Serm. 3, de natali ipsius, 3: PL 54, 146; cf. Serm. 83, in natali s. Petri Apost. , 3: PL 54 432.

(39) Ep. 30, ad Concil. Milev.: PL 20, 590.

(40) Ep. 13, ad Rufum episc. Thessaliae, 11 mart. 422: C. SILVA-TAROUCA S.L, Epistolarum Romanorum Pontificum collect. Thessal. , Romae 1937, p. 27.

(41) Ep. 14, ad Anastasium episc. Thessal. , 1: PL 54, 668.

(42) Serm. 82, in natali Apost. Petri et Pauli, 1: PL 54, 422-423.

(43) Serm. 86, tract. contra haer. Eutychis, 3: PL 54, 468.

(44) MANSI, Concil. amplissima collect. , VI, p. 913.

(45) Ep. 100, Marciani imper. ad Leonem episc. Romae, 3: PL 54, 972; Ep. 77, Pulcheriae aug. ad Leonem episc. Romae, 1: PL 54, 907.

(46) Ep. 52, Theodoreti episc. ad Leonem episc. Romae, 1: PL 54, 847.

(47) Μηναια ταυ ολον ενιαυτου, III, Roma 1896, p. 612.

(48) PG 117, 319.

(49) Cf. CONC. VAT. I, sess. III, cap. 3 de fide: COD 807.

(50) Cf. Adversus Haereses, 1. III, c. 2, n. 2: PG 7, 848.

(51) Cf. Adversus Haereses, I. III, c. 2, n. 2: PG 7, 848.

(52) Ep. 50, ad Constantinopolitanos, 2: PL 54, 843.

(53) Serm. 48, de Quadrag., 1: PL 54, 298-299.

(54) EP, gg 2: PL 54, 441-442.

(55) Ep. 95, ad Pulcheriam august., 2: PL 54, 943.









LETTERA ENCICLICA
PACEM IN TERRIS
DEL SOMMO PONTEFICE
GIOVANNI PP. XXIII
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE SONO IN PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA,
AL CLERO E AI FEDELI DI TUTTO IL MONDO
NONCHÉ A TUTTI GLI UOMINI
DI BUONA VOLONTÀ :
SULLA PACE FRA TUTTE LE GENTI
NELLA VERITÀ, NELLA GIUSTIZIA,
NELL'AMORE, NELLA LIBERTÀ [1]


INTRODUZIONE

L’ordine nell’universo

1. La Pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio.

I progressi delle scienze e le invenzioni della tecnica attestano come negli esseri e nelle forze che compongono l’universo, regni un ordine stupendo; e attestano pure la grandezza dell’uomo, che scopre tale ordine e crea gli strumenti idonei per impadronirsi di quelle forze e volgerle a suo servizio.

2. Ma i progressi scientifici e le invenzioni tecniche manifestano innanzitutto la grandezza infinita di Dio che ha creato l’universo e l’uomo. Ha creato l’universo, profondendo in esso tesori di sapienza e di bontà, come esclama il Salmista: "O Signore, Dio nostro, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!" (Sal 8,1). "Quanto sono grandi le opere tue, o Signore! Tu hai fatto ogni cosa con sapienza"; (Sal 104,24) e ha creato l’uomo intelligente e libero, a sua immagine e somiglianza, (Cf. Gen 1,26) costituendolo signore dell’universo: "Hai fatto l’uomo — esclama ancora il Salmista — per poco inferiore agli angeli, lo hai coronato di gloria e di onore; e lo hai costituito sopra le opere delle tue mani. Hai posto tutte le cose sotto i suoi piedi" (Sal 8,5-6).

L’ordine negli esseri umani

3. Con l’ordine mirabile dell’universo continua a fare stridente contrasto il disordine che regna tra gli esseri umani e tra i popoli; quasicché i loro rapporti non possono essere regolati che per mezzo della forza.

Sennonché il Creatore ha scolpito l’ordine anche nell’essere degli uomini: ordine che la coscienza rivela e ingiunge perentoriamente di seguire: "Essi mostrano scritta nei loro cuori l’opera della legge, testimone la loro coscienza" (Rm 2,15). Del resto come potrebbe essere diversamente? Ogni opera di Dio è pure un riflesso della sua infinita sapienza: riflesso tanto più luminoso quanto più l’opera è posta in alto nella scala delle perfezioni (Cf. Sal 18,8-11).

4. Una deviazione, nella quale si incorre spesso, sta nel fatto che si ritiene di poter regolare i rapporti di convivenza tra gli esseri umani e le rispettive comunità politiche con le stesse leggi che sono proprie delle forze e degli elementi irrazionali di cui risulta l’universo; quando invece le leggi con cui vanno regolati gli accennati rapporti sono di natura diversa, e vanno cercate là dove Dio le ha scritte, cioè nella natura umana.

Sono quelle, infatti, le leggi che indicano chiaramente come gli uomini devono regolare i loro vicendevoli rapporti nella convivenza; e come vanno regolati i rapporti fra i cittadini e le pubbliche autorità all’interno delle singole comunità politiche; come pure i rapporti fra le stesse comunità politiche; e quelli fra le singole persone e le comunità politiche da una parte, e dall’altra la comunità mondiale, la cui creazione oggi è urgentemente reclamata dalle esigenze del bene comune universale.

I

L’ORDINE TRA GLI ESSERI UMANI

Ogni essere umano è persona, soggetto di diritti e di doveri

5. In una convivenza ordinata e feconda va posto come fondamento il principio che ogni essere umano è persona cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili, inalienabili [2].

Che se poi si considera la dignità della persona umana alla luce della rivelazione divina, allora essa apparirà incomparabilmente più grande, poiché gli uomini sono stati redenti dal sangue di Gesù Cristo, e con la grazia sono divenuti figli e amici di Dio e costituiti eredi della gloria eterna.

I diritti

Il diritto all’esistenza e ad un tenore di vita dignitoso

6. Ogni essere umano ha il diritto all’esistenza, all’integrità fisica, ai mezzi indispensabili e sufficienti per un dignitoso tenore di vita, specialmente per quanto riguarda l’alimentazione, il vestiario, l’abitazione, il riposo, le cure mediche, i servizi sociali necessari; ed ha quindi il diritto alla sicurezza in caso di malattia, di invalidità, di vedovanza, di vecchiaia, di disoccupazione, e in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà [3].

Diritti riguardanti i valori morali e culturali

7. Ogni essere umano ha il diritto al rispetto della sua persona; alla buona riputazione; alla libertà nella ricerca del vero, nella manifestazione del pensiero e nella sua diffusione, nel coltivare l’arte, entro i limiti consentiti dall’ordine morale e dal bene comune; e ha il diritto all’obiettività nella informazione.

Scaturisce pure dalla natura umana il diritto di partecipare ai beni della cultura, e quindi il diritto ad un’istruzione di base e ad una formazione tecnico-professionale adeguata al grado di sviluppo della propria comunità politica. Ci si deve adoperare perché sia soddisfatta l’esigenza di accedere ai gradi superiori dell’istruzione sulla base del merito; cosicché gli esseri umani, nei limiti del possibile, nella vita sociale coprano posti e assumano responsabilità conformi alle loro attitudini naturali e alle loro capacità acquisite [4].

Il diritto di onorare Dio secondo il dettame della retta coscienza

8. Ognuno ha il diritto di onorare Dio secondo il dettame della retta coscienza; e quindi il diritto al culto di Dio privato e pubblico. Infatti, come afferma con chiarezza Lattanzio: "Siamo stati creati allo scopo di rendere a Dio creatore il giusto onore che gli è dovuto, di riconoscere lui solo e di seguirlo. Questo è il vincolo di pietà che a lui ci stringe e a lui ci lega, e dal quale deriva il nome stesso di religione"[5]. Ed il nostro predecessore di i. m. Leone XIII così si esprime: "Questa libertà vera e degna dei figli di Dio, che mantiene alta la dignità dell’uomo, è più forte di qualunque violenza ed ingiuria, e la Chiesa la reclamò e l’ebbe carissima ognora. Siffatta libertà rivendicarono con intrepida costanza gli apostoli, la sancirono con gli scritti gli apologisti, la consacrarono gran numero di martiri col proprio sangue"[6].

Il diritto alla libertà nella scelta del proprio stato

9. Gli esseri umani hanno il diritto alla libertà nella scelta del proprio stato; e quindi il diritto di creare una famiglia, in parità di diritti e di doveri fra uomo e donna; come pure il diritto di seguire la vocazione al sacerdozio o alla vita religiosa [7].

La famiglia, fondata sul matrimonio contratto liberamente, unitario e indissolubile, è e deve essere considerata il nucleo naturale ed essenziale della società. Verso di essa vanno usati i riguardi di natura economica, sociale, culturale e morale che ne consolidano la stabilità e facilitano l’adempimento della sua specifica missione.

I genitori posseggono un diritto di priorità nel mantenimento dei figli e nella loro educazione [8].

Diritti attinenti il mondo economico

10. Agli esseri umani è inerente il diritto di libera iniziativa in campo economico e il diritto al lavoro [9].

A siffatti diritti è indissolubilmente congiunto il diritto a condizioni di lavoro non lesive della sanità fisica e del buon costume, e non intralcianti lo sviluppo integrale degli esseri umani in formazione; e, per quanto concerne le donne, il diritto a condizioni di lavoro conciliabili con le loro esigenze e con i loro doveri di spose e di madri [10].

Dalla dignità della persona scaturisce pure il diritto di svolgere le attività economiche in attitudine di responsabilità [11]. Va inoltre e in modo speciale messo in rilievo il diritto ad una retribuzione del lavoro determinata secondo i criteri di giustizia, e quindi sufficiente, nelle proporzioni rispondenti alla ricchezza disponibile, a permettere al lavoratore ed alla sua famiglia, un tenore di vita conforme alla dignità umana. In materia, il nostro predecessore Pio XII così si esprimeva: "Al dovere personale del lavoro imposto dalla natura corrisponde e consegue il diritto naturale in ciascun individuo a fare del lavoro il mezzo per provvedere alla vita propria e dei figli: tanto altamente è ordinato per la conservazione dell’uomo l’impero della natura" [12]. Scaturisce pure dalla natura dell’uomo il diritto di proprietà privata sui beni anche produttivi: "diritto che costituisce un mezzo idoneo all’affermazione della persona umana e all’esercizio della responsabilità in tutti i campi, un elemento di consistenza e di serenità per la vita familiare e di pacifico e ordinato sviluppo nella convivenza" [13].

Torna opportuno ricordare che al diritto di proprietà privata è intrinsecamente inerente una funzione sociale [14].

Diritto di riunione e di associazione

11. Dalla intrinseca socialità degli esseri umani fluisce il diritto di riunione e di associazione; come pure il diritto di conferire alle associazioni la struttura che si ritiene idonea a perseguire gli obiettivi delle medesime; e il diritto di muoversi nell’interno di esse di propria iniziativa e sulla propria responsabilità per il concreto perseguimento di detti obiettivi [15].

Nell’enciclica Mater et magistra a ragione è detto che la creazione di una ricca gamma di associazioni o corpi intermedi per il perseguimento di obiettivi che i singoli esseri umani non possono efficacemente perseguire che associandosi, si rivela un elemento necessario e insostituibile perché sia assicurata alla persona umana una sfera sufficiente di libertà e di responsabilità [16].

Diritto di emigrazione e di immigrazione

12. Ogni essere umano ha il diritto alla libertà di movimento e di dimora nell’interno della comunità politica di cui è cittadino; ed ha pure il diritto, quando legittimi interessi lo consiglino, di immigrare in altre comunità politiche e stabilirsi in esse [17]. Per il fatto che si è cittadini di una determinata comunità politica, nulla perde di contenuto la propria appartenenza, in qualità di membri, alla stessa famiglia umana; e quindi l’appartenenza, in qualità di cittadini, alla comunità mondiale.

Diritti a contenuto politico

13. Dalla dignità della persona scaturisce il diritto di prender parte attiva alla vita pubblica e addurre un apporto personale all’attuazione del bene comune. "L’uomo, come tale, lungi dall’essere l’oggetto e un elemento passivo nella vita sociale, ne è invece e deve esserne e rimanerne il soggetto, il fondamento e il fine" [18].

Fondamentale diritto della persona è pure la tutela giuridica dei propri diritti: tutela efficace, imparziale, informata a criteri obiettivi di giustizia.

"Dall’ordinamento giuridico, voluto da Dio, promana l’inalienabile diritto dell’uomo alla sicurezza giuridica, e con ciò stesso ad una sfera concreta di diritti, protetta contro ogni arbitrario attacco" [19].

I doveri

Indissolubile rapporto fra diritti e doveri nella stessa persona

14. I diritti naturali testé ricordati sono indissolubilmente congiunti, nella stessa persona che ne è il soggetto, con altrettanti rispettivi doveri; e hanno entrambi nella legge naturale, che li conferisce o che li impone, la loro radice, il loro alimento, la loro forza indistruttibile.

Il diritto, ad esempio, di ogni essere umano all’esistenza è connesso con il suo dovere di conservarsi in vita; il diritto ad un dignitoso tenore di vita con il dovere di vivere dignitosamente; e il diritto alla libertà nella ricerca del vero è congiunto con il dovere di cercare la verità, in vista di una conoscenza della medesima sempre più vasta e profonda.

Reciprocità di diritti e di doveri fra persone diverse

15. Nella convivenza umana ogni diritto naturale in una persona comporta un rispettivo dovere in tutte le altre persone: il dovere di riconoscere e rispettare quel diritto. Infatti ogni diritto fondamentale della persona trae la sua forza morale insopprimibile dalla legge naturale che lo conferisce, e impone un rispettivo dovere. Coloro pertanto che, mentre rivendicano i propri diritti, dimenticano o non mettono nel debito rilievo i rispettivi doveri, corrono il pericolo di costruire con una mano e distruggere con l’altra.

Nella mutua collaborazione

16. Gli esseri umani, essendo persone, sono sociali per natura. Sono nati quindi per convivere e operare gli uni a bene degli altri. Ciò richiede che la convivenza umana sia ordinata, e quindi che i vicendevoli diritti e doveri siano riconosciuti ed attuati; ma richiede pure che ognuno porti generosamente il suo contributo alla creazione di ambienti umani, in cui diritti e doveri siano sostanziati da contenuti sempre più ricchi.

Non basta, ad esempio, riconoscere e rispettare in ogni essere umano il diritto ai mezzi di sussistenza: occorre pure che ci si adoperi, secondo le proprie forze, perché ogni essere umano disponga di mezzi di sussistenza in misura sufficiente.

La convivenza fra gli esseri umani, oltre che ordinata, è necessario che sia per essi feconda di bene. Ciò postula che essi riconoscano e rispettino i loro vicendevoli diritti ed adempiano i rispettivi doveri, ma postula pure che collaborino tra loro nelle mille forme e gradi che l’incivilimento acconsente, suggerisce, reclama.

In attitudine di responsabilità

17. La dignità di persona, propria di ogni essere umano, esige che esso operi consapevolmente e liberamente. Per cui nei rapporti della convivenza, i diritti vanno esercitati, i doveri vanno compiuti, le mille forme di collaborazione vanno attuate specialmente in virtù di decisioni personali; prese cioè per convinzione, di propria iniziativa, in attitudine di responsabilità, e non in forza di coercizioni o pressioni provenienti soprattutto dall’esterno.

Una convivenza fondata soltanto su rapporti di forza non è umana. In essa infatti è inevitabile che le persone siano coartate o compresse, invece di essere facilitate e stimolate a sviluppare e perfezionare se stesse.

Convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà

18. La convivenza fra gli esseri umani è quindi ordinata, feconda e rispondente alla loro dignità di persone, quando si fonda sulla verità, conformemente al richiamo dell’apostolo Paolo: "Via dunque da voi la menzogna e parli ciascuno col suo prossimo secondo verità, poiché siamo membri gli uni degli altri" (Ef 4,25). Ciò domanda che siano sinceramente riconosciuti i reciproci diritti e vicendevoli doveri. Ed è inoltre una convivenza che si attua secondo giustizia o nell’effettivo rispetto di quei diritti e nel leale adempimento dei rispettivi doveri; che è vivificata e integrata dall’amore, atteggiamento d’animo che fa sentire come propri i bisogni e le esigenze altrui, rende partecipi gli altri dei propri beni e mira a rendere sempre più vivida la comunione nel mondo dei valori spirituali; ed è attuata nella libertà, nel modo cioè che si addice alla dignità di esseri portati dalla loro stessa natura razionale ad assumere la responsabilità del proprio operare.

19. La convivenza umana, venerabili fratelli e diletti figli, deve essere considerata anzitutto come un fatto spirituale: quale comunicazione di conoscenze nella luce del vero; esercizio di diritti e adempimento di doveri; impulso e richiamo al bene morale; e come nobile comune godimento del bello in tutte le sue legittime espressioni; permanente disposizione ad effondere gli uni negli altri il meglio di se stessi; anelito ad una mutua e sempre più ricca assimilazione di valori spirituali: valori nei quali trovano la loro perenne vivificazione e il loro orientamento di fondo le espressioni culturali, il mondo economico, le istituzioni sociali, i movimenti e i regimi politici, gli ordinamenti giuridici e tutti gli altri elementi esteriori, in cui si articola e si esprime la convivenza nel suo evolversi incessante.

Ordine morale che ha per fondamento oggettivo il vero Dio

20. L’ordine tra gli esseri umani nella convivenza è di natura morale. Infatti, è un ordine che si fonda sulla verità; che va attuato secondo giustizia; domanda di essere vivificato e integrato dall’amore; esige di essere ricomposto nella libertà in equilibri sempre nuovi e più umani.

Sennonché l’ordine morale — universale, assoluto ed immutabile nei suoi principi — trova il suo oggettivo fondamento nel vero Dio, trascendente e personale. Egli è la prima Verità e il sommo Bene; e quindi la sorgente più profonda da cui soltanto può attingere la sua genuina vitalità una convivenza fra gli esseri umani ordinata, feconda, rispondente alla loro dignità di persone [20]. In materia, con chiarezza si esprime san Tommaso: "La ragione umana è norma della volontà, di cui misura pure il grado di bontà, per il fatto che deriva dalla legge eterna, che si identifica con la stessa ragione divina... È quindi chiaro che la bontà della volontà umana dipende molto più dalla legge eterna che non dalla ragione umana" [21].

Segni dei tempi

21. Tre fenomeni caratterizzano l’epoca moderna.

Anzitutto l’ascesa economico-sociale delle classi lavoratrici. Nelle prime fasi del loro movimento di ascesa i lavoratori concentravano la loro azione nel rivendicare diritti a contenuto soprattutto economico-sociale; la estendevano quindi ai diritti di natura politica; e infine al diritto di partecipare in forme e gradi adeguati ai beni della cultura. Ed oggi, in tutte le comunità nazionali, nei lavoratori è vividamente operante l’esigenza di essere considerati e trattati non mai come esseri privi di intelligenza e di libertà, in balia dell’altrui arbitrio, ma sempre come soggetti o persone in tutti i settori della convivenza, e cioè nei settori economico-sociali, in quelli della cultura e in quelli della vita pubblica.

22. In secondo luogo viene un fatto a tutti noto, e cioè l’ingresso della donna nella vita pubblica: più accentuatamente, forse, nei popoli di civiltà cristiana; più lentamente, ma sempre su larga scala, tra le genti di altre tradizioni o civiltà. Nella donna, infatti, diviene sempre più chiara e operante la coscienza della propria dignità. Sa di non poter permettere di essere considerata e trattata come strumento; esige di essere considerata come persona, tanto nell’ambito della vita domestica che in quello della vita pubblica.

23. Infine la famiglia umana, nei confronti di un passato recente, presenta una configurazione sociale-politica profondamente trasformata. Non più popoli dominatori e popoli dominati: tutti i popoli si sono costituiti o si stanno costituendo in comunità politiche indipendenti.

24. Gli esseri umani, in tutti i paesi e in tutti i continenti, o sono cittadini di uno stato autonomo e indipendente, o stanno per esserlo; nessuno ama sentirsi suddito di poteri politici provenienti dal di fuori della propria comunità umana o gruppo etnico. In moltissimi esseri umani si va così dissolvendo il complesso di inferiorità protrattosi per secoli e millenni; mentre in altri si attenua e tende a scomparire il rispettivo complesso di superiorità, derivante dal privilegio economico-sociale o dal sesso o dalla posizione politica.

Al contrario è diffusa assai largamente la convinzione che tutti gli uomini sono uguali per dignità naturale. Per cui le discriminazioni razziali non trovano più alcuna giustificazione, almeno sul piano della ragione e della dottrina; ciò rappresenta una pietra miliare sulla via che conduce all’instaurazione di una convivenza umana informata ai principi sopra esposti. Quando, infatti, negli esseri umani affiora la coscienza dei loro diritti, in quella coscienza non può non sorgere l’avvertimento dei rispettivi doveri: nei soggetti che ne sono titolari, del dovere di far valere i diritti come esigenza ed espressione della loro dignità; e in tutti gli altri esseri umani, del dovere di riconoscere gli stessi diritti e di rispettarli.

25. E quando i rapporti della convivenza si pongono in termini di diritti e di doveri, gli esseri umani si aprono sul mondo dei valori spirituali, e comprendono che cosa sia la verità, la giustizia, l’amore, la libertà; e diventano consapevoli di appartenere a quel mondo. Ma sono pure sulla via che li porta a conoscere meglio il vero Dio, trascendente e personale; e ad assumere il rapporto fra se stessi e Dio a solido fondamento e a criterio supremo della loro vita: di quella che vivono nell’intimità di se stessi e di quella che vivono in relazione con gli altri.

II

RAPPORTI TRA GLI ESSERI UMANI
E I POTERI PUBBLICI
ALL’INTERNO DELLE SINGOLE
COMUNITÀ POLITICHE

Necessità dell’autorità e sua origine divina

26. La convivenza fra gli esseri umani non può essere ordinata e feconda se in essa non è presente un’autorità che assicuri l’ordine e contribuisca all’attuazione del bene comune in grado sufficiente.

Tale autorità, come insegna san Paolo, deriva da Dio: "Non vi è infatti autorità se non da Dio" (Rm 13,1-6). Il quale testo dell’Apostolo viene commentato nei seguenti termini da san Giovanni Crisostomo: "Che dici? Forse ogni singolo governante è costituito da Dio? No, non dico questo: qui non si tratta infatti di singoli governanti, ma del governare in se stesso. Ora il fatto che esista l’autorità e che vi sia chi comanda e chi obbedisce, non proviene dal caso, ma da una disposizione della Provvidenza divina" [22]. Iddio, infatti, ha creato gli esseri umani sociali per natura; e poiché non vi può essere "società che si sostenga, se non c’è chi sovrasti gli altri, muovendo ognuno con efficacia ed unità di mezzi verso un fine comune, ne segue che alla convivenza civile è indispensabile l’autorità che regga; la quale, non altrimenti che la società, è da natura, e perciò stesso viene da Dio" [23].

27. L’autorità non è una forza incontrollata: è invece la facoltà di comandare secondo ragione. Trae quindi la virtù di obbligare dall’ordine morale: il quale si fonda in Dio, che ne è il primo principio e l’ultimo fine. "Lo stesso ordine assoluto degli esseri e dei fini che mostra l’uomo come persona autonoma, vale a dire soggetto di doveri e di diritti inviolabili, radice e termine della sua vita sociale, abbraccia anche lo Stato come società necessaria, rivestita dall’autorità, senza la quale non potrebbe né esistere, né vivere... E poiché quell’ordine assoluto, alla luce della sana ragione, e segnatamente della fede cristiana, non può avere altra origine che in un Dio personale, nostro Creatore, ne consegue che la dignità dell’autorità politica è la dignità della sua partecipazione all’autorità di Dio" [24].

28. L’autorità che si fonda solo o principalmente sulla minaccia o sul timore di pene o sulla promessa e attrattiva di premi, non muove efficacemente gli esseri umani all’attuazione del bene comune; e se anche, per ipotesi, li movesse, ciò non sarebbe conforme alla loro dignità di persone, e cioè di esseri ragionevoli e liberi. L’autorità è, soprattutto, una forza morale; deve, quindi, in primo luogo, fare appello alla coscienza, al dovere cioè che ognuno ha di portare volonterosamente il suo contributo al bene di tutti. Sennonché gli esseri umani sono tutti uguali per dignità naturale: nessuno di esso può obbligare gli altri interiormente. Soltanto Dio lo può, perché egli solo vede e giudica gli atteggiamenti che si assumono nel segreto del proprio spirito.

29. L’autorità umana pertanto può obbligare moralmente soltanto se è in rapporto intrinseco con l’autorità di Dio, ed è una partecipazione di essa [25].

In tal modo è pure salvaguardata la dignità personale dei cittadini, giacché la loro obbedienza ai poteri pubblici non è sudditanza di uomo a uomo, ma nel suo vero significato è un atto di omaggio a Dio creatore e provvido, il quale ha disposto che i rapporti della convivenza siano regolati secondo un ordine da lui stesso stabilito; e rendendo omaggio a Dio, non ci si umilia, ma ci si eleva e ci si nobilita, giacché servire Deo regnare est. [26].

30. L’autorità, come si è detto, è postulata dall’ordine morale e deriva da Dio. Qualora pertanto le sue leggi o autorizzazioni siano in contrasto con quell’ordine, e quindi in contrasto con la volontà di Dio, esse non hanno forza di obbligare la coscienza, poiché "bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini"; (At 5,29) in tal caso, anzi, l’autorità cessa di essere tale e degenera in sopruso. "La legge umana in tanto è tale in quanto è conforme alla retta ragione e quindi deriva dalla legge eterna. Quando invece una legge è in contrasto con la ragione, la si denomina legge iniqua; in tal caso però cessa di essere legge e diviene piuttosto un atto di violenza" [27].

31. Tuttavia per il fatto che l’autorità deriva da Dio, non ne segue che gli esseri umani non abbiano la libertà di scegliere le persone investite del compito di esercitarla; come pure di determinare le strutture di poteri pubblici, e gli ambiti entro cui e i metodi secondo i quali l’autorità va esercitata. Per cui la dottrina sopra esposta è pienamente conciliabile con ogni sorta di regimi genuinamente democratici [28].

L’attuazione del bene comune: ragione d’essere dei poteri pubblici

32. Tutti gli esseri umani e tutti i corpi intermedi sono tenuti a portare il loro specifico contributo all’attuazione del bene comune. Ciò comporta che perseguano i propri interessi in armonia con le sue esigenze; e adducano, allo stesso scopo, gli apporti — in beni e servizi — che le legittime autorità stabiliscono, secondo criteri di giustizia, nella debita forma e nell’ambito della propria competenza; e cioè con atti formalmente perfetti e i cui contenuti siano moralmente buoni o, almeno, ordinabili al bene.

Però l’attuazione del bene comune costituisce la stessa ragione di essere dei poteri pubblici; i quali sono tenuti ad attuarlo nel riconoscimento e nel rispetto dei suoi elementi essenziali e secondo contenuti postulati dalle situazioni storiche [29].

Aspetti fondamentali del bene comune

33. Vanno certamente considerati come elementi del bene comune le caratteristiche etniche che contraddistinguono i vari gruppi umani [30]. Però quei valori e quelle caratteristiche non esauriscono il contenuto del bene comune. Il quale nei suoi aspetti essenziali e più profondi non può essere concepito in termini dottrinali e meno ancora determinato nei suoi contenuti storici che avendo riguardo all’uomo, essendo esso un oggetto essenzialmente correlativo alla natura umana [31].

34. In secondo luogo quello comune è un bene a cui hanno diritto di partecipare tutti i membri di una comunità politica, anche se in grado diverso a seconda dei loro compiti, meriti e condizioni. I poteri pubblici quindi sono tenuti a promuoverlo a vantaggio di tutti senza preferenza per alcuni cittadini o per alcuni gruppi di essi, come insegna il nostro predecessore Leone XIII. "Né in veruna guisa si deve far sì che la civile autorità serva all’interesse di uno o di pochi, essendo essa invece stabilita a vantaggio di tutti" [32]. Però ragioni di giustizia e di equità possono talvolta esigere che i poteri pubblici abbiano speciali riguardi per le membra più deboli del corpo sociale, trovandosi esse in condizioni di inferiorità nel far vedere i loro diritti e nel perseguire i loro legittimi interessi [33].

35. Ma qui dobbiamo richiamare l’attenzione sul fatto che il bene comune ha attinenza a tutto l’uomo: tanto ai bisogni del suo corpo che alle esigenze del suo spirito. Per cui i poteri pubblici si devono adoperare ad attuarlo nei modi e nei gradi che ad essi convengono; in maniera tale però da promuovere simultaneamente, nel riconoscimento e nel rispetto della gerarchia dei valori, tanto la prosperità materiale che i beni spirituali [34].

I principi sono indicati in perfetta armonia con quanto abbiamo esposto nella Mater et magistra: "il bene comune consiste nell’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo integrale della loro persona" [35].

Ma gli esseri umani, composti di corpo e di anima immortale, non esauriscono la loro esistenza né conseguono la loro perfetta felicità nell’ambito del tempo. Per cui il bene comune va attuato in modo non solo da non porre ostacoli, ma da servire altresì al raggiungimento del loro fine ultraterreno ed eterno [36].

Compiti dei poteri pubblici e diritti e doveri della persona

36. Nell’epoca moderna l’attuazione del bene comune trova la sua indicazione di fondo nei diritti e nei doveri della persona. Per cui i compiti precipui dei poteri pubblici consistono, soprattutto, nel riconoscere, rispettare, comporre, tutelare e promuovere quei diritti; e nel contribuire, di conseguenza, a rendere più facile l’adempimento dei rispettivi doveri. "Tutelare l’intangibile campo dei diritti della persona umana e renderle agevole il compito dei suoi doveri vuol essere ufficio essenziale di ogni pubblico potere" [37].

Per cui ogni atto dei poteri pubblici, che sia od implichi un misconoscimento o una violazione di quei diritti, è un atto contrastante con la stessa loro ragione di essere e rimane per ciò stesso destituito d’ogni valore giuridico [38].

Armonica composizione ed efficace tutela dei diritti e doveri della persona

37. È quindi compito fondamentale dei poteri pubblici disciplinare e comporre armonicamente i rapporti tra gli esseri umani in maniera che l’esercizio dei diritti negli uni non costituisca un ostacolo o una minaccia per l’esercizio degli stessi diritti negli altri, e si accompagni all’adempimento dei rispettivi doveri; ed è ancora compito loro tutelare efficacemente o ripristinare l’esercizio di tali diritti [39].

Dovere di promuovere i diritti della persona

38. È inoltre un’esigenza del bene comune che i poteri pubblici contribuiscano positivamente alla creazione di un ambiente umano nel quale a tutti i membri del corpo sociale sia reso possibile e facilitato l’effettivo esercizio degli accennati diritti, come pure l’adempimento dei rispettivi doveri. Infatti l’esperienza attesta che qualora manchi una appropriata azione dei poteri pubblici, gli squilibri economici, sociali e culturali tra gli esseri umani tendono, soprattutto nell’epoca nostra, ad accentuarsi; di conseguenza i fondamentali diritti della persona rischiano di rimanere privi di contenuto; e viene compromesso l’adempimento dei rispettivi doveri.

39. È perciò indispensabile che i poteri pubblici si adoperino perché allo sviluppo economico si adegui il progresso sociale; e quindi perché siano sviluppati, in proporzione dell’efficienza dei sistemi produttivi, i servizi essenziali, quali: la viabilità, i trasporti, le comunicazioni, l’acqua potabile, l’abitazione, l’assistenza sanitaria, l’istruzione, condizioni idonee per la vita religiosa, i mezzi ricreativi. E devono anche provvedere a che si dia vita a sistemi assicurativi in maniera che, al verificarsi di eventi negativi o di eventi che comportino maggiori responsabilità familiari, ad ogni essere umano non vengano meno i mezzi necessari ad un tenore di vita dignitoso; come pure affinché a quanti sono in grado di lavorare sia offerta una occupazione rispondente alle loro capacità; la rimunerazione del lavoro sia determinata secondo criteri di giustizia e di equità; ai lavoratori, nei complessi produttivi, sia acconsentito svolgere le proprie attività in attitudine di responsabilità; sia facilitata la istituzione dei corpi intermedi che rendono più articolata e più feconda la vita sociale; sia resa accessibile a tutti, nei modi e gradi opportuni, la partecipazione ai beni della cultura.

Equilibrio fra le due forme di intervento dei poteri pubblici

40. Il bene comune esige che i poteri pubblici, nei confronti dei diritti della persona, svolgano una duplice azione: l’una diretta a comporre e tutelare quei diritti, l’altra a promuoverli. In materia però va posta la più vigilante attenzione perché le due azioni siano saggiamente contemperate. Si deve quindi evitare che, attraverso la preferenza data alla tutela dei diritti di alcuni individui o gruppi sociali, si creino posizioni di privilegio; e si deve pure evitare che, nell’intento di promuovere gli accennati diritti, si arrivi all’assurdo risultato di ridurre eccessivamente o renderne impossibile il genuino esercizio. "Dev’essere sempre riaffermato il principio che la presenza dello Stato in campo economico non va attuata per ridurre sempre più la sfera di libertà della iniziativa personale dei singoli cittadini, ma per garantire a quella sfera la maggiore ampiezza possibile, nell’effettiva tutela, per tutti e per ciascuno, dei diritti essenziali della persona" [40].

Allo stesso principio devono ispirarsi i poteri pubblici nello svolgimento della loro multiforme azione diretta a promuovere l’esercizio di diritti e a renderne meno arduo l’adempimento di doveri in tutti i settori della vita sociale.

Struttura e funzionamento dei poteri pubblici

41. Non si può stabilire, una volta per sempre, qual è la struttura migliore secondo cui devono organizzarsi i poteri pubblici, come pure il modo più idoneo secondo il quale devono svolgere le loro specifiche funzioni, e cioè la funzione legislativa, amministrativa, giudiziaria.

Giacché la struttura e il funzionamento dei poteri pubblici non possono non essere in relazione con le situazioni storiche delle rispettive comunità politiche: situazioni che variano nello spazio e mutano nel tempo. Però riteniamo rispondente ad esigenze insite nella stessa natura degli uomini l’organizzazione giuridico-politica della comunità umana, fondata su una conveniente divisione dei poteri in corrispondenza alle tre specifiche funzioni dell’autorità pubblica. In essa infatti la sfera di competenza e il funzionamento dei poteri pubblici sono definiti in termini giuridici; e in termini giuridici sono pure disciplinati i rapporti fra semplici cittadini e funzionari. Ciò costituisce un elemento di garanzia a favore dei cittadini nell’esercizio dei loro diritti e nell’adempimento dei loro doveri.

42. Però affinché l’accennata organizzazione giuridica-politica delle comunità umane arrechi i vantaggi che le sono propri, è indispensabile che i poteri pubblici si adeguino nei metodi e nei mezzi alla natura e complessità dei problemi che sono chiamati a risolvere nell’ambiente in cui operano; ed è pure indispensabile che ognuno di essi svolga la propria funzione in modo pertinente. Ciò comporta che il potere legislativo si muova nell’ambito dell’ordine morale e della norma costituzionale, e interpreti obiettivamente le esigenze del bene comune nell’incessante evolversi delle situazioni; che il potere esecutivo applichi le leggi con saggezza nella piena conoscenza delle medesime e in una valutazione serena dei casi concreti; che il potere giudiziario amministri la giustizia con umana imparzialità, inflessibile di fronte alle pressioni di qualsivoglia interesse di parte, e comporta pure che i singoli cittadini e i corpi intermedi, nell’esercizio dei loro doveri, godano di una tutela giuridica efficace tanto nei loro vicendevoli rapporti che nei confronti dei funzionari pubblici [41].

Ordinamento giuridico e coscienza morale

43. Un ordinamento giuridico in armonia con l’ordine morale e rispondente al grado di maturità della comunità politica, di cui è espressione, costituisce, non v’è dubbio, un elemento fondamentale per l’attuazione del bene comune.

Però la vita sociale, nei nostri tempi, è così varia, complessa e dinamica, che gli ordinamenti giuridici, anche se elaborati con competenza consumata e lungimirante avvedutezza, sono sempre inadeguati.

Inoltre i rapporti fra i singoli esseri umani; fra i singoli esseri umani e i corpi intermedi da una parte, e i poteri pubblici dall’altra; come pure i rapporti fra gli stessi poteri pubblici nell’interno della compagine statale, presentano zone spesso così delicate e nevralgiche, che non sono suscettibili di essere disciplinate con quadri giuridici ben definiti. Per cui le persone investite di autorità per essere, nello stesso tempo, fedeli agli ordinamenti giuridici esistenti, considerati nei loro elementi e nella loro ispirazione di fondo, e aperti alle istanze che salgono dalla vita sociale; come pure per adeguare gli ordinamenti giuridici all’evolversi delle situazioni e risolvere, nel modo migliore, i sempre nuovi problemi, devono avere idee chiare sulla natura e sull’ampiezza dei loro compiti; e devono essere persone di grande equilibrio e di spiccata dirittura morale, fornite di intuito pratico, per interpretare con rapidità e obiettivamente i casi concreti, e di volontà decisa e vigorosa per agire con tempestività ed efficacia.

La partecipazione dei cittadini alla vita pubblica

44. È un’esigenza della loro dignità di persone che gli esseri umani prendano parte attiva alla vita pubblica, anche se le forme con cui vi partecipano sono necessariamente legate al grado di maturità umana raggiunto dalla comunità politica di cui sono membri e in cui operano.

Attraverso la partecipazione alla vita pubblica si aprono agli esseri umani nuovi e vasti campi di bene, mentre i frequenti contatti fra cittadini e funzionari pubblici rendono a questi meno arduo cogliere le esigenze obiettive del bene comune; e l’avvicendarsi dei titolari nei poteri pubblici impedisce il loro logorio e assicura il loro rinnovarsi in rispondenza dell’evolversi sociale.

Segni dei tempi

45. Nell’organizzazione giuridica delle comunità politiche nell’epoca moderna, si riscontra anzitutto la carta dei diritti fondamentali degli esseri umani: carta che viene, non di rado, inserita nelle costituzioni o che forma parte integrante di esse.

In secondo luogo si tende pure a fissare in termini giuridici, per mezzo della compilazione di un documento denominato costituzione, le vie attraverso le quali si formano i poteri pubblici; come pure i loro reciproci rapporti, le sfere di loro competenza, i modi o metodi secondo cui sono tenuti a procedere nel porre in essere i loro atti.

Si stabiliscono, quindi, in termini di diritti e di doveri i rapporti tra i cittadini e i poteri pubblici; e si ascrive ai poteri pubblici il compito preminente di riconoscere, rispettare, comporre armonicamente, tutelare e promuovere i diritti e i doveri dei cittadini.

Certo non può essere accettata come vera la posizione dottrinale di quanti erigono la volontà degli esseri umani, presi individualmente o comunque raggruppati, a fonte prima ed unica donde scaturiscono diritti e doveri, donde promana tanto l’obbligatorietà delle costituzioni che l’autorità dei poteri pubblici [42].

46. Però le tendenze, di cui si è fatto cenno, sono pure un segno indubbio che gli esseri umani, nell’epoca moderna, hanno acquistato una coscienza più viva della propria dignità: coscienza che, mentre li sospinge a prendere parte attiva alla vita pubblica, esige pure che i diritti della persona — diritti inalienabili e inviolabili — siano riaffermati negli ordinamenti giuridici positivi; ed esige inoltre che i poteri pubblici siano formati con procedimenti stabiliti da norme costituzionali, ed esercitino le loro specifiche funzioni nell’ambito di quadri giuridici.



III

RAPPORTI FRA LE
COMUNITÀ POLITICHE

Soggetti di diritti e di doveri

47. Riaffermiamo noi pure quello che costantemente hanno insegnato i nostri predecessori: le comunità politiche, le une rispetto alle altre, sono soggetti di diritti e di doveri; per cui anche i loro rapporti vanno regolati nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante, nella libertà. La stessa legge morale, che regola i rapporti fra i singoli esseri umani, regola pure i rapporti tra le rispettive comunità politiche.

Ciò non è difficile a capirsi quando si pensi che le persone che rappresentano le comunità politiche, mentre operano in nome e per l’interesse delle medesime, non possono venire meno alla propria dignità; e quindi non possono violare la legge della propria natura, che è la legge morale.

Sarebbe del resto assurdo anche solo il pensare che gli uomini, per il fatto che vengono preposti al governo della cosa pubblica, possano essere costretti a rinunciare alla propria umanità; quando invece sono scelti a quell’alto compito perché considerati membra più ricche di qualità umane e fra le migliori del corpo sociale.

Inoltre, l’autorità è un’esigenza dell’ordine morale nella società umana; non può quindi essere usata contro di esso, e se lo fosse, nello stesso istante cesserebbe di essere tale; perciò ammonisce il Signore: "udite pertanto voi, o re, e ponete mente, imparate voi che giudicate tutta la terra. Porgete le orecchie voi che avete il governo dei popoli, e vi gloriate di aver soggette molte nazioni: la potestà è stata data a voi dal Signore e la dominazione dall’Altissimo, il quale disaminerà le opere vostre, e sarà scrutatore dei pensieri" (Sap 6,2-4).

48. Infine è pure da ricordare che anche nella regolazione dei rapporti fra le comunità politiche, l’autorità va esercitata per attuare il bene comune, che costituisce la sua ragione di essere. Elemento però fondamentale del bene comune è il riconoscimento e il rispetto dell’ordine morale. "L’ordine tra le comunità politiche ha da essere innalzato sulla rupe incrollabile e immutabile della legge morale, manifestata dal Creatore stesso per mezzo dell’ordine naturale e da lui scolpita nei cuori degli uomini con caratteri incancellabili... Quale faro splendente, essa deve, coi raggi dei suoi principi, dirigere il corso dell’operosità degli uomini e degli Stati, i quali avranno da seguirne le ammonitrici, salutari e proficue segnalazioni, se non vorranno condannare alla bufera e al naufragio ogni lavoro e sforzo per stabilire un nuovo ordinamento" [43].

Nella verità

49. I rapporti fra le comunità politiche vanno regolati nella verità. La quale esige anzitutto che da quei rapporti venga eliminata ogni traccia di razzismo; e venga quindi riconosciuto il principio che tutte le comunità politiche sono uguali per dignità di natura; per cui ognuna di esse ha il diritto all’esistenza, al proprio sviluppo, ai mezzi idonei per attuarlo, ad essere la prima responsabile nell’attuazione del medesimo; e ha pure il diritto alla buona reputazione e ai dovuti onori.

Fra gli esseri umani molto spesso sussistono differenze, anche spiccate, nel sapere, nella virtù, nelle capacità inventive, nel possesso di beni materiali. Ma ciò non può mai giustificare il proposito di far pesare la propria superiorità sugli altri; piuttosto costituisce una sorgente di maggiore responsabilità nell’apporto che ognuno e tutti devono addurre alla vicendevole elevazione.

Così le comunità politiche possono differire tra loro nel grado di cultura e di civiltà o di sviluppo economico; però ciò non può mai giustificare il fatto che le une facciano valere ingiustamente la loro superiorità sulle altre; piuttosto può costituire un motivo perché si sentano più impegnate nell’opera per la comune ascesa.

50. Non ci sono esseri umani superiori per natura ed esseri umani inferiori per natura; ma tutti gli esseri umani sono uguali per dignità naturale. Di conseguenza non ci sono neppure comunità politiche superiori per natura e comunità politiche inferiori per natura: tutte le comunità politiche sono uguali per dignità naturale, essendo esse dei corpi le cui membra sono gli stessi esseri umani. Né va quindi dimenticato che i popoli, a ragione, sono sensibilissimi in materia di dignità e di onore.

Inoltre la verità esige che nelle molteplici iniziative rese possibili dai progressi moderni nei mezzi espressivi — iniziative attraverso le quali si diffonde la mutua conoscenza fra i popoli — ci si ispiri a serena obiettività: il che non esclude che sia legittima nei popoli una preferenza di far conoscere gli aspetti positivi della loro vita. Vanno però respinti i metodi di informazione con i quali, venendo meno alla verità, si lede ingiustamente la riputazione di questo o di quel popolo [44].

Secondo giustizia

51. I rapporti fra le comunità politiche vanno inoltre regolati secondo giustizia: il che comporta, oltre che il riconoscimento dei vicendevoli diritti, l’adempimento dei rispettivi doveri.

Le comunità politiche hanno il diritto all’esistenza, al proprio sviluppo, ai mezzi idonei per attuarlo: ad essere le prime artefici nell’attuazione del medesimo; ed hanno pure il diritto alla buona riputazione e ai debiti onori: di conseguenza e simultaneamente le stesse comunità politiche hanno pure il dovere di rispettare ognuno di quei diritti; e di evitare quindi le azioni che ne costituiscono una violazione. Come nei rapporti tra i singoli esseri umani, agli uni non è lecito perseguire i propri interessi a danno degli altri, così nei rapporti fra le comunità politiche, alle une non è lecito sviluppare se stesse comprimendo od opprimendo le altre. Cade qui opportuno il detto di sant’Agostino: "Abbandonata la giustizia, a che si riducono i regni, se non a grandi latrocini?" [45].

Certo, anche tra le comunità politiche possono sorgere e di fatto sorgono contrasti di interessi; però i contrasti vanno superati e le rispettive controversie risolte, non con il ricorso alla forza, con la frode o con l’inganno, ma, come si addice agli esseri umani, con la reciproca comprensione, attraverso valutazioni serenamente obiettive e l’equa composizione.

Il trattamento delle minoranze

52. Dal XIX secolo una tendenza di fondo assai estesa nell’evolversi storico è che le comunità politiche si adeguano a quelle nazionali. Però, per un insieme di cause, non sempre riesce di far coincidere i confini geografici con quelli etnici: ciò dà origine al fenomeno delle minoranze e ai rispettivi complessi problemi.

Va affermato nel modo più esplicito che una azione diretta a comprimere e a soffocare il flusso vitale delle minoranze è grave violazione della giustizia; e tanto più lo è quando viene svolta per farle scomparire.

Risponde invece ad un’esigenza di giustizia che i poteri pubblici portino il loro contributo nel promuovere lo sviluppo umano delle minoranze, con misure efficaci a favore della loro lingua, della loro cultura, del loro costume, delle loro risorse ed iniziative economiche [46].

53. Qui però va rilevato che i membri delle minoranze, come conseguenza di una reazione al loro stato attuale o a causa delle loro vicende storiche, possono essere portati, non di rado, ad accentuare l’importanza degli elementi etnici, da cui sono caratterizzati, fino a porli al di sopra dei valori umani; come se ciò che è proprio dell’umanità fosse in funzione di ciò che e proprio della nazione. Mentre saggezza vorrebbe che sapessero pure apprezzare gli aspetti positivi di una condizione che consente loro l’arricchimento di se stessi con l’assimilazione graduale e continuata di valori propri di tradizioni o civiltà differenti da quella alla quale essi appartengono. Ciò però si verificherà soltanto se essi sapranno essere come un ponte che facilita la circolazione della vita nelle sue varie espressioni fra le differenti tradizioni o civiltà, e non invece una zona di attrito che arreca danni innumerevoli e determina ristagni o involuzioni.

Solidarietà operante

54. I rapporti tra le comunità politiche vanno regolati nella verità e secondo giustizia; ma quei rapporti vanno pure vivificati dall’operante solidarietà attraverso le mille forme di collaborazione economica, sociale, politica, culturale, sanitaria, sportiva: forme possibili e feconde nella presente epoca storica. In argomento occorre sempre considerare che la ragione d’essere dei poteri pubblici non è quella di chiudere e comprimere gli esseri umani nell’ambito delle rispettive comunità politiche; è invece quella di attuare il bene comune delle stesse comunità politiche; il quale bene comune però va concepito e promosso come una componente del bene comune dell’intera famiglia umana.

Ciò importa non solo che le singole comunità politiche perseguano i propri interessi senza danneggiarsi le une le altre, ma che mettano pure in comune l’opera loro quando ciò sia indispensabile per il raggiungimento di obiettivi altrimenti non raggiungibili: nel qual caso però occorre usare ogni riguardo perché ciò che torna di utilità ad un gruppo di comunità politiche non sia di nocumento ad altre, ma abbia anche su esse riflessi positivi.

Il bene comune universale inoltre esige che le comunità politiche favoriscano gli scambi, in ogni settore, fra i rispettivi cittadini e i rispettivi corpi intermedi.

55. Sulla terra esiste un numero rilevante di gruppi etnici, più o meno accentuatamente differenziati l’uno dall’altro. Però gli elementi che caratterizzano un gruppo etnico non devono trasformarsi in uno scompartimento stagno in cui degli esseri umani vengano impediti di comunicare con gli esseri umani appartenenti a gruppi etnici differenti: ciò sarebbe in stridente contrasto con un’epoca come la nostra, nella quale le distanze tra i popoli sono state quasi eliminate. Né va dimenticato che se, in virtù delle proprie peculiarità etniche, gli esseri umani si distinguono gli uni dagli altri, posseggono però elementi essenziali comuni, e sono portati per natura a incontrarsi nel mondo dei valori spirituali, la cui progressiva assimilazione apre ad essi possibilità di perfezionamento senza limiti. Deve quindi essere loro riconosciuto il diritto e il dovere di vivere in comunione gli uni con gli altri.

Equilibrio tra popolazione, terra e capitali

56. Come è noto, vi sono sulla terra paesi che abbondano di terreni coltivabili e scarseggiano di uomini; in altri paesi invece non vi è proporzione tra le ricchezze naturali e i capitali a disposizione. Ciò pure domanda che i popoli instaurino rapporti di mutua collaborazione, facilitando tra essi la circolazione di capitali, di beni, di uomini [47].

Qui crediamo opportuno di osservare che, ogniqualvolta è possibile, pare che debba essere il capitale a cercare il lavoro e non viceversa.

In tal modo si offrono a molte persone possibilità concrete di crearsi un avvenire migliore senza essere costrette a trapiantarsi dal proprio ambiente in un altro; il che è quasi impossibile che si verifichi senza schianti dolorosi, e senza difficili periodi di riassestamento umano o di integrazione sociale.

Il problema dei profughi politici

57. Il sentimento di universale paternità che il Signore ha acceso nel nostro animo, ci fa sentire profonda amarezza nel considerare il fenomeno dei profughi politici: fenomeno che ha assunto proporzioni ampie e che nasconde sempre innumerevoli e acutissime sofferenze.

Esso sta purtroppo a indicare come vi sono regimi politici che non assicurano alle singole persone una sufficiente sfera di libertà, entro cui al loro spirito sia consentito respirare con ritmo umano; anzi in quei regimi è messa in discussione o addirittura misconosciuta la legittimità della stessa esistenza di quella sfera. Ciò, non v’è dubbio, rappresenta una radicale inversione nell’ordine della convivenza, giacché la ragione di essere dei poteri pubblici è quella di attuare il bene comune, di cui elemento fondamentale è riconoscere quella sfera di libertà e assicurarne l’immunità.

Non è superfluo ricordare che i profughi politici sono persone; e che a loro vanno riconosciuti tutti i diritti inerenti alla persona: diritti che non vengono meno quando essi siano stati privati della cittadinanza nelle comunità politiche di cui erano membri.

Fra i diritti inerenti alla persona vi è pure quello di inserirsi nella comunità politica in cui si ritiene di potersi creare un avvenire per sé e per la propria famiglia; di conseguenza quella comunità politica, nei limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso, ha il dovere di permettere quell’inserimento, come pure di favorire l’integrazione in se stessa delle nuove membra.

58. Siamo lieti di cogliere l’occasione per esprimere il nostro sincero apprezzamento per tutte le iniziative suscitate e promosse dalla solidarietà umana e dall’amore cristiano allo scopo di rendere meno doloroso il trapianto di persone da un corpo sociale ad un altro.

E ci sia pure consentito di segnalare all’attenzione e alla gratitudine di ogni animo retto la multiforme opera che in un campo tanto delicato svolgono istituzioni internazionali specializzate.

Disarmo

59. Ci è pure doloroso costatare come nelle comunità politiche economicamente più sviluppate si siano creati e si continuano a creare armamenti giganteschi; come a tale scopo venga assorbita una percentuale altissima di energie spirituali e di risorse economiche; gli stessi cittadini di quelle comunità politiche siano sottoposti a sacrifici non lievi; mentre altre comunità politiche vengono, di conseguenza, private di collaborazioni indispensabili al loro sviluppo economico e al loro progresso sociale.

Gli armamenti, come è noto, si sogliono giustificare adducendo il motivo che se una pace oggi è possibile, non può essere che la pace fondata sull’equilibrio delle forze. Quindi se una comunità politica si arma, le altre comunità politiche devono tenere il passo ed armarsi esse pure. E se una comunità politica produce armi atomiche, le altre devono pure produrre armi atomiche di potenza distruttiva pari.

60. In conseguenza gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico. Inoltre va pure tenuto presente che se anche una guerra a fondo, grazie all’efficacia deterrente delle stesse armi, non avrà luogo, è giustificato il timore che il fatto della sola continuazione degli esperimenti nucleari a scopi bellici possa avere conseguenze fatali per la vita sulla terra.

Per cui giustizia, saggezza ed umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettano al bando le armi nucleari; e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci. "Non si deve permettere — proclama Pio XII — che la sciagura di una guerra mondiale con le sue rovine economiche e sociali e le sue aberrazioni e perturbamenti morali si rovesci per la terza volta sull’umanità" [48].

61. Occorre però riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità.

62. È un obiettivo reclamato dalla ragione. È evidente, o almeno dovrebbe esserlo per tutti, che i rapporti fra le comunità politiche, come quelli fra i singoli esseri umani, vanno regolati non facendo ricorso alla forza delle armi, ma nella luce della ragione; e cioè nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante.

È un obiettivo desideratissimo. Ed invero chi è che non desidera ardentissimamente che il pericolo della guerra sia eliminato e la pace sia salvaguardata e consolidata?

È un obiettivo della più alta utilità. Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana. Risuonano ancora oggi severamente ammonitrici le parole di Pio XII: "Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra" [49].

63. Perciò come vicario di Gesù Cristo, Salvatore del mondo e artefice della pace, e come interprete dell’anelito più profondo dell’intera famiglia umana, seguendo l’impulso del nostro animo, preso dall’ansia di bene per tutti, ci sentiamo in dovere di scongiurare gli uomini, soprattutto quelli che sono investiti di responsabilità pubbliche, a non risparmiare fatiche per imprimere alle cose un corso ragionevole ed umano.

Nelle assemblee più alte e qualificate considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde.

Da parte nostra non cesseremo di implorare le benedizioni di Dio sulle loro fatiche, affinché apportino risultati positivi.

Nella libertà

64. I rapporti tra le comunità politiche vanno regolati nella libertà. Il che significa che nessuna di esse ha il diritto di esercitare un’azione oppressiva sulle altre o di indebita ingerenza. Tutte invece devono proporsi di contribuire perché in ognuna sia sviluppato il senso di responsabilità, lo spirito di iniziativa, e l’impegno ad essere la prima protagonista nel realizzare la propria ascesa in tutti i campi.

L’ascesa delle comunità politiche in fase di sviluppo economico

65. Una comunanza di origine, di redenzione, di supremo destino lega tutti gli esseri umani e li chiama a formare un’unica famiglia cristiana. Per tale ragione nell’enciclica Mater et magistra abbiamo esortato le comunità politiche economicamente sviluppate a instaurare rapporti di multiforme cooperazione con le comunità politiche in via di sviluppo economico [50].

Possiamo ora costatare con soddisfazione che il nostro appello ha riscosso una larga favorevole accoglienza; e ci arride la speranza che ancor più per l’avvenire esso contribuisca a far sì che i paesi meno provvisti di beni pervengano, nel tempo più breve possibile, ad un grado di sviluppo economico che consenta ad ogni cittadino di vivere in condizioni rispondenti alla propria dignità di persona.

66. Ma non è mai abbastanza ripetuto che la cooperazione, di cui si è fatto cenno, va attuata nel più grande rispetto per la libertà delle comunità politiche in fase di sviluppo. Le quali comunità è necessario che siano e si sentano le prime responsabili e le principali artefici nell’attuazione del loro sviluppo economico e del loro progresso sociale.

Già il nostro predecessore Pio XII proclamava che "nel campo di un nuovo ordinamento fondato sui principi morali non vi è posto per la lesione della libertà, dell’integrità e della sicurezza di altre nazioni, qualunque sia la loro estensione territoriale o la loro capacità di difesa. Se è inevitabile che i grandi Stati, per le loro maggiori possibilità e la loro potenza, traccino il cammino per la costituzione di gruppi economici fra essi e le nazioni più piccole e deboli, è nondimeno incontestabile — come di tutti, nell’ambito dell’interesse generale — il diritto di queste al rispetto della loro libertà nel campo politico, alla efficace custodia di quella neutralità nelle contese tra gli Stati, che loro spetta secondo il gius naturale e delle genti, alla tutela del loro sviluppo economico, giacché soltanto in tal guisa potranno conseguire adeguatamente il bene comune, il benessere materiale e spirituale del proprio popolo" [51]. Pertanto le comunità politiche economicamente sviluppate, nel prestare la loro multiforme opera, sono tenute al riconoscimento e al rispetto dei valori morali e delle peculiarità etniche proprie delle comunità in fase di sviluppo economico; come pure ad agire senza propositi di predominio politico; in tal modo portano "un contributo prezioso alla formazione di una comunità mondiale nella quale tutti i membri siano soggetti consapevoli dei propri doveri e dei propri diritti, operanti in rapporto di uguaglianza all’attuazione del bene comune universale" [52].

Segni dei tempi

67. Si diffonde sempre più tra gli esseri umani la persuasione che le eventuali controversie tra i popoli non debbono essere risolte con il ricorso alle armi; ma invece attraverso il negoziato.

Vero è che sul terreno storico quella persuasione è piuttosto in rapporto con la forza terribilmente distruttiva delle armi moderne; ed è alimentata dall’orrore che suscita nell’animo anche solo il pensiero delle distruzioni immani e dei dolori immensi che l’uso di quelle armi apporterebbe alla famiglia umana; per cui riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia.

Però tra i popoli, purtroppo, spesso regna ancora la legge del timore. Ciò li sospinge a profondere spese favolose in armamenti: non già, si afferma — né vi è motivo per non credervi — per aggredire, ma per dissuadere gli altri dall’aggressione.

È lecito tuttavia sperare che gli uomini, incontrandosi e negoziando, abbiano a scoprire meglio i vincoli che li legano, provenienti dalla loro comune umanità e abbiano pure a scoprire che una fra le più profonde esigenze della loro comune umanità è che tra essi e tra i rispettivi popoli regni non il timore, ma l’amore: il quale tende ad esprimersi nella collaborazione leale, multiforme, apportatrice di molti beni.



IV

RAPPORTI DEGLI ESSERI UMANI
E DELLE COMUNITÀ POLITICHE
CON LA COMUNITÀ MONDIALE

Interdipendenza tra le comunità politiche

68. I recenti progressi delle scienze e delle tecniche incidono profondamente sugli esseri umani, sollecitandoli a collaborare tra loro e orientandoli verso una convivenza unitaria a raggio mondiale. Si è infatti intensamente accentuata la circolazione delle idee, degli uomini, delle cose. Per cui sono aumentati enormemente e si sono infittiti i rapporti tra i cittadini, le famiglie, i corpi intermedi appartenenti a diverse comunità politiche; come pure fra i poteri pubblici delle medesime. Mentre si approfondisce l’interdipendenza tra le economie nazionali: le une si inseriscono progressivamente sulle altre fino a diventare ciascuna quasi parte integrante di un’unica economia mondiale; e il progresso sociale, l’ordine, la sicurezza, e la pace all’interno di ciascuna comunità politica è in rapporto vitale con il progresso sociale, l’ordine, la sicurezza, la pace di tutte le altre comunità politiche.

Nessuna comunità politica oggi è in grado di perseguire i suoi interessi e di svilupparsi chiudendosi in se stessa; giacché il grado della sua prosperità e del suo sviluppo sono pure il riflesso ed una componente del grado di prosperità e dello sviluppo di tutte le altre comunità politiche.

Insufficienza dell’attuale organizzazione dell’autorità pubblica nei confronti del bene comune universale

69. L’unità della famiglia umana è esistita in ogni tempo, giacché essa ha come membri gli esseri umani che sono tutti uguali per dignità naturale. Di conseguenza esisterà sempre l’esigenza obiettiva all’attuazione, in grado sufficiente, del bene comune universale, e cioè del bene comune della intera famiglia umana.

Nei tempi passati si poteva, a ragione, ritenere che i poteri pubblici delle differenti comunità politiche potessero essere in grado di attuare il bene comune universale; o attraverso le normali vie diplomatiche o con incontri a più alto livello, utilizzando gli strumenti giuridici, quali, ad esempio, le convenzioni e i trattati: strumenti giuridici suggeriti dal diritto naturale, e determinati dal diritto delle genti e dal diritto internazionale.

70. In seguito alle profonde trasformazioni intervenute nei rapporti della convivenza umana, da una parte il bene comune universale solleva problemi complessi, gravissimi, estremamente urgenti, specialmente per ciò che riguarda la sicurezza e la pace mondiale; dall’altra parte i poteri pubblici delle singole comunità politiche, posti come sono su un piede di uguaglianza giuridica tra essi, per quanto moltiplichino i loro incontri e acuiscano la loro ingegnosità nell’elaborare nuovi strumenti giuridici, non sono più in grado di affrontare e risolvere gli accennati problemi adeguatamente: e ciò non tanto per mancanza di buona volontà o di iniziativa, ma a motivo di una loro deficienza strutturale.

Si può dunque affermare che sul terreno storico è venuta meno la rispondenza fra l’attuale organizzazione e il rispettivo funzionamento del principio autoritario operante su piano mondiale e le esigenze obiettive del bene comune universale.

Rapporto fra contenuti storici del bene comune e struttura e funzionamento dei poteri pubblici

71. Esiste un rapporto intrinseco fra i contenuti storici del bene comune da una parte e la configurazione e il funzionamento dei poteri pubblici dall’altra. L’ordine morale, cioè, come esige l’autorità pubblica nella convivenza per l’attuazione del bene comune, di conseguenza esige pure che l’autorità a tale scopo sia efficiente. Ciò postula che gli organi nei quali l’autorità prende corpo, diviene operante e persegue il suo fine siano strutturali e agiscano in maniera da essere idonei a tradurre nella realtà i contenuti nuovi che il bene comune viene assumendo nell’evolversi storico della convivenza.

Il bene comune universale pone ora problemi a dimensioni mondiali che non possono essere adeguatamente affrontati e risolti che ad opera di poteri pubblici aventi ampiezza, strutture e mezzi delle stesse proporzioni; di poteri pubblici cioè, che siano in grado di operare in modo efficiente su piano mondiale. Lo stesso ordine morale quindi domanda che tali poteri vengano istituiti.

Poteri pubblici istituiti di comune accordo e non imposti con la forza

72. I poteri pubblici, aventi autorità su piano mondiale e dotati di mezzi idonei a perseguire efficacemente gli obiettivi che costituiscono i contenuti concreti del bene comune universale, vanno istituiti di comune accordo e non imposti con la forza. La ragione è che siffatti poteri devono essere in grado di operare efficacemente; però, nello stesso tempo, la loro azione deve essere informata a sincera ed effettiva imparzialità; deve cioè essere un’azione diretta a soddisfare alle esigenze obiettive del bene comune universale. Sennonché ci sarebbe certamente da temere che poteri pubblici supernazionali o mondiali imposti con la forza dalle comunità politiche più potenti non siano o non divengano strumento di interessi particolaristici; e qualora ciò non si verifichi, è assai difficile che nel loro operare risultino immuni da ogni sospetto di parzialità: il che comprometterebbe l’efficacia della loro azione.

Le comunità politiche, anche se fra esse corrano differenze accentuate nel grado di sviluppo economico e nella potenza militare, sono tutte assai sensibili quanto a parità giuridica e alla loro dignità morale. Per cui, a ragione, non facilmente si piegano ad obbedire a poteri imposti con la forza; o a poteri alla cui creazione non abbiano contribuito; o ai quali non abbiano esse stesse deciso di sottoporsi con scelte consapevoli e libere.

Il bene comune universale e i diritti della persona

73. Come il bene comune delle singole comunità politiche, così il bene comune universale non può essere determinato che avendo riguardo alla persona umana. Per cui anche i poteri pubblici della comunità mondiale devono proporsi come obiettivo fondamentale il riconoscimento, il rispetto, la tutela e la promozione dei diritti della persona: con un’azione diretta, quando il caso lo comporti; o creando un ambiente a raggio mondiale in cui sia reso più facile ai poteri pubblici delle singole comunità politiche svolgere le proprie specifiche funzioni.

Il principio di sussidiarietà

74. Come i rapporti tra individui, famiglie, corpi intermedi, e i poteri pubblici delle rispettive comunità politiche, nell’interno delle medesime, vanno regolati secondo il principio di sussidiarietà, così nella luce dello stesso principio vanno regolati pure i rapporti fra i poteri pubblici delle singole comunità politiche e i poteri pubblici della comunità mondiale. Ciò significa che i poteri pubblici della comunità mondiale devono affrontare e risolvere i problemi a contenuto economico, sociale, politico, culturale che pone il bene comune universale; problemi però che per la loro ampiezza, complessità e urgenza i poteri pubblici delle singole comunità politiche non sono in grado di affrontare con prospettiva di soluzioni positive.

I poteri pubblici della comunità mondiale non hanno lo scopo di limitare la sfera di azione ai poteri pubblici delle singole comunità politiche e tanto meno di sostituirsi ad essi; hanno invece lo scopo di contribuire alla creazione, su piano mondiale, di un ambiente nel quale i poteri pubblici delle singole comunità politiche, i rispettivi cittadini e i corpi intermedi possano svolgere i loro compiti, adempiere i loro doveri, esercitare i loro diritti con maggiore sicurezza [53].

Segni dei tempi

75. Come è noto, il 26 giugno 1945, venne costituita l’Organizzazione delle Nazione Unite (ONU); alla quale, in seguito, si collegarono gli istituti intergovernativi aventi vasti compiti internazionali in campo economico, sociale, culturale, educativo, sanitario. Le Nazioni Unite si proposero come fine essenziale di mantenere e consolidare la pace fra i popoli, sviluppando fra essi le amichevoli relazioni, fondate sui principi della uguaglianza, del vicendevole rispetto, della multiforme cooperazione in tutti i settori della convivenza.

Un atto della più alta importanza compiuto dalle Nazioni Unite è la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo approvata in assemblea generale il 10 dicembre 1948. Nel preambolo della stessa dichiarazione si proclama come un ideale da perseguirsi da tutti i popoli e da tutte le nazioni l’effettivo riconoscimento e rispetto di quei diritti e delle rispettive libertà.

Su qualche punto particolare della dichiarazione sono state sollevate obiezioni e fondate riserve. Non è dubbio però che il documento segni un passo importante nel cammino verso l’organizzazione giuridico-politica della comunità mondiale. In esso infatti viene riconosciuta, nella forma più solenne, la dignità di persona a tutti gli esseri umani; e viene di conseguenza proclamato come loro fondamentale diritto quello di muoversi liberamente nella ricerca del vero, nell’attuazione del bene morale e della giustizia; e il diritto a una vita dignitosa; e vengono pure proclamati altri diritti connessi con quelli accennati.

Auspichiamo pertanto che l’Organizzazione delle Nazioni Unite — nelle strutture e nei mezzi — si adegui sempre più alla vastità e nobiltà dei suoi compiti; e che arrivi il giorno nel quale i singoli esseri umani trovino in essa una tutela efficace in ordine ai diritti che scaturiscono immediatamente dalla loro dignità di persone; e che perciò sono diritti universali, inviolabili, inalienabili. Tanto più che i singoli esseri umani, mentre partecipano sempre più attivamente alla vita pubblica delle proprie comunità politiche, mostrano un crescente interessamento alle vicende di tutti i popoli, e avvertono con maggiore consapevolezza di essere membra vive di una comunità mondiale.



V

RICHIAMI PASTORALI

Dovere di partecipare alla vita pubblica

76. Ancora una volta ci permettiamo di richiamare i nostri figli al dovere che hanno di partecipare attivamente alla vita pubblica e di contribuire all’attuazione del bene comune della famiglia umana e della propria comunità politica; e di adoprarsi quindi, nella luce della fede e con la forza dell’amore, perché le istituzioni a finalità economiche, sociali, culturali e politiche, siano tali da non creare ostacoli, ma piuttosto facilitare o rendere meno arduo alle persone il loro perfezionamento: tanto nell’ordine naturale che in quello soprannaturale.

Competenza scientifica, capacità tecnica, esperienza professionale

77. Non basta essere illuminati dalla fede ed accesi dal desiderio del bene per penetrare di sani principi una civiltà e vivificarla nello spirito del Vangelo. A tale scopo è necessario inserirsi nelle sue istituzioni e operare validamente dal di dentro delle medesime. Però la nostra civiltà si contraddistingue soprattutto per i suoi contenuti scientifico-tecnici.

Per cui non ci si inserisce nelle sue istituzioni e non si opera con efficacia dal di dentro delle medesime se non si è scientificamente competenti, tecnicamente capaci, professionalmente esperti.

L’azione come sintesi di elementi scientifico-tecnico professionali e di valori spirituali

78. Amiamo pure richiamare all’attenzione che la competenza scientifica, la capacità tecnica, l’esperienza professionale, se sono necessarie, non sono però sufficienti per ricomporre i rapporti della convivenza in un ordine genuinamente umano; e cioè in un ordine, il cui fondamento è la verità, misura e obiettivo la giustizia, forza propulsiva l’amore, metodo di attuazione la libertà.

A tale scopo si richiede certamente che gli esseri umani svolgano le proprie attività a contenuto temporale, obbedendo alle leggi che sono ad esse immanenti, e seguendo metodi rispondenti alla loro natura; ma si richiede pure, nello stesso tempo, che svolgano quelle attività nell’ambito dell’ordine morale; e quindi come esercizio o rivendicazione di un diritto, come adempimento di un dovere e prestazione di un servizio; come risposta positiva al disegno provvidenziale di Dio mirante alla nostra salvezza; si richiede cioè che gli esseri umani, nell’interiorità di se stessi, vivano il loro operare a contenuto temporale come una sintesi di elementi scientifico-tecnico-professionali e di valori spirituali.

Ricomposizione unitaria nei credenti tra fede religiosa e attività a contenuto temporale

79. Nelle comunità nazionali di tradizione cristiana, le istituzioni dell’ordine temporale, nell’epoca moderna, mentre rivelano spesso un alto grado di perfezione scientifico-tecnica e di efficienza in ordine ai rispettivi fini specifici, nello stesso tempo si caratterizzano non di rado per la povertà di fermenti e di accenti cristiani.

È certo tuttavia che alla creazione di quelle istituzioni hanno contribuito e continuano a contribuire molti che si ritenevano e si ritengono cristiani; e non è dubbio che, in parte almeno, lo erano e lo sono. Come si spiega? Riteniamo che la spiegazione si trovi in una frattura nel loro animo fra la credenza religiosa e l’operare a contenuto temporale. È necessario quindi che in essi si ricomponga l’unità interiore; e nelle loro attività temporali sia pure presente la fede come faro che illumina e la carità come forza che vivifica.

Sviluppo integrale degli esseri umani in formazione

80. Ma pensiamo pure che l’accennata frattura nei credenti fra credenza religiosa e operare a contenuto temporale, è il risultato, in gran parte se non del tutto, di un difetto di solida formazione cristiana. Capita infatti, troppo spesso e in molti ambienti, che non vi sia proporzione fra istruzione scientifica e istruzione religiosa: l’istruzione scientifica continua ad estendersi fino ad attingere gradi superiori, mentre l’istruzione religiosa rimane di grado elementare. È perciò indispensabile che negli esseri umani in formazione, l’educazione sia integrale e ininterrotta; e cioè che in essi il culto dei valori religiosi e l’affinamento della coscienza morale procedano di pari passo con la continua sempre più ricca assimilazione di elementi scientifico-tecnici; ed è pure indispensabile che siano educati circa il metodo idoneo secondo cui svolgere in concreto i loro compiti [54].

Impegno costante

81. Riteniamo opportuno di fare presente come sia difficile cogliere, con sufficiente aderenza, il rapporto fra esigenze obiettive della giustizia e situazioni concrete; di individuare cioè i gradi e le forme secondo cui i principi e le direttive dottrinali devono tradursi nella realtà.

E l’individuazione di quei gradi e di quelle forme è tanto più difficile nell’epoca nostra, caratterizzata da un dinamismo accentuato. Per cui il problema dell’adeguazione della realtà sociale alle esigenze obiettive della giustizia è problema che non ammette mai una soluzione definitiva. I nostri figli pertanto devono vigilare su se stessi per non adagiarsi soddisfatti in obiettivi già raggiunti.

Anzi per tutti gli esseri umani è quasi un dovere pensare che quello che è stato realizzato è sempre poco rispetto a quello che resta ancora da compiere per adeguare gli organismi produttivi, le associazioni sindacali, le organizzazioni professionali, i sistemi assicurativi, gli ordinamenti giuridici, i regimi politici, le istituzioni a finalità culturali, sanitarie, ricreative e sportive alle dimensioni proprie dell’era dell’atomo e delle conquiste spaziali: era nella quale la famiglia umana è già entrata e ha iniziato il suo nuovo cammino con prospettive di un’ampiezza sconfinata.

Rapporti fra cattolici e non cattolici in campo economico-sociale-politico

82. Le linee dottrinali tracciate nel presente documento scaturiscono o sono suggerite da esigenze insite nella stessa natura umana, e rientrano, per lo più, nella sfera del diritto naturale. Offrono quindi ai cattolici un vasto campo di incontri e di intese tanto con i cristiani separati da questa Sede apostolica quanto con esseri umani non illuminati dalla fede in Gesù Cristo, nei quali però è presente la luce della ragione ed è pure presente ed operante l’onestà naturale. "In tali rapporti i nostri figli siano vigilanti per essere sempre coerenti con se stessi, per non venire mai a compromessi riguardo alla religione e alla morale. Ma nello stesso tempo siano e si mostrino animati da spirito di comprensione, disinteressati e disposti ad operare lealmente nell’attuazione di oggetti che siano di loro natura buoni o riducibili al bene" [55].

83. Non si dovrà però mai confondere l’errore con l’errante, anche quando si tratta di errore o di conoscenza inadeguata della verità in campo morale religioso. L’errante è sempre ed anzitutto un essere umano e conserva, in ogni caso, la sua dignità di persona; e va sempre considerato e trattato come si conviene a tanta dignità. Inoltre in ogni essere umano non si spegne mai l’esigenza, congenita alla sua natura, di spezzare gli schemi dell’errore per aprirsi alla conoscenza della verità. E l’azione di Dio in lui non viene mai meno. Per cui chi in un particolare momento della sua vita non ha chiarezza di fede, o aderisce ad opinioni erronee, può essere domani illuminato e credere alla verità. Gli incontri e le intese, nei vari settori dell’ordine temporale, fra credenti e quanti non credono, o credono in modo non adeguato, perché aderiscono ad errori, possono essere occasione per scoprire la verità e per renderle omaggio.

84. Va altresì tenuto presente che non si possono neppure identificare false dottrine filosofiche sulla natura, l’origine e il destino dell’universo e dell’uomo, con movimenti storici a finalità economiche, sociali, culturali e politiche, anche se questi movimenti sono stati originati da quelle dottrine e da esse hanno tratto e traggono tuttora ispirazione. Giacché le dottrine, una volta elaborate e definite, rimangono sempre le stesse; mentre i movimenti suddetti, agendo sulle situazioni storiche incessantemente evolventisi, non possono non subirne gli influssi e quindi non possono non andare soggetti a mutamenti anche profondi. Inoltre chi può negare che in quei movimenti, nella misura in cui sono conformi ai dettami della retta ragione e si fanno interpreti delle giuste aspirazioni della persona umana, vi siano elementi positivi e meritevoli di approvazione?

85. Pertanto, può verificarsi che un avvicinamento o un incontro di ordine pratico, ieri ritenuto non opportuno o non fecondo, oggi invece lo sia o lo possa divenire domani. Decidere se tale momento è arrivato, come pure stabilire i modi e i gradi dell’eventuale consonanza di attività al raggiungimento di scopi economici, sociali, culturali, politici, onesti e utili al vero bene della comunità, sono problemi" che si possono risolvere soltanto con la virtù della prudenza, che è la guida delle virtù che regolano la vita morale, sia individuale che sociale. Perciò, da parte dei cattolici tale decisione spetta in primo luogo a coloro che vivono od operano nei settori specifici della convivenza, in cui quei problemi si pongono, sempre tuttavia in accordo con i principi del diritto naturale, con la dottrina sociale della Chiesa e con le direttive della autorità ecclesiastica. Non si deve, infatti, dimenticare che compete alla Chiesa il diritto e il dovere non solo di tutelare i principi dell’ordine etico e religioso, ma anche di intervenire autoritativamente presso i suoi figli nella sfera dell’ordine temporale, quando si tratta di giudicare dell’applicazione di quei principi ai casi concreti [56].

Gradualità

86. Non mancano anime particolarmente dotate di generosità, che, trovandosi di fronte a situazioni nelle quali le esigenze della giustizia non sono soddisfatte o non lo sono in grado sufficiente, si sentono accese dal desiderio di innovare, superando con un balzo solo tutte le tappe; come volessero far ricorso a qualcosa che può rassomigliare alla rivoluzione.

Non si dimentichi che la gradualità è la legge della vita in tutte le sue espressioni; per cui anche nelle istituzioni umane non si riesce ad innovare verso il meglio che agendo dal di dentro di esse gradualmente.

"Non nella rivoluzione — proclama Pio XII — ma in una evoluzione concordata sta la salvezza e la giustizia. La violenza non ha mai fatto altro che abbattere, non innalzare; accendere le passioni, non calmarle; accumulare odio e rovine, non affratellare i contendenti; e ha precipitato gli uomini e i partiti nella dura necessità di ricostruire lentamente, dopo prove dolorose, sopra i ruderi della discordia" [57].

Compito immenso

87. A tutti gli uomini di buona volontà spetta un compito immenso: il compito di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà: i rapporti della convivenza tra i singoli esseri umani; fra i cittadini e le rispettive comunità politiche; fra le stesse comunità politiche; fra individui, famiglie, corpi intermedi e comunità politiche da una parte e dall’altra la comunità mondiale. Compito nobilissimo quale è quello di attuare la vera pace nell’ordine stabilito da Dio.

88. Certo, coloro che prestano la loro opera alla ricomposizione dei rapporti della vita sociale secondo i criteri sopra accennati non sono molti; ad essi vada il nostro paterno apprezzamento, il nostro pressante invito a perseverare nella loro opera con slancio sempre rinnovato. E ci conforta la speranza che il loro numero aumenti, soprattutto fra i credenti. È un imperativo del dovere; è un’esigenza dell’amore. Ogni credente, in questo nostro mondo, deve essere una scintilla di luce, un centro di amore, un fermento vivificatore nella massa: e tanto più lo sarà, quanto più, nella intimità di se stesso, vive in comunione con Dio.

Infatti non si dà pace fra gli uomini se non vi è pace in ciascuno di essi, se cioè ognuno non instaura in se stesso l’ordine voluto da Dio. "Vuole l’anima tua — si domanda sant’ Agostino — vincere le tue passioni? Sia sottomessa a chi è in alto e vincerà ciò che è in basso. E sarà in te la pace: vera, sicura, ordinatissima. Qual è l’ordine di questa pace? Dio comanda all’anima, l’anima al corpo; niente di più ordinato" [58].

Il Principe della pace

89. Queste nostre parole, che abbiamo voluto dedicare ai problemi che più assillano l’umana famiglia, nel momento presente, e dalla cui equa soluzione dipende l’ordinato progresso della società, sono dettate da una profonda aspirazione, che sappiamo comune a tutti gli uomini di buona volontà: il consolidamento della pace nel mondo.

Come vicario — benché tanto umile ed indegno — di colui che il profetico annuncio chiama il Principe della pace, (Cf. Is 9,6) abbiamo il dovere di spendere tutte le nostre energie per il rafforzamento di questo bene. Ma la pace rimane solo suono di parole, se non è fondata su quell’ordine che il presente documento ha tracciato con fiduciosa speranza: ordine fondato sulla verità, costruito secondo giustizia, vivificato e integrato dalla carità e posto in atto nella libertà.

90. È questa un’impresa tanto nobile ed alta che le forze umane, anche se animate da ogni lodevole buona volontà, non possono da sole portare ad effetto. Affinché l’umana società sia uno specchio il più fedele possibile del regno di Dio, è necessario l’aiuto dall’alto. Per questo la nostra invocazione in questi giorni sacri sale più fervorosa a colui che ha vinto nella sua dolorosa passione e morte il peccato, elemento disgregatore e apportatore di lutti e squilibri ed ha riconciliato l’umanità col Padre celeste nel suo sangue: "Poiché egli è la nostra pace, egli che delle due ne ha fatta una sola... E venne ad evangelizzare la pace a voi, che eravate lontani, e la pace ai vicini" (Ef 3,14-17).

E nella liturgia di questi giorni risuona l’annuncio: "Surgens Iesus Dominus noster, stans in medio discipulorum suorum, dixit: "Pax vobis, alleluia"; gavisi sunt discipuli, viso Domino" (Resp. ad Mat., in feria VI infra oct. Paschae). Egli lascia la pace, egli porta la pace: "Pacem relinquo vobis, pacem meam do vobis, non quomodo mundus dat ego do vobis" (Gv 14,27).. Questa è la pace che chiediamo a lui con l’ardente sospiro della nostra preghiera.

91. Allontani egli dal cuore degli uomini ciò che la può mettere in pericolo; e li trasformi in testimoni di verità, di giustizia, di amore fraterno. Illumini i responsabili dei popoli, affinché accanto alle sollecitudini per il giusto benessere dei loro cittadini garantiscano e difendano il gran dono della pace; accenda le volontà di tutti a superare le barriere che dividono, ad accrescere i vincoli della mutua carità, a comprendere gli altri, a perdonare coloro che hanno recato ingiurie; in virtù della sua azione, si affratellino tutti i popoli della terra e fiorisca in essi e sempre regni la desideratissima pace.

In pegno di questa pace e con l’augurio che essa irraggi nelle cristiane comunità a voi affidate, specialmente a beneficio dei più umili e più bisognosi di aiuto e di difesa, siamo lieti di dare a voi, venerabili fratelli, ed ai sacerdoti del clero secolare e regolare, ai religiosi e alle religiose e ai fedeli delle vostre diocesi, particolarmente a coloro che porranno ogni impegno per mettere in pratica le nostre esortazioni, la benedizione apostolica, propiziatrice dei celesti favori. Infine, per tutti gli uomini di buona volontà, destinatari anch’essi di questa nostra lettera enciclica, imploriamo dal sommo Iddio salute e prosperità.

Dato a Roma, presso S. Pietro, l’11 aprile 1963.

IOANNES PP. XXIII   

[1] IOANNES PP. XXIII, Litt. Enc. Pacem in terris de pace omnium gentium in veritate, iustitia, caritate, libertate constituenda, [Venerabilibus fratribus Patriarchis, Primatibus, Archiepiscopis, Episcopis aliisque locorum Ordinariis pacem et communionem cum Apostolica Sede habentibus, clero et christifidelibus totius orbis itemque universis bonae voluntatis hominibus], 11 aprilis 1963: AAS 55(1963), pp. 257-304. Versione italiana: L’Osservatore romano, 11 aprile 1963; La Civiltà cattolica, 114(1963), II, 105ss.
Introduzione: L’ordine nell’universo; l’ordine negli esseri umani. – Parte I: L’ordine tra gli esseri umani: Ogni essere umano è persona, soggetto di diritti e di doveri (1. Diritti: diritto all’esistenza e a un tenore di vita dignitoso; diritti riguardanti i valori morali e culturali; diritto di onorare Dio secondo il dettame della retta coscienza; diritto alla libertà nella scelta dello stato di vita; diritti attinenti il mondo economico; diritti di riunione e di associazione, di emigrazione e immigrazione; diritti a contenuto politico. 2. Doveri: indissolubile rapporto fra diritti e doveri nella stessa persona; reciprocità di diritti e di doveri fra persone diverse, nella mutua collaborazione, in atteggiamento di responsabilità; convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà; ordine morale che ha per fondamento oggettivo il vero Dio). Segni dei tempi. – Parte II: Rapporti tra gli esseri umani e i poteri pubblici all’interno delle singole comunità politiche (necessità dell’autorità e sua origine divina; l’attuazione del bene comune e la ragion d’essere dei poteri pubblici; aspetti fondamentali del bene comune; compiti dei poteri pubblici e diritti e doveri della persona; armonica composizione ed efficace tutela dei diritti e dei doveri della persona; dovere di promuovere i diritti della persona; equilibrio fra le due forme d’intervento dei poteri pubblici; struttura e funzionamento dei poteri pubblici; ordinamento giuridico e coscienza morale; la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica). Segni dei tempi. – Parte III: Rapporti fra le comunità politiche (soggetti di diritti e doveri, nella verità, secondo giustizia; il trattamento delle minoranze; solidarietà operante; equilibrio tra popolazione, terra e capitali; il problema dei profughi politici; disarmo; nella libertà; l’ascesa delle comunità politiche in fase di sviluppo economico). Segni dei tempi. – Parte IV: Rapporti degli esseri umani e delle comunità politiche con la comunità mondiale (interdipendenza tra le comunità politiche; insufficienza dell’attuale organizzazione dell’autorità pubblica nei confronti del bene comune universale; rapporto fra contenuti storici del bene comune e struttura e funzionamenti dei poteri pubblici; poteri pubblici istituiti di comune accordo e non imposti con la forza; il bene comune universale e i diritti della persona; il principio di sussidiarietà). Segni dei tempi. – Parte V: Richiami pastorali (dovere di partecipazione alla vita pubblica; competenza scientifica, capacità tecnica, esperienza professionale; l’azione come sintesi di elementi scientifico-tecnico-professionali e di valori spirituali; ricomposizione unitaria nei credenti tra fede religiosa e attività a contenuto temporale; sviluppo integrale degli esseri umani in formazione; impegno costante; rapporti fra cattolici e non cattolici in campo economico-sociale-politico; gradualità; compito immenso; il Principe della pace).

[2] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1942.

[3] Cf. Enc. Divini Redemptoris di Pio XI.

[4] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1942.

[5] Divinae institutionis, lib. IV, c. 28, 2 PL, 6,535.

[6]) Enc. Libertas praestantissimum di Leone XIII.

[7] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1942.

[8] Cf. Enc. Casti connubii di Pio XI.

[9] Cf. Radiomessaggio di Pentecoste di Pio XII, 10.

[10] Cf. Enc. Rerum novarum di Leone XIII..

[11] Cf. Enc. Mater et magistra di Giovanni XXIII.

[12] Cf. Radiomessaggio di Pentecoste di Pio XII.

[13] Cf. ivi, p.t 430.

[14] Enc. Mater et magistra di Giovanni XXIII.

[15] Cf. Enc. Rerum novarum di Leone XIII.

[16] Cf. Enc. Mater et magistra di Giovanni XXIII.

[17] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1952.

[18] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1944.

[19] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1942.

[20] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1942.

[21] Summa Theol., I-II, q. 19, a. 4; cf a. 9.

[22] In Epist. ad Rom., c. 13, vv. 1-2, homil XXIII.

[23] Enc. Immortale Dei di Leone XIII.

[24] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1944.

[25] Cf. Enc. Diuturnum illud di Leone XIII.

[26] Cf. ivi, p. 278; e Enc. Immortale Dei di Leone XIII.

[27] Summa Theol., I-II, q. 93, a. 3 ad 2.

[28] Cf. Enc. Diuturnum illud di Leone XIII.

[29] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1942

[30] Cf. Enc. Summi pontificatus di Pio XII.

[31] Cf. Enc. Mit brennender Sorge di Pio XI.

[32] Enc. Immortale Dei di Leone XIII: Acta Leonis.

[33] Cf. Enc. Rerum novarum di Leone XIII.

[34] Cf. Enc. Summi pontificatus di Pio XII.

[35] Enc. Mater et magistra di Giovanni XXIII.

[36] Cf. Enc. Quadragesimo anno di Pio XI.

[37] Cf. Radiomessaggio di Pentecoste.

[38] Cf. enc Mit brennender Sorge di Pio XI.

[39] Cf. Enc. Divini Redemptoris di Pio XI.

[40] Enc. Mater et magistra di Giovanni XXIII.

[41] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1942.

[42] Cf. Epist. Apost. Annum ingressi di Leone XIII.

[43]Cf. Radiomessaggio di Pentecoste, 1941.

[44] Cf. Radiomessaggio di Pio XII, 1940.

[45] De civitate Dei, lib. IV, c. 4: PL, 41,115; Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1939.

[46] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1941.

[47] Cf. Enc. Mater et magistra di Giovanni: XXIII.

[48] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1941.

[49] Cf. Radiomessaggio di Pio XII, 24 agosto 1939.

[50] Enc. Mater et magistra di Giovanni XXIII.

[51] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1941.

[52] Enc. Mater et magistra di Giovanni XXIII.

[53] Cf. Discorso ai giovani di A.C.I. di Pio XII, 12.

[54] Cf. Enc. Mater et magistra di Giovanni XXIII.

[55] Ivi, p. 456.

[56] Ivi, 456; cf Enc. Immortale Dei di Leone XII; Enc. Ubi Arcano di Pio XI, 1922.

[57] Cf. Discorso agli operai italiani di Pio XII.

[58] Miscellanea Augustiniana.
Come suggeriscono queste iniziative, Giovanni XXIII ha voluto costantemente il dialogo con il mondo, a prescindere dal credo religioso. La sua preoccupazione per l'unità dei cristiani è stato espresso nel suo stabilimento (5 giugno 1960) del Segretariato per l'unità dei cristiani. Altri gesti significativi erano il suo invio di emissari personali a Istanbul per salutare il Patriarca Ecumenico Atenagora I (1948-1972), il 27 giugno 1961 e la sua ricezione del Dr. Geoffrey Fisher, l'Arcivescovo di Canterbury, il 20 dicembre 1960 (il primo arcivescovo anglicano per essere così ricevuto). Ha anche scambiato i saluti con il patriarca Alessio di Mosca. Nel novembre 1961, con la sua approvazione, cinque osservatori cattolici ufficiali hanno partecipato al Consiglio Mondiale delle Chiese a Nuova Delhi. Si tolse le parole potenzialmente offensive di ebrei dalla liturgia del Venerdì Santo, e in una occasione si presentò ai visitatori ebrei con le parole: 'Io sono Giuseppe, vostro fratello'.
Cuore caldo e naturalezza semplice nonostante la sua erudizione e il comando di molte lingue, attaccato alle sue umili origini e conservando sempre un acuto senso dell'umorismo, Giovanni XXIII ha avuto un forte impatto sul suo ufficio, in particolare fornendo i episcopato una nuova consapevolezza la sua importanza. In genere, a Natale 1958 ha fatto rivivere l'usanza, che era scaduto nel 1870, di visitare il carcere di Regina Coeli e uno degli ospedali locali. La morte di questo uomo semplice e santo (dopo una malattia prolungata e dolorosa), che è stato trasmesso direttamente dalla televisione, profondamente commosso i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà. The Times di Londra ha commentato che alcuni pontificati avevano così catturato l'immaginazione del mondo. Il 3 settembre 2000 è stato beatificato da Giovanni Paolo II.
Giovanni XXIII ha nominato 24 nuovi membri della Pontificia Accademia delle Scienze, tra questi protagonisti del mondo scientifico come: J. Chadwick, EJ Conway, PAM Dirac, RA Fisher, G. Giacomello, GC de Hevesy, CN Hinshelwood,S. Hörstadius , L. Leprince-Ringuet , e JH Oort . Quattro cardinali sono stati effettuati anche Soci Onorari: AM Albareda , AG Cicognani, D. Tardini, ed E. Tisserant. Riflettendo il suo spirito ecumenico, Giovanni XXIII ha insistito sull'importanza di ampliare la rappresentazione geografica dei membri dell'Accademia, aumentando significativamente il numero dei membri non europei, ad esempio: C. Chagas (Brasile), JC Eccles (Australia), VF Hess (USA), A. Hurtado (Perù), S. Mizushima (Giappone), CV Raman (India), M. Sandoval Vallarta (Messico), e H. Yukawa ( Giappone). Egli ha anche stabilito il Pio XI Medaglia di essere assegnato a un giovane scienziato che si era distinto o se stessa a livello internazionale. Giovanni XXIII ha dato due discorsi papali per l'Accademia, nel primo dei quali ( 30 ottobre 1961 ) ha sottolineato che essa aveva il alto lavoro di partecipare alla missione educativa della Chiesa: 'non è a causa di un desiderio di fedeltà alle tradizioni umanistiche ereditate dal Rinascimento che la Chiesa vi accoglie. E 'a causa della coscienza che in ricezione si sta compiendo una parte della sua costante missione di madre e di educatrice'. Sempre strettamente interessato alle attività della Pontificia Accademia durante il suo breve pontificato, Giovanni XXIII ha lasciato in uno stato di 'aggiornata' vigoroso e, sempre più in grado di svolgere il suo compito di essere il 'Scientifica del Senato' della Chiesa in un momento di aumentando la riflessione e il dibattito generato dal clima, deliberazioni e le conclusioni del suo Concilio Vaticano II.









Pius PP. X
Giuseppe Sarto
4.VIII.1903
        -
20.VIII.1914


Leo PP. XIII
Gioacchino Pecci
20.II.1878
       -
20.VII.1903

Le Encicliche:

AETERNI PATRIS

LETTERA ENCICLICA
DI SUA SANTITÀ LEONE PP. XIII


A tutti i Patriarchi, Primati, Arcivescovi e Vescovi
del mondo cattolico che hanno grazia e comunione con la Sede Apostolica.

Venerabili Fratelli,
salute e Apostolica Benedizione.

Il Figlio Unigenito dell’Eterno Padre, che apparve in terra a portare salute e luce di divina sapienza al genere umano, recò al mondo un beneficio grande e stupendo quando, sul punto di risalire al cielo, ordinò agli Apostoli che "andando ammaestrassero tutte le genti" (Mt 28,19), e lasciò la Chiesa, da Lui stesso fondata, maestra universale e suprema dei popoli. Infatti gli uomini, che furono salvi in forza della verità, attraverso la verità si dovevano conservare; né sarebbero durati a lungo i frutti delle dottrine celesti, donde derivò all’uomo la salute, se Cristo Signore non avesse stabilito un indefettibile magistero per erudire le menti nella fede. La Chiesa poi, confortata dalle promesse ed ispirandosi alla carità del suo divino Autore, rispose così fedelmente al mandato, che questo sempre ebbe in mira, questo volle soprattutto: ammaestrare nella religione e combattere senza tregua l’errore. Qua si rapportano le vigili fatiche dei singoli Vescovi, qua le leggi e i decreti dei Concili, e soprattutto la quotidiana sollecitudine dei Romani Pontefici, i quali, come successori del Beato Pietro Principe degli Apostoli nel primato, hanno il diritto ed il dovere di ammaestrare i fratelli e di consolidarli nella fede. E poiché, come ammonisce l’Apostolo, è facile che "tramite la filosofia e la vana fallacia" (Col 2,18) le menti dei fedeli siano tratte in inganno e che si corrompa in essi la purezza della fede, perciò i Pastori supremi della Chiesa ritennero sempre loro dovere far progredire con tutti i mezzi anche la vera scienza, e nel tempo stesso provvedere con particolare vigilanza che secondo la norma della fede cattolica fossero dovunque insegnate tutte le umane discipline, ma specialmente la filosofia, da cui dipende in gran parte la diretta ragione di tutte le altre scienze. Noi pure, fra le altre cose, abbiamo brevemente segnalato ciò, Venerabili Fratelli, quando a Voi tutti rivolgemmo la parola con la prima Lettera enciclica; ma ora l’importanza della materia e la condizione dei tempi Ci spingono a trattare nuovamente con Voi del modo di condurre gli studi di filosofia: esso deve corrispondere convenientemente al bene della fede ed alla stessa dignità delle scienze umane.

Se qualcuno medita sull’acerbità dei nostri tempi e comprende bene la ragione di ciò che in pubblico e in privato si va operando, scoprirà certamente che la vera causa dei mali che ci affliggono e di quelli che ci sovrastano è riposta nelle prave dottrine, che intorno alle cose divine ed umane uscirono dapprima dalle scuole dei filosofi, e si insinuarono poi in tutti gli ordini della società, accolte con il generale consenso di moltissimi. Infatti, essendo insito da natura nell’uomo che egli nell’operare segua la ragione, se l’intelletto pecca in qualche cosa, facilmente fallisce anche la volontà; così accade che le erronee opinioni, le quali hanno sede nell’intelletto, influiscano nelle azioni umane e le pervertano. Al contrario, se la mente degli uomini sarà sana e poggerà sopra solidi e veri principi, allora frutterà sicuramente larga copia di benefici a vantaggio pubblico e privato.

Noi certamente non attribuiamo alla filosofia umana tanta forza e tanta autorità fino a stimare che essa sia in grado di tenere lontani e sterminare tutti gli errori; infatti come, quando fu da principio stabilita la religione cristiana, toccò in sorte al mondo di essere ridonato alla primitiva dignità per l’ammirabile lume della fede, diffuso "non con le parole persuasive della umana sapienza, ma con la dimostrazione dello spirito e delle virtù" (1Cor 2,4), così anche al presente si deve aspettare innanzi tutto dall’onnipotente virtù e dall’aiuto divino che le menti dei mortali, sgombrate le tenebre degli errori, rinsaviscano. Ma non sono da disprezzare, né da trascurare gli aiuti naturali benignamente somministrati all’uomo dalla divina sapienza, la quale con efficacia e soavità dispone di tutte le cose: fra tali aiuti è certamente principale il retto uso della filosofia. Infatti non inutilmente Iddio accese nella mente umana il lume della ragione; ed e così lungi dal vero che la luce della fede aggiunta alla ragione ne spenga la virtù o l’affievolisca, ché anzi la perfeziona, accresciutane la vigorìa, la rende adatta a cose più alte. Dunque l’ordine della stessa Provvidenza divina richiede che, per ricondurre i popoli alla fede ed alla salute, si domandi aiuto anche alla scienza umana; tale soluzione, prudente e saggia, fu usata frequentemente dai più illustri Padri della Chiesa, come attestano le memorie dell’antichità. Essi infatti furono soliti dare alla ragione molte ed importantissime parti, compendiate in brevissime parole dal grande Agostino, "il quale attribuisce a questa scienza... ciò per cui la fede salutare... ha principio, nutrimento, forza e difesa" .

Innanzi tutto la filosofia: se dai sapienti viene usata rettamente, serve in certo qual modo a spianare ed a rafforzare la via alla vera fede, e ad apparecchiare convenientemente gli animi dei suoi discepoli a ricevere la rivelazione; onde, non senza ragione, fu detta dagli antichi, ora "istituzione preparatoria alla fede cristiana" , ora "preludio ed aiuto del cristianesimo" , ora, "guida al Vangelo" .

Certamente il benignissimo Iddio, in ciò che appartiene alle cose divine, col lume della fede non manifestò solamente quelle verità alle quali l’intelligenza umana è incapace di giungere, ma ne manifestò pure alcune altre non del tutto impenetrabili dalla ragione, affinché per l’autorità divina subito e senza commistione di errore fossero a tutti palesi. Quindi alcune verità, o divinamente rivelate o strettamente connesse con l’insegnamento della fede, furono conosciute, con la scorta della ragione naturale, anche dai filosofi pagani e dai medesimi con argomenti propri dimostrati e difesi. "Giacché, come dice l’Apostolo, le perfezioni invisibili di Lui fin dalla creazione del mondo, comprendendosi dalle cose fatte, si rendono visibili, e così anche la Sua eterna potenza e divinità" (Rm 1,20); e "le genti che non hanno legge mostrano, ciononostante, che il bisogno della legge è scritto nei loro cuori" (Rm 2,14-15). Or dunque è assai opportuno rivolgere a bene e a vantaggio della rivelazione queste verità conosciute dagli stessi filosofi pagani, allo scopo di mostrare concretamente che anche l’umana sapienza e gli stessi avversari rendono favorevole testimonianza alla fede cristiana. Consta che tale comportamento non è stato introdotto recentemente, ma è antico e usato spesso dai Santi Padri della Chiesa. Anzi, questi venerabili testimoni e custodi delle tradizioni religiose riconoscono una certa similitudine e quasi una figura di ciò nel fatto degli Ebrei, ai quali, in partenza dall’Egitto, fu comandato di portare con sé i vasi d’argento e d’oro degli Egiziani nonché le vesti preziose, affinché, mutatone subito l’uso, fosse dedicato al culto del vero Dio ciò che prima era servito a riti d’ignominia e di superstizione. Gregorio di Neocesarea loda Origene per avere con singolare abilità rivolto in difesa della sapienza cristiana e a danno della superstizione molti detti ingegnosamente distaccati dai precetti dei pagani, a guisa di saette strappate di mano al nemico. Ed un simile modo di disputare Gregorio Nazianzeno e Gregorio Nisseno lodano ed approvano in Basilio Magno; e Girolamo sommamente l’esalta in Quadrato, discepolo degli Apostoli, in Aristide, in Giustino, in Ireneo ed in molti altri . Agostino poi: "Non vediamo noi, dice, con quanto oro e con quanto argento, ricco di vesti, sia uscito dall’Egitto il dottore soavissimo e beatissimo martire Cipriano? Con quanto Lattanzio? Con quanto Vittorino, Ottato, Ilario? e per tacere dei vivi, con quanto innumerevoli Greci?" . Se la ragione naturale diede questa ricca messe di dottrina prima che essa fosse fecondata dalla virtù di Cristo, molto più abbondante certamente ne produrrà da quando la grazia del Salvatore ristorò e aumentò le sue forze native. E chi non vede come con siffatto modo di filosofare si apre una via piana e facile alla fede?

Ma non è circoscritta entro questi limiti l’utilità che ne deriva. Invero la divina sapienza gravemente censura la stoltezza di coloro i quali "dalle cose buone che si vedono non sono giunti a conoscere Colui che è; né dalla considerazione delle opere conobbero chi ne era l’artefice" (Sap 13,1). Dunque questo grande e preclaro frutto si coglie in primo luogo dalla umana ragione, perché essa ci dimostra esservi un Dio: "infatti, dalla grandezza e dalla bellezza della creatura, si potrà intuire il loro Creatore" (Sap 13,5). Inoltre la ragione dimostra che Dio è singolarmente eccellente per il cumulo di tutte le perfezioni: innanzi tutto per la sapienza infinita, alla quale nulla può essere nascosto, e per la somma giustizia inaccessibile a qualsiasi perversità; perciò Iddio non solamente è verace, ma è la stessa verità, incapace sia di cadere, sia di trarre in inganno. Dal che manifestamente consegue che la ragione umana fornisce pienissima fede ed autorità alla parola di Dio. Parimenti la ragione dichiara che la dottrina evangelica, fin dalla sua prima origine, sfolgorò per mirabili segni, per argomenti infallibili di sicura verità, e che quanti credono al Vangelo non vi credono imprudentemente, quasi fossero seguaci di dotte favole (cf. 2Pt 1,16), ma con ossequio del tutto ragionevole assoggettano l’intelletto e il loro giudizio alla divina autorità. Né si deve stimare da meno che la ragione metta in luce come la Chiesa fondata da Cristo (secondo quanto stabilì il Concilio Vaticano) "per la sua ammirabile diffusione, per la sua esimia santità ed inesausta fecondità in tutti i beni, per la sua cattolica unità ed invitta stabilità, è un grande e perenne motivo di credibilità e testimonio irrefragabile della sua missione divina" :

Posti in questo modo i saldissimi fondamenti, si chiede ancora un continuo e molteplice uso della filosofia, affinché la sacra Teologia assuma e vesta natura, forma e carattere di vera scienza. Infatti in questa disciplina, la più nobile fra tutte, è sommamente necessario che le molte e diverse parti delle dottrine celesti si colleghino come in un sol corpo, affinché messe ordinatamente al loro posto e derivate ciascuna dai propri principi, stiano fra loro in idonea armonia; ed infine, tutte e singole, siano confermate con propri ed invincibili argomenti.

Non sono poi da passare sotto silenzio, né da stimare di poco conto, la conoscenza più accurata e più ampia delle cose che si credono, e la comprensione un po’ più limpida, per quanto è possibile, degli stessi misteri della fede, che Agostino e gli altri Padri hanno lodata e si sono studiati di conseguire, e che lo stesso Concilio Vaticano ha giudicata fruttuosissima. A tale conoscenza e a tale comprensione senza dubbio più largamente e più facilmente giungono coloro che all’integrità della vita e all’amore ardente della fede congiungono una mente erudita nelle scienze filosofiche; tanto più che, secondo gl’insegnamenti dello stesso Concilio Vaticano, la comprensione di questi dogmi deve essere ricavata "sia dall’analogia delle cose che naturalmente si conoscono, sia dal nesso degli stessi misteri tra loro e coll’ultimo fine dell’uomo" .

Infine, alla filosofia compete difendere con ogni diligenza le divine verità rivelate, e opporsi a coloro che ardiscono contrastarle. Pertanto torna a gran vanto della filosofia essere considerata baluardo della fede e sicuro bastione della religione. "La dottrina del Salvatore, come attesta Clemente Alessandrino, è certamente perfetta in sé, e non è bisognosa di alcun aiuto essendo virtù e sapienza di Dio. La filosofia greca, unendosi ad essa, non rende più potente la verità, ma indebolisce le argomentazioni dei sofisti contro di lei e respinge le ingannevoli insidie tese contro la verità: pertanto fu detta siepe della vigna e trincea nel bisogno" . Per la verità, come i nemici del nome cattolico, volendo combattere la religione, il più delle volte prendono dalla filosofia gli strumenti della loro guerra, così i difensori della sacra dottrina traggono dal seno della filosofia molte cose a difesa delle verità rivelate. Né è da ritenere piccolo trionfo per la fede cristiana che le armi nemiche, industriosamente trovate dall’umana ragione per nuocerle, siano dalla stessa ragione respinte con efficacia e agevolmente. Tale forma di combattimento religioso, usata dallo stesso Apostolo delle genti, viene ricordata da San Girolamo nella lettera a Magno: "Paolo, duce dell’esercito cristiano ed oratore invitto, trattando la causa di Cristo rivolta con arte in argomento della fede anche una casuale epigrafe, giacché aveva imparato dal vero Davide a strappare dalle mani dei nemici la spada ed a troncare il capo del superbissimo Golia col suo stesso ferro" . La stessa Chiesa non solamente consiglia che i maestri cattolici piglino dalla filosofia codesto aiuto, ma lo ordina apertamente. Infatti il Concilio Lateranense V, dopo avere definito "essere del tutto falsa ogni asserzione contraria alla verità della fede illuminata, perché il vero non può contraddire al vero" , ingiunge ai dottori in filosofia di esercitarsi diligentemente nel confutare i fallaci argomenti, essendo certo, come attesta Agostino, che "se la ragione che si porta è contro l’autorità della divina Scrittura, per guanto sia acuta, essa inganna sotto apparenza di verità, perché è impossibile che sia vera" .

Ma, affinché la filosofia sia capace di portare questi frutti preziosi che abbiamo rammentato, è del tutto necessario che non esca mai dalla via già presa dai venerandi Padri dell’antichità, e approvata dal Concilio Vaticano col suo solenne ed autorevole suffragio. Invero, essendo del tutto manifesto che si devono ammettere molte verità di ordine soprannaturale che vincono di molto l’acutezza di qualsiasi ingegno, la ragione, conscia della propria debolezza, non ardisca aspirare a cose superiori a sé, né osi negare le stesse verità, né misurarle con la propria forza, né interpretarle a capriccio; ma piuttosto le accolga con umile e totale fede, ed abbia in conto di sommo onore che le sia permesso di servire alle dottrine celesti quale ancella e seguace, e di conseguirne per divino favore in qualche modo la conoscenza.

Quanto poi a quei capitoli di dottrina che l’intelligenza umana può naturalmente comprendere, è giustissimo che la filosofia usi per essi il proprio metodo, i propri principi e i propri argomenti: non tanto, però, che sembri volersi audacemente sottrarre alla divina autorità. Anzi, essendo fuor di ogni dubbio che le cose manifestate dalla rivelazione sono infallibilmente vere, e che quelle le quali contraddicono alla fede si oppongono parimenti alla retta ragione, il filosofo cattolico sappia che farebbe ingiuria alla fede, e contemporaneamente alla ragione, se abbracciasse una conclusione riconosciuta contraria alla dottrina rivelata.

Sappiamo con certezza che non mancano coloro che, magnificando oltremodo le facoltà della natura umana, sostengono che l’intelligenza dell’uomo, tosto che si sottomette all’autorità divina, decade dalla sua naturale dignità e, come declassata sotto il giogo della servitù, viene ritardata ed impedita nel suo cammino di avvicinamento verso il sommo della verità e della grandezza. Ma queste asserzioni sono piene di errore e d’inganno; ed infine mirano a questo, che gli uomini per colmo di stoltezza e non senza colpa d’ingratitudine rifiutino le verità più sublimi e rigettino spontaneamente il divino beneficio della fede, dalla quale sgorgarono a vantaggio della società le sorgenti di tutti i beni. Infatti, essendo la mente umana rinchiusa entro determinati, piuttosto angusti confini, essa va molto soggetta all’ignoranza e all’errore. Al contrario, la fede cristiana, appoggiandosi sull’autorità di Dio, è maestra sicurissima di verità; nessuno, seguendola, viene preso ai lacci dell’errore, né sbattuto dai flutti d’incerte opinioni. Per la qual cosa coloro che congiungono lo studio della filosofia con l’ossequio della fede cristiana sono ottimi filosofi, poiché del lume delle verità divine, accolto nell’animo, si avvantaggia la stessa intelligenza alla quale – in forza di esso – non solo nulla si toglie di dignità, ma moltissimo anzi si aggiunge di nobiltà, di certezza, di acume. E quando essi, nel confutare le opinioni che sono contrarie alla fede e nel provare quelle che si accordano con la medesima, adoperano la forza del loro ingegno, fanno degno ed utile uso della ragione: infatti nelle prime ravvisano le cause degli errori e conoscono il vizio degli argomenti su cui si fondano, e nelle seconde giungono a trovare convincenti ragioni per solidamente dimostrarle e argomentarle presso ogni saggio. Ora, chi negasse che tale attività ed esercizio accrescono le ricchezze della mente e ne sviluppano le forze, dovrebbe anche sostenere l’assurdo che nulla giovi all’ingegno il saper discernere il vero dal falso. A buon diritto pertanto il Concilio Vaticano ricorda con le seguenti parole gl’insigni benefìci procurati alla ragione dalla fede: "La fede libera e preserva la ragione dagli errori, e l’arricchisce di molte cognizioni" . Perciò l’uomo, se avesse senno, non dovrebbe accusare la fede come nemica della ragione e delle verità naturali, ma piuttosto con letizia dovrebbe essere grato e rendere degne grazie a Dio, perché tra le molte cause d’ignoranza e in mezzo ai flutti degli errori, gli rifulse la santissima fede la quale, quasi amica stella, con ogni sicurezza gli addita il porto della verità.

Se, Venerabili Fratelli, volgete lo sguardo alla storia della filosofia, vedrete che quanto abbiamo detto è confermato dai fatti. Fra i filosofi antichi che non ebbero il beneficio della fede, anche quelli che erano ritenuti i più sapienti in molte cose errarono pessimamente. Infatti Voi ben sapete quanto spesso abbiano mescolato ad alcune verità opinioni false ed assurde, dubbie ed incerte intorno alla natura divina e alla prima origine delle cose; intorno al governo del mondo e alla conoscenza che Dio ha del futuro; intorno al principio e alla causa dei mali; intorno al fine ultimo dell’uomo e all’eterna beatitudine; intorno alle virtù ed ai vizi, e ad altre dottrine, della vera e sicura conoscenza delle quali non vi è cosa più necessaria per l’uomo.

Per contro, i primi Padri e Dottori della Chiesa, i quali avevano ben compreso che per divino consiglio il vero restauratore anche della scienza umana è Cristo, il quale è virtù e sapienza di Dio (1Cor 1,24), e "nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza" (Col 2,3), si diedero a studiare profondamente i libri degli antichi filosofi ed a paragonare le loro tesi con le dottrine rivelate, e, sceverandole prudentemente, accettarono quelle che erano dette secondo verità e pensate saggiamente, correggendo o rifiutando tutte le altre.

Giacché il provvidentissimo Iddio, come contro la crudeltà dei tiranni suscitò a difesa della Chiesa fortissimi martiri prodighi della loro grande anima, così ai falsi filosofi ed agli eretici oppose uomini sommi per sapienza, affinché difendessero il tesoro delle verità rivelate anche con l’aiuto dell’umana ragione. Dunque, fino dai primordi della Chiesa la dottrina cattolica ebbe contro di sé fierissimi avversari i quali, dileggiando i dogmi e i costumi dei cristiani, affermavano che esistevano più dei, che la materia del mondo non aveva avuto né principio né causa, e che il corso delle cose era condotto da una forza cieca e da una fatale necessità, non governato dal consiglio della divina provvidenza. In verità contro i maestri di queste pazze dottrine combatterono prontamente quei savi che chiamiamo Apologisti, i quali, con la scorta della fede, utilizzarono pure dall’umana sapienza le prove per dimostrare che si deve ammettere ed onorare un solo Dio, eminentissimo in ogni genere di perfezioni: tutte le cose per la sua onnipotenza sono tratte dal nulla; per la sua sapienza hanno vigore e sono mosse e dirette ai propri fini.

Fra essi tiene il primo posto San Giustino martire il quale, dopo avere visitato le più celebri Accademie dei Greci, al fine di valutarle, e dopo avere conosciuto, come egli stesso confessa, che la verità si può ottenere con sicurezza solamente dalle dottrine rivelate, abbracciò queste con tutto l’ardore dell’animo, le purgò dalle calunnie, le difese con forza e con eloquenza presso gli Imperatori Romani, e non poche dichiarazioni dei filosofi greci mise d’accordo con quelle. Il che fecero pure ottimamente nel medesimo tempo Quadrato, Aristide, Ermia ed Atenagora.

Né si acquistò minor gloria nella stessa causa l’invitto martire e Pontefice della Chiesa di Lione Sant’Ireneo, il quale strenuamente confutando le opinioni perverse degli orientali, disseminate nell’Impero Romano per opera degli Gnostici, "spiegò, secondo la testimonianza di Girolamo, le origini delle singole eresie e da quali fonti scaturirono" . Nessuno poi ignora le dispute di Clemente di Alessandria, rammentate a grande onore dallo stesso Girolamo in questi termini: "Che vi è in esse di scritto non dottamente? che vi è non tratto dal seno della filosofia?". Con incredibile varietà egli ragionò di molte cose, tutte utilissime per redigere la storia della filosofia, per esercitare rettamente la dialettica, e per procurare la concordia della ragione con la fede. Origene, famoso per il magistero tenuto nella scuola Alessandrina, eruditissimo nelle dottrine dei greci e degli orientali, seguì le sue orme pubblicando moltissimi volumi, tutti di grande studio, mirabilmente opportuni nel commentare le sacre Scritture e nell’illustrare i sacri dogmi. Benché non siano affatto privi di errori, almeno come ora si leggono, pure contengono grande quantità di sentenze che vanno ad accrescere il numero e la certezza delle verità naturali. Tertulliano combatte contro gli eretici con l’autorità delle sacre Lettere; contro i filosofi, mutato il genere delle armi, con la filosofia; e li confuta con tanta acutezza d’ingegno e con tanta erudizione da potere, con tutta fiducia, dir loro pubblicamente: "Né quanto alla dottrina, né quanto all’insegnamento, come voi credete, ci siete eguali" . Anche Arnobio, con i libri pubblicati contro i gentili, e Lattanzio, specialmente con le sue divine Istituzioni, valorosamente si studiano, con pari eloquenza e forza, d’insegnare agli uomini i dogmi e i precetti della sapienza cattolica, non rovesciando la filosofia, come sogliono fare gli Accademici , ma confutando gli avversari, in parte con le proprie armi e in parte con quelle tolte dai dissensi sorti fra loro .

Le cose poi che il grande Atanasio e Crisostomo, principe degli oratori, ci lasciarono scritte sull’anima umana, sui divini attributi, e intorno ad altre importantissime questioni, sono, per unanime giudizio, così eccellenti, che sembra nulla potersi aggiungere alla sottigliezza e alla copiosità di quei testi. E quantunque non vogliamo eccedere nell’annoverarli tutti ad uno ad uno, al numero di quei sommi, dei quali si è fatta menzione, aggiungiamo il grande Basilio, e l’uno e l’altro Gregorio, i quali, essendo usciti da Atene, sede di ogni cultura umanistica, abbondantemente forniti di ogni strumento filosofico, utilizzarono a confutazione degli eretici e ad ammaestramento dei fedeli la dovizia di quella dottrina che con ardente studio si erano procurata. Ma parve che a tutti togliesse la palma Agostino il quale, dotato di robustissimo ingegno e sommamente preparato nelle discipline sacre e profane, gagliardamente combatté tutti gli errori dell’età sua con somma fede e con eguale dottrina. Qual punto di filosofia non ha egli toccato? Anzi, quale non approfondì con somma diligenza, o quando spiegava ai fedeli i misteri altissimi della fede e li difendeva contro gli stolti assalti degli avversari, o quando, annientate le follie degli Accademici e dei Manichei, metteva in salvo i fondamenti e la solidità della scienza umana, o quando andava ricercando la ragione, l’origine o le cause di quei mali onde gli uomini sono travagliati? Quanto ampiamente e con quanta sottigliezza egli non disputò intorno agli Angeli, all’anima e alla mente umana, intorno alla volontà e al libero arbitrio, intorno alla religione e alla vita beata, al tempo e all’eternità, e, infine intorno alla stessa natura dei corpi mutabili? Dopo questo tempo, Giovanni Damasceno in Oriente, messosi sulla via di Basilio e di Gregorio Nazianzeno, e Boezio ed Anselmo in Occidente, calcando le orme di Agostino, arricchirono moltissimo il patrimonio della filosofia.

Poscia i Dottori del medio evo, che vanno sotto il nome di Scolastici, intrapresero un’opera di grande rilievo, vale a dire raccogliere con diligenza la feconda ed ubertosa messe di dottrina sparsa nei moltissimi volumi dei Santi Padri e, dopo averla raccolta, riporla come in un sol luogo, ad uso e vantaggio dei posteri. Ma quali siano l’origine, l’indole e l’eccellenza della Scolastica, vogliamo, Venerabili Fratelli, qui dichiararlo più diffusamente con le parole del sapientissimo Nostro Predecessore Sisto V: "Per dono divino di Colui il quale, solo, dà lo spirito della scienza e della sapienza, e il quale nel corso dei secoli ricolma di nuovi benefici la sua Chiesa secondo il bisogno, e la munisce di nuovi presidi, fu trovata dai nostri maggiori, savissimi uomini, la Teologia scolastica, che in modo particolare i due gloriosi Dottori l’angelico San Tommaso ed il serafico San Bonaventura, professori chiarissimi di questa facoltà... coltivarono ed illustrarono con eccellente ingegno, con assiduo studio, con grandi fatiche e con lunghe veglie e la lasciarono ai posteri ottimamente ordinata ed in molti e chiarissimi modi esplicata. Per certo la cognizione e l’esercizio di una scienza così salutare, che deriva dalle abbondantissime fonti delle divine Lettere, dei Sommi Pontefici, dei Santi Padri e dei Concili, poterono senza dubbio apportare sempre alla Chiesa grandissimo aiuto, sia per intendere ed interpretare, secondo il loro vero e schietto senso, le stesse Scritture, sia per leggere e spiegare con maggiore sicurezza e con maggiore utilità i Padri; sia per scoprire e confutare i vari errori e le eresie. In questi ultimi tempi, in cui sono giunti quei giorni pericolosi descritti dall’Apostolo, ed uomini blasfemi, superbi e seduttori procedono di male in peggio, errando essi stessi e traendo gli altri nell’errore, essa certamente è oltremodo necessaria per confermare i dogmi della fede cattolica e per ribattere le eresie" . Tali parole, benché sembrino riferirsi soltanto alla Teologia scolastica, nondimeno vanno chiaramente intese come dette anche per la Filosofia e per le sue doti. Giacché quelle chiare doti che rendono la Teologia scolastica tanto terribile per i nemici della verità "vale a dire, come aggiunge lo stesso Pontefice, quella concatenazione delle cose e delle loro cause tra sé, quell’ordine e quella disposizione come di soldati schierati a battaglia, quelle limpide definizioni e distinzioni, quella sodezza di argomenti e quelle sottilissime dispute per le quali la luce è separata dalle tenebre e il vero dal falso, e le menzogne degli eretici, avviluppate da molti inganni ed intrighi, come se fosse loro strappata di dosso la veste, sono rese manifeste e messe a nudo" , codeste preclare e mirabili doti, diciamo, si debbono attribuire al retto uso di quella filosofia, della quale i maestri scolastici si avvalsero assai frequentemente di proposito e con savio intendimento anche nelle dispute di Teologia. Oltre a ciò, essendo una singolarità tutta propria dei Teologi scolastici l’avere congiunto tra loro con strettissimo nodo la scienza umana e la divina, di certo la Teologia, in cui essi furono eccellenti, non si sarebbe acquistata nell’opinione degli uomini tanto onore e tanta lode, se avessero usato una filosofia monca, imperfetta o leggera.

Per la verità, sopra tutti i Dottori Scolastici, emerge come duce e maestro San Tommaso d’Aquino, il quale, come avverte il cardinale Gaetano, "perché tenne in somma venerazione gli antichi sacri dottori, per questo ebbe in sorte, in certo qual modo, l’intelligenza di tutti" . Le loro dottrine, come membra dello stesso corpo sparse qua e là, raccolse Tommaso e ne compose un tutto; le dispose con ordine meraviglioso, e le accrebbe con grandi aggiunte, così da meritare di essere stimato singolare presidio ed onore della Chiesa Cattolica. Egli, d’ingegno docile ed acuto, di memoria facile e tenace, di vita integerrima, amante unicamente della verità, ricchissimo della divina e della umana scienza a guisa di sole riscaldò il mondo con il calore delle sue virtù, e lo riempì dello splendore della sua dottrina. Non esiste settore della filosofia che egli non abbia acutamente e solidamente trattato, perché egli disputò delle leggi della dialettica, di Dio e delle sostanze incorporee, dell’uomo e delle altre cose sensibili, degli atti umani e dei loro principi, in modo che in lui non rimane da desiderare né una copiosa messe di questioni, né un conveniente ordinamento di parti, né un metodo eccellente di procedere, né una fermezza di principi o una forza di argomenti, né una limpidezza o proprietà del dire, né facilità di spiegare qualunque più astrusa materia.

A questo si aggiunge ancora che l’angelico Dottore speculò le conclusioni filosofiche nelle intime ragioni delle cose e nei principi universalissimi, che nel loro seno racchiudono i semi di verità pressoché infinite, e che a tempo opportuno sarebbero poi stati fatti germogliare con abbondantissimo frutto dai successivi maestri. Avendo adoperato tale modo di filosofare anche nel confutare gli errori, egli ottenne così di avere debellato da solo tutti gli errori dei tempi passati e di avere fornito potentissime armi per mettere in rotta coloro che con perpetuo avvicendarsi sarebbero sorti dopo di lui. Inoltre egli distinse accuratamente, come si conviene, la ragione dalla fede; ma stringendo l’una e l’altra in amichevole consorzio, di ambedue conservò interi i diritti, e intatta la dignità, in modo che la ragione, portata al sommo della sua grandezza sulle ali di San Tommaso, quasi dispera di salire più alto; e la fede difficilmente può ripromettersi dalla ragione aiuti maggiori e più potenti di quelli che ormai ha ottenuto grazie a San Tommaso.

Per queste ragioni, specialmente nelle passate età, uomini dottissimi e celebratissimi per dottrina teologica e filosofica, ricercati con somma cura gl’immortali volumi di Tommaso, si diedero tutti all’angelica sapienza di lui, non tanto per averne ornamento e cultura, quanto per esserne sostanzialmente nutriti. È cosa nota che quasi tutti i fondatori e i legislatori degli Ordini religiosi hanno ingiunto ai loro seguaci di studiare le dottrine di San Tommaso, e di attenersi ad esse con la maggiore fedeltà, provvedendo che a nessuno sia lecito impunemente dipartirsi anche di poco dalle orme di tanto Dottore. Per non dire dell’Ordine domenicano, il quale come per suo proprio diritto si onora di questo sommo maestro, sono tenuti da tale legge anche i Benedettini, i Carmelitani, gli Agostiniani, la Compagnia di Gesù e parecchi altri, come attestano i loro specifici statuti.

E qui con grande diletto il pensiero corre a quelle celebratissime Accademie e Scuole che un tempo fiorirono in Europa, quelle, cioè, di Parigi, di Salamanca, di Alcalà, di Douai, di Tolosa, di Lovanio, di Padova, di Bologna, di Napoli, di Coimbra, e moltissime altre. Nessuno ignora che il nome di tali Accademie è venuto crescendo in qualche modo con il tempo, e che negli affari di maggior momento i loro responsi ebbero presso tutti grandissimo peso. Ora non è men certo che in quelle grandi sedi dell’umano sapere, Tommaso aveva un posto come il principe nel proprio regno, e che gli animi di tutti, vuoi maestri, vuoi discepoli, si ritrovavano pienamente , con meraviglioso accordo, nel magistero e nell’autorità del solo Aquinate.

Ma, quel che più conta, i Romani Pontefici Nostri Predecessori esaltarono con singolari manifestazioni di lodi e con amplissime testimonianze la sapienza di Tommaso d’Aquino. Infatti Clemente VI , Nicolò V , Benedetto XIII ed altri attestano che tutta la Chiesa viene illustrata dalle sue meravigliose dottrine; San Pio V poi confessa che mercé la stessa dottrina le eresie, vinte e confuse, si disperdono come nebbia, e che tutto il mondo si salva ogni giorno per merito suo dalla peste degli errori. Altri, con Clemente XII , affermano che dagli scritti di lui sono pervenuti a tutta la Chiesa copiosissimi beni, e che a lui è dovuto quello stesso onore che si rende ai sommi Dottori della Chiesa Gregorio, Ambrogio, Agostino e Girolamo. Altri, infine, non dubitarono di proporlo alle Accademie e ai grandi Licei quale esempio e maestro da seguire a piè sicuro. A conferma di questo Ci sembrano degnissime di essere ricordate le seguenti parole del Beato Urbano V all’Accademia di Tolosa: "Vogliamo, e in forza delle presenti vi imponiamo, che seguiate la dottrina del Beato Tommaso come veridica e cattolica, e che vi studiate con tutte le forze di ampliarla" . Successivamente Innocenzo XII , nella Università di Lovanio, e Benedetto XIV , nel Collegio Dionisiano presso Granata, rinnovarono l’esempio di Urbano.

Ma a questi giudizi dei Sommi Pontefici su Tommaso d’Aquino mette come una corona la testimonianza d’Innocenzo VI: "La dottrina di questo (di Tommaso) possiede sopra tutte le altre, eccettuata la canonica, la proprietà delle parole, la forma del dire, la verità delle sentenze; così che non è mai capitato che abbiano deviato dalla verità quelli che l’hanno professata, e sempre sono stati sospetti circa la verità quelli che l’hanno impugnata" .

Gli stessi Concili Ecumenici, nei quali risplende il fiore della sapienza raccoltovi da tutto l’universo, si adoperarono per onorare in modo singolare Tommaso d’Aquino. Nei Concili di Lione, di Vienna, di Firenze e del Vaticano si direbbe che Tommaso abbia assistito e quasi presieduto alle deliberazioni ed ai decreti dei Padri, combattendo con invincibile valore e con lietissimo successo contro gli errori dei Greci, degli eretici e dei razionalisti. Ma somma lode e tutta propria di Tommaso, concessa a nessun altro dottore cattolico, è che i Padri del Concilio Tridentino hanno voluto che nel mezzo dell’aula delle adunanze, insieme con i codici della Sacra Scrittura e con i decreti dei Romani Pontefici, stesse aperta, sull’altare, anche la Somma di Tommaso d’Aquino per derivarne consigli, ragioni e sentenze.

Infine parve riservata ad un uomo così incomparabile anche la palma di strappare di bocca agli stessi nemici del nome cattolico ossequi, elogi ed ammirazione. Infatti, è cosa nota che fra i capi delle fazioni eretiche non mancarono coloro che confessarono pubblicamente che, tolta una volta di mezzo la dottrina di Tommaso d’Aquino, "essi potrebbero facilmente affrontare tutti i dottori cattolici, vincerli, ed annientare la Chiesa". Vana speranza senza dubbio; ma non vana testimonianza.

Per questi fatti e per queste cause, Venerabili Fratelli, ogni volta in cui volgiamo lo sguardo alla bontà, alla forza ed ai preclari vantaggi del suo insegnamenti filosofico, che i nostri maggiori ebbero in particolare amore, giudichiamo essersi sconsigliatamente commesso che non sempre né ovunque fosse al medesimo conservato l’onore dovuto, tanto più che era ben noto come una lunga esperienza, il giudizio di uomini sommi e, quello che vale soprattutto, il suffragio della Chiesa, avevano favorito la filosofia scolastica. Allora, in luogo dell’antica dottrina subentrò qua e là una nuova scuola filosofica, dalla quale non si colsero quei frutti preziosi e salutari che la Chiesa e la stessa società civile avrebbero preferibilmente desiderato. Infatti agli sforzi nei Novatori del secolo XVI piacque filosofare senza il menomo riguardo alla fede, avendo chiesto ed essendosi data scambievolmente la facoltà di escogitare tutto ciò che piacesse e fosse gradito. Quindi, com’era ben naturale, le varie maniere di filosofare si moltiplicarono più del dovuto, e sorsero teorie diverse e fra sé contrastanti, anche intorno a quelle cose che sono fondamentali nelle cognizioni umane. Dalla molteplicità delle opinioni si passò assai spesso alle incertezze e ai dubbi: dal dubbio, poi, quanto sia facile all’uomo precipitare nell’errore, non v’è chi non lo veda. E poiché gli uomini si lasciano trascinare dall’esempio, anche le menti dei filosofi cattolici sembrarono invase dall’amore della novità: ond’è che, trascurato il patrimonio dell’antica sapienza, preferirono tentare cose nuove piuttosto che aumentare e perfezionare le antiche con le nuove, e questo certamente con poco saggio consiglio e non senza detrimento delle scienze. Infatti questa molteplice forma di dottrina, appoggiandosi sull’autorità e sull’arbitrio dei singoli maestri, ha un fondamento malfermo, e per tale motivo non costituisce una filosofia certa, stabile e robusta come l’antica, ma vacillante e leggera. La quale, se per caso le accada di sentirsi qualche volta poco idonea a sostenere l’impeto dei nemici, dovrà riconoscerne in se stessa la causa e la colpa. Dicendo ciò non disapproviamo certamente quei dotti e solerti uomini i quali volgono la loro operosità, la loro erudizione e la dovizia dei nuovi ritrovati allo studio della filosofia, giacché sappiamo bene che questo conduce all’incremento e al progresso della scienza. Ma conviene evitare con somma cura che in tale erudizione ed operosità s’impieghi tutto l’impegno, o la parte principale di esso. Non altrimenti si deve giudicare della sacra Teologia, la quale si giovi pure e s’illustri con l’aiuto di svariata erudizione, tuttavia è assolutamente necessario che essa sia trattata nel modo nobile usato dagli Scolastici, affinché, riunite in essa le forze della ragione e della rivelazione, continui ad essere "il propugnacolo invincibile della fede" .

Con ottima decisione dunque non pochi cultori delle scienze filosofiche, avendo recentemente applicato l’animo a restaurare con profitto la filosofia, attesero ed attendono a far rivivere e ritornare nel primitivo splendore la dottrina di San Tommaso d’Aquino. Abbiamo saputo con grande letizia dell’animo Nostro, come molti dell’Ordine Vostro si siano con pari desiderio messi alacremente nella stessa via. E mentre altamente di ciò li lodiamo, li confortiamo altresì a rimanere fermi nella decisione intrapresa; vogliamo poi che tutti gli altri sappiano non esservi per Noi cosa più cara e più desiderabile di questa: che tutti offriate largamente e copiosamente alla gioventù l’acqua di quei rivi purissimi di sapienza, che con perenne abbondantissima vena scorrono dall’Angelico Dottore.

Molte poi sono le ragioni che Ci muovono a volere questo. Innanzi tutto in questi nostri tempi, essendo in uso combattere la fede cristiana con le arti e con le astuzie di una scienza fallace, è necessario che tutti i giovani, e particolarmente quelli che crescono sperando nella Chiesa, siano nutriti di una dottrina sostanziosa e robusta, affinché vigorosi e ben preparati si abituino tempestivamente a trattare valorosamente e sapientemente la causa della religione e siano "sempre pronti, secondo gli ammonimenti apostolici, a soddisfare chiunque domanda ragione di quella speranza che è in noi" (1Pt 3,15), e "ad esortare nella sana dottrina ed a convincere coloro che la contraddicono" (Tt 1,9). Inoltre, molti di quelli che, inimicatisi con la fede, hanno in odio gl’insegnamenti cattolici, dichiarano di avere a maestro e duce la sola ragione. A sanare costoro ed a riportarli in grazia con la fede cattolica, riteniamo che, dopo il soprannaturale aiuto di Dio, non vi sia mezzo più opportuno della solida dottrina dei Padri e degli Scolastici, i quali dimostrano i saldissimi fondamenti della fede, la sua divina origine, l’inconcussa verità, gli argomenti che la sorreggono, i benefici arrecati al genere umano e la sua perfetta armonia con la ragione, apportando tanta evidenza e tanta forza, quanta è sovrabbondantemente sufficiente a piegare gli animi anche più ritrosi ed ostinati.

Anche la società familiare e quella civile, le quali a causa di perverse ed esiziali dottrine si trovano esposte, come tutti vediamo, al più grave pericolo, se ne starebbero certamente più tranquille e più sicure se nelle Accademie e nelle scuole s’insegnasse una dottrina più sana e più conforme al magistero della Chiesa, quale appunto è contenuta nei volumi di Tommaso d’Aquino. Infatti, quello che Tommaso insegna circa la vera natura della libertà, che va oggidì tramutandosi in licenza, circa la divina origine di ogni autorità, circa le leggi e la loro forza, circa la paterna e giusta sovranità dei Principi, circa l’obbedienza dovuta ai più alti poteri, circa la mutua carità fra gli uomini, queste ed altre simili dottrine hanno una forza grandissima e invincibile per rovesciare quei principi del nuovo diritto, che si conoscono perniciosi alla tranquillità dell’ordine sociale ed alla pubblica salute.

Infine, tutte le umane discipline debbono concepire una speranza di avanzamento e ripromettersi moltissimi aiuti da questo rinnovamento della filosofia, che Noi Ci siamo proposti. Infatti le scienze e le arti liberali trassero sempre dalla filosofia, come da scienza moderatrice, la saggia norma e il corretto modo di procedere; dalla medesima, come dal fonte universale della vita, derivarono lo spirito che le alimenta. Dal fatto e dalla esperienza è continuamente provato che sommamente fiorirono le arti liberali quando si mantenne incolume l’onore, e fu saggio il giudizio della filosofia; per contro giacquero neglette e pressoché dimenticate quando la filosofia volse in basso, e fu confusa da errori e da inezie. Pertanto, anche le scienze fisiche che al presente sono in gran pregio, e che per tante e così splendide invenzioni suscitano ovunque singolare ammirazione di sé, non solo non patiranno alcun detrimento dalla recuperata filosofia degli antichi, ma ne saranno anzi molto avvalorate. Infatti, per studiarle con frutto e per accrescerle non bastano la sola osservazione dei fatti e la sola considerazione della natura, ma quando i fatti siano certi è necessario sollevarsi più alto e operare con solerzia per conoscere la natura della cose, per investigarne le leggi a cui obbediscono ed i principi dai quali nascono il loro ordine, l’unità nella varietà e la mutua affinità nella diversità. A tali ricerche la filosofia scolastica, se saggiamente insegnata, potrà fornire meravigliosamente forza e luce.

A questo proposito giova pure avvertire che con somma ingiustizia si accusa la medesima filosofia di essere contraria al progresso ed all’incremento delle scienze naturali. Infatti gli Scolastici, seguendo il pensiero dei Santi Padri, avendo spesso insegnato nell’Antropologia che l’intelletto umano giunge alla conoscenza delle cose incorporee e spirituali non altrimenti che dalle cose materiali, compresero di per sé che non esiste per il filosofo cosa più utile che investigare con diligenza i segreti della natura e impegnarsi lungamente nello studio di essa. Il che essi confermarono anche con il proprio esempio, in quanto San Tommaso, il Beato Alberto Magno e gli altri esponenti della Scolastica non si diedero soltanto alla speculazione della filosofia, ma si occuparono grandemente anche della conoscenza delle cose naturali. Anzi, non sono poche in questo settore le loro affermazioni e le loro sentenze che i maestri moderni approvano e sostengono essere conformi alla verità. Inoltre, in questa stessa nostra epoca, molti insigni professori delle scienze fisiche pubblicamente ed apertamente attestano che fra le conclusioni certe ed accettate della fisica moderna ed i principi filosofici della Scuola non si trova alcuna vera e reale contrapposizione.

Noi dunque, mentre dichiariamo che si deve accogliere con aperto e grato animo tutto ciò che sapientemente è stato detto e che è stato inventato ed escogitato utilmente da chicchessia, esortiamo Voi tutti, Venerabili Fratelli, a rimettere in uso la sacra dottrina di San Tommaso e a propagarla il più largamente possibile, a tutela e ad onore della fede cattolica, per il bene della società, e ad incremento di tutte le scienze. Diciamo la dottrina di San Tommaso. Infatti, se qualche cosa fu cercata dagli Scolastici con eccessiva semplicità o insegnata con poca ponderazione; se ve n’è qualche altra che non si accordi pienamente con gl’insegnamenti certi dei tempi più recenti, o infine se ve n’è qualcuna che in qualunque modo non merita di essere accettata, non intendiamo che sia proposta all’età presente, perché la segua.

Per il resto, i maestri scelti da Voi con saggio discernimento cerchino di far penetrare negli animi dei discepoli la dottrina di San Tommaso d’Aquino, e mettano in luce lo spessore e l’eccellenza di essa a preferenza di tutte le altre. Le Accademie da Voi fondate o che si fonderanno la illustrino e la difendano, e se ne valgano per confutare gli errori correnti. Affinché poi non si abbia ad attingere la dottrina supposta invece della genuina, né la corrotta invece della pura, fate in modo che la sapienza di San Tommaso sia prelevata dalle sue proprie fonti, o per lo meno da quei rivi che, usciti dallo stesso fonte, scorrono ancora puri e limpidissimi, secondo il sicuro e concorde giudizio dei dotti. Da quei ruscelli, poi, che pur si dicono sgorgati di là, ma di fatto crebbero da acque estranee e per niente salubri, procurate di tener lontani gli animi dei giovani.

Sappiamo però che i Nostri sforzi saranno vani, se le comuni iniziative, Venerabili Fratelli, non saranno favorite da Colui che "Dio delle scienze" è chiamato nelle divine Scritture (1Sam 2,3), dalle quali siamo pure ammoniti che ci vengono "dall’alto ogni buona donazione ed ogni dono perfetto, discendendo dal Padre dei lumi" (Gc 1,17). E di nuovo: "Se qualcuno di voi manca di sapienza, la chieda a Dio, il quale dà a tutti liberamente e non rinfaccia; e gli sarà donata" (Gc 1,5). Dunque, anche in questo prendiamo ad esempio il Dottore Angelico che non si mise mai ad insegnare o a scrivere, se non dopo essersi propiziato Dio con le preghiere e che francamente confessò che aveva acquistato tutto ciò che sapeva non tanto attraverso il proprio studio e la propria fatica, quanto per favore divino. Pertanto, con umile e concorde preghiera supplichiamo tutti insieme Iddio, affinché effonda sui figli della Chiesa lo spirito della scienza e dell’intelletto ed apra loro la capacità di intendere la sapienza.

Al fine di ottenere più abbondanti i frutti della divina bontà, interponete presso Dio il patrocinio efficacissimo della Beata Vergine Maria, la quale è chiamata Sede della sapienza, e insieme usate ad intercessori il Beato Giuseppe, Sposo purissimo della Vergine, ed i sommi Apostoli Pietro e Paolo, i quali con la verità rinnovarono il mondo corrotto dall’impuro contagio degli errori e lo riempirono della luce della celeste sapienza.

Infine, confortati dalla speranza del divino soccorso, e confidando nella Vostra pastorale sollecitudine, a Voi, Venerabili Fratelli, a tutto il Clero ed al popolo affidato a ciascuno in particolare, quale auspicio dei celesti favori e come pegno della Nostra singolare benevolenza, impartiamo con tutto l’affetto nel Signore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 4 agosto 1879, anno secondo del Nostro Pontificato.

LEONE PP. XIII


ARCANUM DIVINAE

LETTERA ENCICLICA
DI SUA SANTITA' LEONE PP. XIII


A tutti i Venerabili Fratelli Patriarchi, Primati, Arcivescovi e Vescovi del mondo cattolico che hanno grazia e comunione con la Sede Apostolica.

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

L’arcano consiglio della sapienza divina, che il Salvatore degli uomini Gesù Cristo doveva compiere sulla terra, mirava appunto a questo: che Egli, per sé ed in sé, rinnovasse prodigiosamente il mondo, quasi consunto della vecchiaia. Il che espresse in una splendida e magnifica frase l’Apostolo Paolo quando scrisse agli Efesini: "Averci Iddio fatto noto il mistero della sua volontà... di riunire in Cristo tutte le cose, sia quelle che sono nei cieli, sia quelle che sono in terra" (Ef 1,9-10). Infatti, allorché Cristo Signore cominciò ad eseguire il mandato che gli aveva dato il Padre, subito comunicò a tutte le cose una nuova forma e bellezza, dileguandone ogni squallore. Infatti, Egli sanò le ferite che il peccato del primo padre aveva cagionato alla natura umana; riconciliò con Dio tutti gli uomini, per natura figli dell’ira; ricondusse alla luce della verità coloro che erano oppressi dagli errori; riportò ad ogni virtù coloro che erano soggiogati da ogni impudicizia; ed avendo ridonato tutti alla eredità della beatitudine eterna, diede loro la sicura speranza che lo stesso loro corpo mortale e caduco sarebbe stato un giorno partecipe dell’immortalità e della gloria celeste. Affinché poi benefìci tanto singolari durassero sulla terra fintantoché vi fossero uomini, costituì la Chiesa vicaria di ogni sua potestà, e, guardando all’avvenire, volle che essa, se qualche turbamento si verificasse nella società umana, vi riportasse l’ordine e riparasse eventuali guasti.

Benché questo divino rinnovamento che abbiamo detto riguardasse principalmente e direttamente gli uomini costituiti nell’ordine della grazia soprannaturale, tuttavia i suoi preziosi e salutari frutti ridondarono largamente anche nell’ordine naturale, così che ne conseguirono una non mediocre perfezione tanto i singoli mortali, quanto l’intiera famiglia del genere umano. Infatti, appena stabilita nel mondo la religione cristiana, a tutti e singoli gli uomini fu offerta la felice sorte di conoscere la paterna provvidenza di Dio, di avvezzarsi a porre in essa ogni loro fiducia, ed a nutrire quella speranza che non confonde, cioè la speranza dei celesti aiuti, dai quali derivano la fortezza, la moderazione, la costanza, l’equilibrio dello spirito e, infine, molte belle virtù e fatti egregi. È davvero meraviglioso quanta dignità, quanta stabilità e quanto decoro ne siano derivati alla comunità familiare e a quella civile. L’autorità dei Principi si è resa più ragionevole e più santa; l’obbedienza dei popoli più devota e più pronta; i vincoli di fratellanza fra i cittadini più stretti, i diritti di proprietà più garantiti. La religione cristiana provvide a tutte le cose che sono ritenute utili nello Stato, tanto che, come dice Sant’Agostino, non pare che essa avrebbe potuto apportare maggior soccorso al tranquillo e beato vivere, se fosse nata unicamente per apprestare od accrescere i comodi ed i beni della vita mortale.

Ma non è ora Nostro intendimento enumerare tutti i particolari intorno a questo argomento; solo Ci proponiamo di ragionare della comunità domestica, il cui principio o fondamento si trova nel matrimonio.

Tutti sanno, Venerabili Fratelli, quale sia l’origine vera del matrimonio. Poiché, sebbene i detrattori della fede cristiana rifuggano dal conoscere la dottrina perpetua della Chiesa intorno a questa materia, e si sforzino da gran tempo di cancellare la memoria di tutte le genti e di tutti i secoli, tuttavia non hanno potuto né estinguere, né diminuire la luce della verità. Rammentiamo a tutti cose note e non dubbie: dopo che Iddio, nel sesto giorno della creazione, formò l’uomo dalla polvere della terra, e gli soffiò nel volto l’alito della vita, volle dargli una compagna che trasse prodigiosamente da un fianco dello stesso uomo addormentato. Con questo il provvidentissimo Iddio intese che quella coppia di coniugi fosse il principio naturale di tutti gli uomini, dal quale cioè dovesse propagarsi il genere umano e, attraverso generazioni mai interrotte, conservarsi nel tempo. Quella congiunzione dell’uomo e della donna, affinché meglio rispondesse ai sapientissimi consigli di Dio, fin da allora mostrò in sé, come altamente impresse e scolpite, due proprietà principali ed oltremodo nobilissime, cioè l’unità e la perpetuità. Ciò vediamo dichiarato e solennemente ratificato dal Vangelo con la divina autorità di Gesù Cristo, il quale proclamò ai Giudei ed agli Apostoli che il matrimonio, per la sua stessa istituzione, deve essere solamente tra due, ossia tra un uomo e una donna; che dei due si forma come una sola carne, e che il vincolo nuziale, per volere di Dio, è così intimamente e fortemente unito che nessuno tra gli uomini può romperlo o scioglierlo. "Starà congiunto [l’uomo] con la moglie sua, e i due saranno una sola carne. Pertanto non sono più due, ma una carne sola. Dunque ciò che Iddio ha congiunto l’uomo non separi" (Mt 19,5-6).

Peraltro questa forma di connubio, tanto nobile e sublime, a poco a poco cominciò a corrompersi e a venir meno presso i popoli pagani; e presso la stessa nazione degli Ebrei parve quasi annebbiarsi e oscurarsi. Infatti, presso questi, a proposito delle mogli era comune consuetudine che ad ogni uomo fosse lecito averne più d’una. Successivamente, avendo Mosè, "a cagione della durezza del loro cuore" (Mt 19,8), dato benignamente la facoltà dei ripudi, fu aperta la strada al divorzio. Presso i pagani, poi, sembra cosa appena credibile quanta corruzione e depravazione si concentrassero nelle nozze, soggette al fluttuare degli errori e delle turpissime cupidigie di ciascun popolo. Tutte le genti, più o meno, parvero disimparare la nozione e l’origine vera del matrimonio; e intorno ai connubi dappertutto si promulgavano leggi le quali parevano secondare l’indole dei governi, non quelle richieste dalla natura. I riti solenni, introdotti ad arbitrio dei legislatori, facevano sì che le donne ottenessero il nome onesto di moglie o quello infame di concubina, anzi, si giunse a un punto tale che secondo la volontà dei capi della repubblica si disponeva a chi fosse permesso di contrarre le nozze, e a chi no, dato che le leggi richiedevano molte cose contrarie all’equità e molte a favore dell’ingiustizia. Oltre a ciò, la poligamia, la poliandria, il divorzio furono cagione che il vincolo nuziale si rallentasse di molto. Esisteva una grandissima confusione nei vicendevoli diritti e doveri dei coniugi, dato che il marito acquistava la proprietà della moglie, e sovente senza nessuna giusta causa ordinava a lei che, ripigliate le cose sue, se ne andasse; egli poi, spinto da una sfrenata ed indomabile libidine, poteva impunemente "scorrazzare per i lupanari in cerca di schiave, come se dalla dignità non dalla volontà dipendesse la colpa" . In così strabocchevole licenza del marito, nulla vi era di più miserando della moglie, abbassata a tanta viltà che quasi veniva considerata soltanto come uno strumento destinato a soddisfare alla libidine od a procreare figli. Né arrossì per il fatto che quelle che erano da collocare per mogli fossero comprate e vendute a somiglianza delle cose corporali , essendo stata data talvolta facoltà al padre o al marito di condannarle all’estremo supplizio di moglie. Una famiglia nata da siffatti connubi era giocoforza considerata come proprietà dello Stato, o come schiava del padre di famiglia , al quale le leggi avevano concesso il potere non solo di effettuare o di sciogliere a suo arbitrio il matrimonio dei figli, ma di esercitare altresì sopra di essi l’immane potere della vita e della morte.

Ma a tanti vizi e a così grandi ignominie, da cui erano inquinati i connubi, vennero infine approntati dal cielo il soccorso e la medicina, in quanto Gesù Cristo, riparatore dell’umana dignità e perfezionatore delle leggi mosaiche, si prese non piccola né ultima cura del matrimonio. Egli infatti nobilitò con la sua presenza le nozze in Cana di Galilea, e con il primo dei suoi prodigi le rese memorabili (Gv 2,1-11), e da quel giorno pare che cominciasse a risplendere una nuova santità nei connubi degli uomini. Poscia richiamò il matrimonio alla nobiltà della prima origine, sia col riprovare i costumi degli Ebrei, che abusavano e del numero delle mogli e della facoltà del ripudio, sia massimamente col prescrivere che nessuno osasse sciogliere ciò che Iddio con perpetuo vincolo di congiunzione aveva legato. Pertanto, avendo confutato le difficoltà che derivavano dalle istituzioni mosaiche, assunta la persona di supremo legislatore, decretò queste cose intorno ai coniugi: "Ora io vi dico che chiunque rimanderà la propria moglie, salvo che per cagione d’adulterio, e ne sposerà un’altra, commette adulterio; e chi sposerà colei che fu ripudiata commette adulterio" (Mt 19,9), cioè che Cristo Signore ha innalzato il matrimonio alla dignità di Sacramento, ed ha contemporaneamente fatto sì che i coniugi, rivestiti e fortificati dalla celeste grazia che i meriti di Lui apportarono, ottenessero la santità nello stesso matrimonio. In questo, conformato mirabilmente all’esempio del suo mistico connubio con la Chiesa, ha perfezionato l’amore naturale , e stretto più fortemente col vincolo della carità divina l’unione, indivisibile per sua stessa natura, del marito e della moglie. "O uomini, – dice Paolo agli Efesini – amate le vostre mogli come anche Cristo amò la Chiesa e diede se stesso per lei, al fine di santificarla... I mariti debbono amare le loro mogli come i loro propri corpi... dato che nessuno ebbe mai in odio la propria carne; anzi la nutre e la cura, come fa pure Cristo della Chiesa: perché noi siamo membra del suo corpo, della sua carne e delle sue ossa. Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre sua, e starà congiunto con sua moglie; e i due saranno una carne sola. Questo Sacramento è grande: io però lo dico riguardo a Cristo e alla Chiesa" (Ef 5,25-33). Similmente apprendemmo dagli Apostoli che Cristo ha decretato che l’unione e la perpetua stabilità – che si richiedevano fino dalla stessa origine delle nozze – fossero sacre e inviolabili in tutte le età. "Ai coniugati, dice lo stesso Paolo, ordino, non io, ma il Signore, che la moglie non si separi dal marito, e qualora si sia separata, rimanga senza rimaritarsi, o si ricongiunga con suo marito" (1Cor 7,10-11), e di nuovo: "La moglie è legata alla legge per tutto il tempo che suo marito vive; se il marito muore, ella è libera" (1Cor 7,39). Per questi motivi dunque il matrimonio divenne "Sacramento grande" (Ef 5,32), "onorabile in tutto" (Eb 13,4), pio, casto, venerando per la figura ed il significato d’altissime cose.

Né la sua cristiana e somma perfezione è contenuta soltanto nelle prerogative che si sono ricordate. Infatti, in primo luogo alla società coniugale fu prestabilito uno scopo più nobile e più alto che mai fosse stato in precedenza, in quanto si volle che essa mirasse non solo a propagare il genere umano, ma a generare figli alla Chiesa, "concittadini dei Santi e domestici di Dio" (Ef 2,19), cioè "che fosse creato ed educato un popolo al culto e alla religione di Cristo, vero Dio e nostro Salvatore" . In secondo luogo, all’uno ed all’altro dei coniugi furono stabiliti i loro propri doveri, e interamente descritti i loro diritti. È necessario cioè che essi abbiano sempre l’animo talmente disposto da comprendere l’uno dovere all’altro un amore grandissimo, una fede costante, un sollecito e continuo aiuto. Il marito è il principe della famiglia e il capo della moglie; la quale, non pertanto, dato che è carne della carne di lui ed osso delle sue ossa, deve essere soggetta ed obbediente al marito, non a guisa di ancella, ma di compagna; cioè in modo tale che la soggezione che ella rende a lui non sia disgiunta dal decoro né dalla dignità. In lui che governa, ed in lei che obbedisce, dato che entrambi rendono l’immagine l’uno di Cristo, l’altra della Chiesa, sia la carità divina la perpetua moderatrice dei loro doveri. Infatti "l’uomo è capo della donna, come Cristo è capo della Chiesa... Quindi, come la Chiesa è soggetta a Cristo, così le mogli debbono essere soggette ai loro mariti in ogni cosa" (Ef 5,23-24); furono pareggiati i diritti del marito e della moglie; infatti, come diceva San Girolamo , "presso di noi ciò che non è lecito alle donne, altrettanto non è lecito agli uomini, e la stessa servitù viene considerata a pari condizione"; furono stabilmente consolidati i medesimi diritti per mezzo della reciproca benevolenza e dei vicendevoli compiti; fu garantita e tutelata la dignità delle donne; fu vietato al marito di punire l’adulterio con la pena di morte , e di violare per libidine e impudicizia la fede giurata. È altresì di grande importanza che la Chiesa abbia posto un limite, nella misura necessaria, alla patria potestà, affinché nulla venisse tolto alla ragionevole libertà dei figli e delle figlie che desiderassero sposarsi ; che abbia decretato nulle le nozze tra i consanguinei e gli affini in certi gradi , affinché l’amore soprannaturale dei coniugi potesse diffondersi in più vasto campo; che abbia avuto cura di rimuovere dalle nozze, per quanto le fu possibile, l’errore, la violenza e la frode ; che abbia voluto si conservassero intere ed intatte la pudicizia santa del talamo, la sicurezza delle persone , la dignità dei connubii , la integrità della religione . Da ultimo, con tanto vigore, con tanta provvidenza di leggi fortificò codesta divina istituzione, tanto che non v’è alcuno, giusto estimatore delle cose, il quale non comprenda che anche per quanto si riferisce ai connubi, la Chiesa è ottima conservatrice e protettrice del genere umano; la sua sapienza trionfò nel corso dei tempi contro le ingiurie degli uomini e le innumerevoli vicende degli Stati.

Ma ad opera del nemico del genere umano non mancano coloro che, come rigettano ingratamente gli altri benefici della redenzione, così disprezzano o non riconoscono affatto la riabilitazione e il perfezionamento del matrimonio. Fu malvagità di alcuni antichi l’essere stati nemici delle nozze in qualche loro prerogativa, ma con danno molto più grave peccano all’età nostra coloro che vogliono completamente corromperne la natura, così perfetta e completa in tutte le sue parti e qualità. La causa di tale guerra consiste massimamente in questo, che imbevuti delle opinioni di una falsa filosofia e di prave abitudini, gli animi di molti soffrono soprattutto nello stare soggetti e nell’obbedire; pertanto operano a più non posso perché non solo ciascun uomo, ma le famiglie e tutta l’umana società disprezzino i comandi di Dio. Siccome però la fonte e l’origine della famiglia e della società umana sono riposte nel matrimonio, non possono in alcun modo sopportare che esso sia sottoposto alla giurisdizione della Chiesa; anzi si sforzano di spogliarlo d’ogni santità e di circoscriverlo entro la cerchia veramente angusta delle cose che furono istituite dal senno umano, e che cadono sotto l’autorità e il governo del diritto civile. Dal che doveva derivare per necessaria conseguenza che essi attribuissero ogni diritto sopra i connubi ai capi dello Stato, e che non ne avesse alcuno la Chiesa; la quale, se talvolta esercitò un siffatto potere, ciò avvenne o per condiscendenza dei Principi, o per sopruso. Ma essi dicono che ormai è giunto il tempo nel quale coloro che reggono lo Stato devono difendere gagliardamente i loro diritti, e cominciare a regolare a loro discrezione ogni cosa che appartiene ai connubi . Quindi sono nati i cosiddetti matrimoni civili; sono state stabilite le leggi intorno alle cause che possano impedire le nozze; da qui le sentenze del foro intorno ai contratti matrimoniali eseguiti illegalmente o con difetto. Infine vediamo che ogni facoltà di far leggi e pronunciare sentenze in questa materia è stata sottratta alla Chiesa cattolica con studiata abilità, al punto che non si tiene alcun conto né della sua potestà divina, né delle sue provvide leggi, con le quali così a lungo vissero beatamente i popoli, ai quali con la cristiana sapienza pervenne la luce della civiltà.

Con tutto ciò i Naturalisti e tutti coloro che, professandosi altamente devoti alla onnipotenza dello Stato, si sforzano di sconvolgere con queste malvagie dottrine tutta la società, non possono sfuggire all’accusa di falsità. Infatti, poiché il matrimonio ha Dio come autore, ed essendo stato fin da principio quasi una figura della Incarnazione del Verbo di Dio, perciò in esso si trova qualcosa di sacro e religioso, non avventizio, ma congenito, non ricevuto dagli uomini, ma innestato da natura. Pertanto, Innocenzo III e Onorio III , Nostri Predecessori, non a torto né senza ragione poterono affermare che "il Sacramento del matrimonio esiste presso i fedeli e gl’infedeli". Chiamiamo in testimonio i monumenti dell’antichità, ed i costumi e le usanze dei popoli che meglio si erano avvicinati all’umanità, e che avevano progredito in una più esatta cognizione del diritto e della equità; nelle loro menti era impressa, come preconcetta ed innata, questa nozione, cioè che quando pensavano al matrimonio sorgeva in essi spontaneamente l’idea di una cosa congiunta con la religione e la santità. Per questo motivo le nozze presso di loro non venivano sovente celebrate senza i riti delle religioni, l’autorità dei pontefici, il ministero dei sacerdoti.

Tanta meravigliosa efficacia ebbero in quegli animi, pur digiuni della celeste dottrina, la natura delle cose, la memoria delle origini, la coscienza del genere umano! Pertanto, mostrandosi il matrimonio per la sua stessa natura come cosa del tutto sacra, è giusto che venga regolato e moderato non dal potere dei Principi, ma dall’autorità divina della Chiesa, la quale sola ha il magistero delle cose sacre. Inoltre si deve por mente alla dignità del Sacramento, prerogativa per la quale divennero oltre ogni dire nobilissimi i matrimoni dei cristiani. Il dar leggi, poi, e disposizioni intorno ai Sacramenti, lo può e deve, per volontà di Cristo, soltanto la Chiesa, sicché ripugna assolutamente il volere che una minima parte di tale potestà sia trasferita nei reggitori delle cose civili.

Da ultimo, grande è il peso, grande l’autorità della storia, la quale solennemente attesta che la Chiesa liberamente e costantemente fu solita esercitare il potere legislativo e giudiziario, di cui ragioniamo, anche in quei tempi nei quali sarebbe somma stoltezza supporre che i moderatori dello Stato in tal fatto prestassero il loro consenso o fingessero di non vedere. È certamente tanto incredibile quanto assurdo che Cristo Signore condannasse l’inveterata consuetudine della poligamia e del ripudio per una facoltà a lui delegata dal governatore della provincia o dal principe dei Giudei; analogamente che l’Apostolo Paolo proclamasse illeciti i divorzi e le nozze incestuose per condiscendenza o per tacito mandato di un Tiberio, di un Caligola, di un Nerone! E neppure potrà mai farsi credere ad un uomo di sano intelletto, che intorno alla santità e alla stabilità dei connubi , intorno alle nozze tra gli schiavi e le donne libere , fossero promulgate dalla Chiesa tante leggi con licenza impetrata dagli Imperatori romani, assolutamente nemici del nome cristiano, i quali non avevano altro più deciso proposito che di opprimere con la violenza e con le stragi la crescente religione di Cristo, soprattutto per la ragione che il diritto stabilito dalla Chiesa era alle volte talmente discordante dal diritto civile, che Ignazio Martire , Giustino , Atenagora e Tertulliano riprovavano pubblicamente come ingiuste od illegittime le nozze di alcuni alle quali, nondimeno, erano favorevoli le leggi imperiali.

Dopo che ogni potere passò agli Imperatori cristiani, i Sommi Pontefici ed i Vescovi adunati nei Concili, con la stessa libertà e coscienza del loro diritto continuarono sempre a prescrivere o ad inibire intorno ai matrimoni quanto ritenevano utile, quanto conforme ai tempi, ancorché sembrasse contrario alle consuetudini civili. Nessuno ignora quante grandi cose, spesso contrarie ai decreti sanciti dal diritto cesareo, siano state stabilite dai Prelati della Chiesa nei Concili Illiberitano , Arelatese , Calcedonese , Milevitano II ed in altri, intorno agli impedimenti del vincolo, del voto, della diversità di culto, della consanguineità, del delitto e della pubblica onestà. Anzi, fu così lontana l’ipotesi che i Principi si arrogassero la giurisdizione nei matrimoni cristiani, che riconobbero invece e dichiararono che essa era tutta e soltanto nella Chiesa. Infatti Onorio, Teodosio il giovine, Giustiniano non esitarono a dichiarare che, nelle cose che riguardano le nozze, non era loro lecito di esser altro che custodi e difensori dei sacri canoni. E se sancirono qualche cosa con i loro editti sopra gl’impedimenti dei connubi, ne fecero spontaneamente conoscere il motivo, cioè che essi si erano presa tale libertà con il permesso e l’autorizzazione della Chiesa , della quale furono soliti ricercare e seguire con ossequio la decisione nelle questioni riguardanti l’onestà dei natali , i divorzi , e in definitiva tutte le cose che hanno una relazione con il vincolo coniugale . Pertanto fu con buona ragione definito nel Tridentino essere in potestà della Chiesa "determinare gl’impedimenti che rompono il matrimonio , ed essere di competenza dei giudici ecclesiastici le cause matrimoniali" .

Né deve impressionare qualcuno la separazione tanto sostenuta dai Regalisti, che distinguono il contratto nuziale dal Sacramento, con l’intenzione di lasciare il contratto in balìa ed in arbitrio dei capi dello Stato, riservando alla Chiesa le ragioni del Sacramento. Infatti non si può approvare tale distinzione, o più esattamente separazione, essendo manifesto che nel matrimonio cristiano il contratto non può essere separato dal Sacramento, e perciò non può sussistere un vero e legittimo contratto che non sia al tempo stesso Sacramento. Poiché il matrimonio fu arricchito da Cristo Signore della dignità di Sacramento, il matrimonio si identifica con lo stesso contratto, quando sia fatto secondo le norme volute. Si aggiunga che il matrimonio è Sacramento proprio per questo: che è un segno sacro, che produce la grazia e rende immagine delle mistiche nozze di Cristo con la Chiesa. La forma poi e la figura di queste vengono espresse da quello stesso vincolo di perfetta unione con il quale l’uomo e la donna si congiungono tra loro, e che non è altro se non il matrimonio medesimo. È dunque chiaro che ogni giusto connubio tra cristiani è in sé e per sé Sacramento: e niente è più contrario alla verità di questo, che il Sacramento sia un certo ornamento aggiunto, od una proprietà estrinseca, che si possa ad arbitrio degli uomini disgiungere e separare dal contratto. Quindi né con la ragione, né con la storia, testimone dei tempi, si arriva a provare che il potere sui matrimoni dei Cristiani sia a buon diritto trasferito nei capi dello Stato. Se in questa materia fu violato l’altrui diritto, nessuno certamente potrà dire che sia stato violato dalla Chiesa.

Dio volesse poi che le dottrine dei Naturalisti, piene come sono di falsità e d’ingiustizia, così non fossero anche portatrici di danni e di calamità! Ma è facile conoscere quanta rovina abbiano arrecato i connubi celebrati profanamente, quanta siano per arrecarne alla generale comunità degli uomini. Innanzi tutto è legge divinamente sancita che le cose istituite da Dio e dalla natura risultano sperimentalmente tanto più utili e salutari quanto più rimangono integre ed immutabili nel loro stato originale, dato che Dio, creatore di tutte le cose, ben conobbe ciò che alla istituzione e al mantenimento di ciascuna sia conveniente, e con la volontà e con la mente sua le ha tutte ordinate in modo che ognuna debba opportunamente raggiungere il suo fine. Ma se la temerità e la malvagità degli uomini vogliono mutare e sconvolgere l’ordine delle cose provvidamente stabilito, allora anche le cose istituite con somma sapienza ed altrettanta utilità cominciano a nuocere o cessano di giovare, sia perché col mutare abbiano perduto la virtù di far bene, sia perché Iddio stesso voglia piuttosto castigare siffatte manifestazioni dell’orgoglio e dell’audacia dei mortali. Ora, coloro che negano che il matrimonio è sacro e, spogliatolo d’ogni santità, lo relegano nel novero delle cose profane, rovesciano le fondamenta della natura, e come si oppongono ai consigli della provvidenza divina, così ne abbattono, per quanto sta in loro, le istituzioni. Pertanto non deve suscitare meraviglia che da tali sforzi forsennati ed empi si generi quella moltitudine di mali, di cui niente è più pernicioso alla salute delle anime ed alla incolumità degli Stati.

Se si ricerca a qual fine fosse ordinata la divina istituzione dei matrimoni, apparirà evidentissimo che Dio volle in essi racchiudere fonti ricchissime di pubblica utilità e salvezza. E in verità, oltre che provvedere alla propagazione del genere umano, essi hanno anche lo scopo di rendere migliore e più facile la vita dei coniugati, e ciò per più ragioni, quali gli scambievoli aiuti nell’alleviare le loro necessità, l’amore costante e fedele, la comunanza di tutti i beni, la grazia celeste che proviene dal Sacramento. I matrimoni poi contribuiscono assai alla salvezza delle famiglie, giacché essi, finché saranno conformi alla natura e risponderanno pienamente ai consigli di Dio, potranno senza dubbio rafforzare la concordia degli animi fra i genitori, garantire la retta educazione dei figli, moderare la patria potestà sull’esempio della potestà divina, rendere obbedienti i figli ai genitori, i servi ai padroni. Da tali connubi poi le comunità possono ragionevolmente aspettarsi una stirpe ed una successione di cittadini che siano ottimamente animati e che, assuefatti all’ossequio e all’amore verso Dio, reputino stretto dovere prestare obbedienza a coloro che giustamente e legittimamente esercitano il comando, portare a tutti benevolenza, non recare offesa ad alcuno.

Il matrimonio produsse veramente tutti questi frutti copiosi e salutari finché mantenne le prerogative della santità, dell’unità e della perpetuità, dalle quali esso riceve ogni virtù feconda di beni e di salute; né si può dubitare che ne avrebbe sempre prodotto di simili ed eguali se fosse stato continuamente ed in ogni luogo sotto il potere e la protezione della Chiesa, la quale è conservatrice e vindice di quelle prerogative. Ma poiché al presente piacque dappertutto sostituire il diritto umano al naturale e al divino, cominciò non solo a cancellarsi l’immagine e la nozione nobilissima del matrimonio che la natura aveva impressa e quasi scritta negli animi dei mortali, ma nei medesimi connubi dei cristiani, per colpa degli uomini, fu molto affievolita quella virtù generatrice di grandi beni. Infatti, che cosa di buono possono mai apportare quelle unioni coniugali dalle quali è costretta ad allontanarsi la religione, madre feconda di ogni bene, che alimenta le più grandi virtù, promovendo ed avvalorando ogni eccelsa qualità d’animo generoso e sublime? Quando essa sia allontanata e sia rigettata è inevitabile che le nozze siano fatte schiave della viziosa natura degli uomini e di quelle pessime cupidigie che signoreggiano gli animi, senza che questi trovino altra difesa che quella ben poco efficace della onestà naturale. La molteplice rovina che derivò da questa fonte si diffuse non solo nelle famiglie private, ma nelle intiere comunità. Infatti, rimosso il timore salutare di Dio, e tolto ai miseri il conforto che si trova nella religione cristiana, del quale non esiste uno maggiore, avviene sovente ciò che è troppo facile che accada, cioè che sembrino quasi insopportabili gli obblighi e gli altri pesi del matrimonio. Conseguentemente molti desiderano che sia sciolto quel vincolo che credono dipendere dal diritto umano e dal loro libero arbitrio, nell’ipotesi in cui la diversità dei caratteri, la discordia o la violata fedeltà da parte dell’uno o dell’altro, o il consenso di entrambi, od altri motivi li persuadano che sia necessario scioglierlo. E se per avventura la legge vieta loro di soddisfare alla protervia delle loro voglie, allora gridano che le leggi sono ingiuste, disumane, in piena contraddizione con il diritto di liberi cittadini, e perciò si deve ad ogni modo far sì che, rigettate ed abrogate quelle, si stabilisca con una legge più umana che sono leciti i divorzi.

I legislatori poi dei tempi nostri, professandosi fedeli ed ardenti seguaci degli stessi principi di diritto, non possono schermirsi, quand’anche lo volessero, dalla protervia degli uomini che abbiamo detto: quindi è giocoforza cedere ai tempi ed accordare la facoltà dei divorzi. Questo ci viene dimostrato dalla storia. Infatti, per tralasciare altri esempi, sul declinare del secolo scorso, in quello, più che perturbamento, orribile sconvolgimento delle Gallie, quando l’intera società, allontanato da sé Iddio, si rese profana, volle infine che fossero ratificati per legge i divorzi dei coniugi. Queste stesse leggi, poi, molti ai giorni nostri desiderano che siano richiamate in vigore, in quanto vogliono che Dio e la Chiesa siano tolti di mezzo e allontanati dalla umana società, dandosi stoltamente a credere che in siffatte leggi si debba ricercare il supremo rimedio alla rovinosa corruttela dei costumi.

Ora, quanta occasione di mali contengano in sé stessi i divorzi, è appena il caso di ricordarlo. Per essi infatti si rendono mutabili le nozze; si diminuisce la mutua benevolenza; si danno pericolosi eccitamenti alla infedeltà; si reca pregiudizio al benessere e all’educazione dei figli; si offre occasione allo scioglimento delle comunità domestiche; si diffondono i semi delle discordie tra le famiglie; si diminuisce e si abbassa la dignità delle donne, le quali, dopo aver servito alla libidine degli uomini, corrono il rischio di rimanere abbandonate. E poiché per distruggere le famiglie e abbattere la potenza dei regni niente ha maggior forza che la corruzione dei costumi, è opportuno conoscere che contro la prosperità delle famiglie e delle nazioni sono funestissimi i divorzi, i quali nascono da depravate consuetudini e, come attesta l’esperienza, aprono l’adito ad una sempre maggiore corruzione del costume pubblico e privato. E questi mali appariranno anche più gravi se si considera che non vi sarà mai alcun freno tanto potente che valga a contenere la licenza entro certi e prestabiliti confini, una volta che sia stata concessa la facoltà dei divorzi. È grande la forza degli esempi; maggiore quella delle passioni. Per tali eccitamenti avverrà certamente che la sfrenata voglia dei divorzi, serpeggiando ogni dì più largamente, invaderà l’animo di moltissimi, simile a morbo che si sparge per contagio, o come torrente che, rotti gli argini, trabocca.

Queste cose senz’altro sono per se stesse evidenti, ma, rinfrescando la memoria di quanto è accaduto, diventano più evidenti ancora. Non appena si cominciò a rendere sicura la via dei divorzi attraverso la legge, crebbero assai le discordie, le inimicizie, le separazioni; e ne conseguì tanta turpitudine di vita che quegli stessi che si erano fatti difensori di tali separazioni ne furono pentiti; e se non avessero tempestivamente apprestato il rimedio con legge contraria, si poteva temere che ben presto la repubblica stessa sarebbe caduta in rovina. È fama che gli antichi romani inorridissero davanti ai primi esempi di divorzio; ma dopo non lungo tempo cominciò ad assopirsi negli animi il sentimento dell’onestà, a spegnersi il pudore che modera gli appetiti, e a rompersi con tanta licenza la fede coniugale, che sembra abbia grande verosimiglianza ciò che alcuni lasciarono scritto, cioè che le donne usavano computare gli anni non con la successione dei consoli, ma dei mariti. Parimenti presso i Protestanti, le leggi da principio avevano disposto che fosse lecito fare divorzio per cause determinate, e a dir vero non molte; tuttavia queste, per l’affinità con cose simili, giunsero a tal numero presso i Tedeschi, gli Americani ed altri popoli, che coloro i quali non avevano perduto il senno ritennero doversi deplorare sommamente l’infinita depravazione dei costumi e la intollerabile avventatezza delle leggi. Né altrimenti andò la cosa presso le nazioni cattoliche, nelle quali, se fu concessa la separazione dei connubi, la moltitudine degli inconvenienti che ne seguirono superò di gran lunga la previsione dei legislatori. Perciò molti giunsero a tanta malizia da escogitare ogni malignità e frode per mezzo di crudeltà da essi stessi usate, d’ingiurie, di adulterii, di finte cause al fine di sciogliere impunemente il vincolo dell’unione coniugale che era loro venuto a noia: e ciò con così grave pregiudizio della pubblica onestà, che tutti ritennero necessario intervenire senza indugio per emendare le leggi. E vi sarà qualcuno che dubiti che esiti egualmente tristi e calamitosi non debbano avere le leggi favorevoli ai divorzi, qualora in qualche luogo, in questa nostra epoca, si richiamassero in vigore? I progetti o i decreti degli uomini non hanno certamente tanta forza da poter mutare l’indole naturale e l’ordine delle cose. Pertanto hanno ben poca saggezza coloro che ritengono che la pubblica felicità possa giungere pervertendo impunemente la vera natura del matrimonio. Accantonata qualsiasi santità di religione e di Sacramento, sembra che essi vogliano deformare e disonorare i connubi più turpemente di quanto non usassero gli stessi Gentili. Quindi, qualora non si muti consiglio, le famiglie e la società umana dovranno stare in perpetuo timore di essere travolte in quella lotta e in quello scompiglio di tutte le cose a cui da gran tempo anelano le pericolose sette dei Socialisti e dei Comunisti. Dal che si rende palese essere vanità e follia attendere la salvezza pubblica dai divorzi, i quali anzi condurranno a sicura rovina la società.

Si deve pertanto riconoscere che la Chiesa cattolica è stata sommamente benemerita del bene comune di tutti i popoli, essa che fu sempre intenta a tutelare la santità e la perpetuità dei connubii; né piccola gratitudine le si deve per avere apertamente protestato contro le riprovevoli leggi civili che ormai da cento anni in questa materia si vanno promulgando; per avere fulminato l’anatema contro la pessima eresia dei Protestanti sui divorzi e i ripudi ; per avere in molti modi riprovato la separazione dei matrimoni praticata presso i Greci così frequentemente ; per avere decretato la nullità delle nozze celebrate con la condizione che una volta possano sciogliersi ; infine per avere fino dai primi tempi rigettato le leggi imperiali che erano favorevoli in modo esiziale ai divorzi e ai ripudi .

Quante volte poi i Sommi Pontefici fecero resistenza a Principi potentissimi i quali chiedevano con minacce che i divorzi da loro fatti venissero ratificati dalla Chiesa, altrettante volte si deve ritenere che essi abbiano combattuto non solo per la salvezza della religione, ma anche per la civiltà dei popoli. Al qual proposito tutti i posteri ammireranno gli esempi di animo invitto mostrati da Niccolò I contro Lotario; da Urbano II e da Pasquale II contro Filippo I, re delle Gallie; da Celestino III e Innocenzo III contro Filippo II, re delle Gallie; da Clemente VII e Paolo III contro Enrico VIII; infine dal santissimo e fortissimo Pontefice Pio VII contro Napoleone I, baldanzoso per la fortuna che lo assecondava e per la grandezza del proprio impero.

Quindi, se tutti i governatori e amministratori degli Stati avessero voluto seguire la ragione, la sapienza e lo stesso interesse dei sudditi, avrebbero dovuto desiderare che le sacre leggi intorno al matrimonio rimanessero intatte, e valersi dell’aiuto offerto dalla Chiesa a tutela dei costumi e a prosperità delle famiglie, piuttosto che mettere in sospetto quale nemica la stessa Chiesa, ed attribuirle la falsa ed iniqua accusa di avere violato il diritto civile.

Ciò tanto più in quanto la Chiesa cattolica, come in nessuna cosa può mancare alla fedeltà del suo ufficio e alla difesa dei suoi diritti, così suole essere sommamente inclinata a benignità e indulgenza in tutte quelle cose che possono insieme conciliarsi con la saldezza delle sue ragioni e con la santità dei suoi doveri. Infatti non stabilì mai intorno ai connubi senza tener conto dello stato della società e della condizione dei popoli. Più volte ella medesima, per quanto poté mitigò le proprie leggi, quando fu indotta a mitigarle da giusti e gravi motivi. Analogamente ella non ignora, né sconfessa che il Sacramento del matrimonio, essendo indirizzato anche alla conservazione e all’incremento dell’umana società, ha una stretta relazione con le stesse cose umane, le quali derivano bensì dal matrimonio, ma appartengono all’ordine civile, e sulle quali, a ragione, giudicano e dispongono i reggitori dello Stato.

Nessuno poi mette in dubbio che il fondatore della Chiesa, Gesù Cristo, volesse che la potestà sacra fosse distinta da quella civile, e che l’una e l’altra avessero, nell’ordine proprio, libero e sciolto l’esercizio del proprio potere, tuttavia alla condizione, che conviene all’una e all’altra e che è vantaggiosa per tutti gli uomini, che intercorressero tra loro unione e concordia, e che nelle cose le quali sono, quantunque per diversa ragione, di comune diritto e competenza, quella cui furono raccomandate le cose umane dipendesse in modo opportuno e conveniente dall’altra, alla quale furono affidate le cose celesti. In siffatto accordo poi, quasi un’armonia, è riposto non solo il benessere dell’una e dell’altra potestà, ma anche il più opportuno e più efficace mezzo di giovare al genere umano in ciò che appartiene al modo di vivere ed alla speranza della salute eterna. Infatti, poiché l’intelletto umano, come Noi dimostrammo nella precedente Enciclica, se si accorda con la fede cristiana diviene molto più nobile ed acquista maggior forza per schivare e combattere gli errori, e vicendevolmente la fede ottiene non piccolo aiuto dalla stessa ragione, così nello stesso modo, ove l’autorità civile proceda in pieno accordo con la sacra potestà della Chiesa, non può non derivarne grande utilità all’una e all’altra. Conseguentemente, a questa viene aggiunta maggiore dignità: ispirandosi alla religione, essa dominerà sempre secondo giustizia; a quella vengono forniti aiuti di tutela e di difesa a comune vantaggio dei fedeli.

Noi dunque, mossi dalla considerazione di tali cose, come altre volte con la maggior cura, così al presente esortiamo di nuovo caldamente i Principi ad unirsi in buon accordo e in amicizia. Ad essi, con paterna benevolenza Noi per primi porgiamo la destra, offrendo loro il soccorso del Nostro supremo potere, il quale è tanto più necessario in questo tempo in quanto l’autorità sovrana nella opinione degli uomini, come per ferite ricevute, è resa più debole. Essendo gli animi già accesi di licenziosa libertà, e rifiutando con empio ardire il dominio di qualsivoglia autorità, anche la più legittima, la salvezza pubblica richiede che le forze dell’una e dell’altra potestà si uniscano al fine di allontanare i danni che sovrastano non solo sulla Chiesa, ma sulla stessa società civile.

Però, mentre consigliamo caldamente l’amichevole unione delle volontà, e supplichiamo Dio, principe della pace, che infonda negli animi di tutti gli uomini l’amore della concordia, non possiamo Noi stessi astenerci, Venerabili Fratelli, dall’eccitare con le esortazioni sempre meglio il Vostro zelo, la Vostra operosità e la vigilanza che sappiamo in Voi essere grandissima. Per quanto si possano estendere i Vostri sforzi, per quanto possa la Vostra autorità, adoperatevi perché presso i popoli affidati alla Vostra fede si mantenga integra ed incorrotta la dottrina che Cristo Signore e gli Apostoli, interpreti dei voleri del cielo, insegnarono, e che la stessa Chiesa cattolica conservò gelosamente, e comandò che fosse custodita dai cristiani in tutti i tempi.

Adoperatevi al massimo che i popoli conoscano in abbondanza i precetti della sapienza cristiana, ed abbiano sempre fisso nella mente che il matrimonio fu dal principio stabilito non per volontà degli uomini, ma per autorità e volere di Dio, e con questa legge: che sia di uno solo con una sola. Cristo poi, autore della nuova Legge, da ufficio di natura lo ha collocato fra i Sacramenti, e per quel che riguarda il vincolo, ne ha dato alla Chiesa il potere legislativo e giudiziario. In questa materia conviene vigilare diligentemente affinché le menti non siano tratte in errore dalle fallaci argomentazioni degli avversari, i quali vorrebbero che fosse tolto alla Chiesa tale potere. Similmente deve essere chiaro a tutti che se tra i cristiani si contrae l’unione dell’uomo e della donna indipendentemente dal Sacramento, essa manca della natura e dell’efficacia del legittimo matrimonio, e quantunque essa sia stata fatta in modo conforme alle leggi dello Stato, tuttavia non può essere considerata più che un rito od un’usanza introdotta dal diritto civile. Inoltre, dal diritto civile non possono essere ordinate e amministrate se non quelle cose che i matrimoni producono nell’ordine civile, e che ovviamente non possono essere prodotte se non ne esiste la vera e legittima causa, cioè il vincolo nuziale.

Certo importa moltissimo che gli sposi conoscano appieno queste cose, le quali debbono essere approvate anche da loro e impresse nei loro animi affinché sia loro consentito in questo caso di uniformarsi alle leggi. La Chiesa non vieta ciò, anzi vuole e desidera che siano completamente salvi gli effetti dei matrimoni, e che non venga cagionato alcun danno ai figli. In tanta confusione poi di giudizi, che vanno crescendo ogni giorno di più, è necessario che sia anche ben conosciuto che lo sciogliere il vincolo del connubio rato e consumato tra cristiani, non è in facoltà di nessuno, e che conseguentemente sono rei di manifesto delitto quei coniugi – se per avventura ve ne fossero alcuni – i quali per qualunque motivo addotto vogliano stringersi in un nuovo vincolo matrimoniale innanzi che per morte resti sciolto il primo. Se le cose giungessero a tal punto che il convivere insieme non sembri più a lungo sopportabile, allora la Chiesa permette che l’uno conduca i suoi giorni separato dall’altro, e cerca con cure e rimedi, da apprestarsi secondo la condizione dei coniugi, di alleggerire i danni della separazione, né avviene mai che ella non s’adoperi o che disperi di ridurre gli animi alla concordia. Questi, per altro, sono i partiti estremi ai quali sarebbe facile non addivenire se gli sposi, non trasportati dalla passione, ma riflettendo in precedenza sia i doveri dei coniugi, sia i motivi nobilissimi dei connubi, si accostassero al matrimonio con ponderata intenzione e non anticipassero le nozze con una serie continuata di turpitudini, sotto lo sdegno di Dio. Per concludere, allora i matrimoni potranno avere una dolce e sicura stabilità, quando attingano lo spirito e la vita dalla virtù della religione, la quale dà grazia d’animo forte ed invitto; e fa sì che si sopportino non solo con rassegnazione, ma con lieto animo, i difetti che possono avere le persone, la diversità dei costumi e delle indoli, il peso delle cure materne, la grave sollecitudine dell’educazione dei figli, i travagli, compagni della vita.

Di un’altra cosa si deve ancora avere cura, che cioè non si desiderino con facilità le nozze con persone che non appartengono alla Chiesa cattolica. Infatti si possono nutrire poche speranze che gli animi dissidenti in materia religiosa riescano ad andare d’accordo nel resto. Anzi, che si debba rifuggire da siffatti connubi, si comprende soprattutto per il fatto che essi porgono occasione alla vietata comunanza e partecipazione delle cose sacre, mettono a rischio la religione del coniuge cattolico, sono d’impedimento alla buona istruzione della prole, e troppo spesso inducono gli animi ad assuefarsi a tenere in pari stima tutte le religioni, eliminando ogni differenza tra il vero ed il falso. Infine, ben sapendo che alla Nostra carità nessuno deve rimanere estraneo, raccomandiamo all’autorità, alla tutela e alla pietà Vostra, Venerabili Fratelli, coloro, veramente molto miseri, i quali trascinati dall’ardore delle passioni ed assolutamente dimentichi della propria salute, conducono una vita licenziosa, congiunti in vincolo di nozze non legittime. A richiamare a dovere tali uomini sia rivolta la Vostra sagace solerzia; Voi stessi, direttamente o mediante l’opera di persone dabbene, cercate in tutti i modi che essi sentano di avere operato scandalosamente, si pentano di tanta vergogna e s’inducano a celebrare le vere nozze secondo il rito cattolico.

Voi vedete facilmente, Venerabili Fratelli, che questi ammaestramenti e precetti intorno al matrimonio cristiano, che con questa Nostra lettera ritenemmo doveroso comunicarVi, sono di grande utilità non solo per la conservazione della civile comunanza, ma anche per l’eterna salute degli uomini. Voglia dunque Iddio che, quanto più essi hanno d’importanza e di autorità, tanto più trovino in ogni parte animi docili e pronti ad obbedire. Per la qual cosa, con supplici ed umili preghiere tutti uniti imploriamo l’aiuto della Beata Maria Vergine Immacolata che, rafforzate le menti alla obbedienza della fede, si mostri madre e soccorritrice degli uomini. Né con minore calore supplichiamo i Principi degli Apostoli Pietro e Paolo, vincitori della superstizione, seminatori della verità, affinché proteggano con il più costante patrocinio il genere umano insidiato dall’inondazione dei rinascenti errori.

Intanto, auspice dei celesti favori e testimonio della singolare Nostra benevolenza, a Voi tutti, Venerabili Fratelli, ed ai popoli affidati alla Vostra vigilanza, impartiamo di cuore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 10 febbraio 1880, anno secondo del Nostro Pontificato.

LEONE PP. XIII



IUTURNUM ILLUD

LETTERA ENCICLICA
DI SUA SANTITÀ LEONE PP. XIII



Quella lunga e nefandissima guerra mossa alla divina autorità della Chiesa ha condotto al punto cui essa tendeva, vale a dire al comune pericolo della umana società e specialmente del civile principato, sul quale in gran parte poggia la pubblica salvezza.

Ciò che è accaduto in questo nostro tempo lo evidenzia in modo particolare. Infatti, oggi le passioni popolari rifiutano più audacemente che mai qualsiasi autorità di comando, ed è tanta dovunque la licenza, sono tanto frequenti le sedizioni e i tumulti, che coloro i quali reggono la cosa pubblica non solo si vedono spesso negata l’obbedienza, ma non vedono abbastanza tutelata la loro stessa incolumità personale. Da lungo tempo infatti si è operato in modo che essi venissero in dispregio e in odio alla moltitudine; ed all’erompere delle fiamme del concepito livore molte volte in breve spazio di tempo la vita dei principi, o con occulte insidie o con aperti assassinii, è stata esposta a morte. Fu presa testé d’orrore tutta Europa alla nefanda uccisione di un potentissimo Imperatore, e mentre sono ancora attoniti gli animi per l’enormità di tale misfatto, uomini perduti non hanno ritegno di lanciare pubblicamente minacce ed intimidazioni agli altri principi d’Europa.

Questi pericoli dei comuni interessi che Ci sono dinanzi agli occhi, Ci mettono gravemente in pensiero, in quanto vediamo quasi continuamente minacciate la sicurezza dei principi e la tranquillità dei regni, unitamente alla salute dei popoli. Tuttavia, però, la divina virtù della religione cristiana ha fornito alla cosa pubblica solidi fondamenti di stabilità e di ordine, non appena penetrò nei costumi e nelle istituzioni civili. Non piccolo né ultimo frutto di tale virtù è l’equo e sapiente temperamento dei diritti e dei doveri nei principi e nei popoli. Infatti, nei precetti e negli esempi di Cristo Signore è meravigliosa la virtù di moderare nel dovere tanto quelli che obbediscono quanto quelli che comandano, e di mantenere fra loro quel naturale accordo, quasi un’armonia di volontà, da cui nasce il tranquillo e imperturbato corso delle pubbliche cose. Pertanto, essendo Noi, per concessione di Dio, preposti a reggere la Chiesa cattolica, custode ed interprete delle dottrine di Cristo, giudichiamo essere dovere della Nostra autorità, Venerabili Fratelli, ricordare pubblicamente ciò che esige da ciascuno in questo genere di cose la verità cattolica; dal che emergerà anche per quale via ed in quale modo si debba in tanto pauroso stato di cose provvedere alla pubblica salute.

Quantunque l’uomo, spinto da una certa superbia e arroganza cerchi spesso di spezzare i freni del comando, tuttavia non arrivò mai a potere non obbedire a nessuno. Infatti, in qualunque società e comunità umana è necessario che alcuni comandino, affinché la società, priva del principio o del capo che la regge, non si sfasci e non sia impedita di conseguire quel fine per il quale si formò e si costituì. Però se non si poté arrivare ad eliminare il potere dal seno della società civile, furono certo adoperate tutte le arti per togliere ad esso forza e sminuirne la maestà, e ciò principalmente nel secolo XVI, quando una funesta novità di opinioni infatuò moltissimi. Da quel tempo, la moltitudine non solo volle dare a se stessa una libertà più ampia, che fosse di uguaglianza, ma sembrò anche voler foggiare a proprio talento l’origine e la costituzione della società civile. Anzi, moltissimi dei tempi nostri, camminando sulle orme di coloro che nel secolo passato si diedero il nome di filosofi, dicono che ogni potere viene dal popolo: per cui coloro che esercitano questo potere non lo esercitano come proprio, ma come dato a loro dal popolo, e altresì alla condizione che dalla volontà dello stesso popolo, da cui il potere fu dato, possa venire revocato. Da costoro però dissentono i cattolici, i quali fanno derivare da Dio il diritto di comandare come da naturale e necessario principio.

Importa però notare qui che coloro i quali saranno preposti alla pubblica cosa, in talune circostanze possono venire eletti per volontà e deliberazione della moltitudine , senza che a ciò sia contraria o ripugni la dottrina cattolica. Con tale scelta tuttavia si designa il principe, ma non si conferiscono i diritti del principato: non si dà l’imperio, ma si stabilisce da chi deve essere amministrato. Né qui si fa questione dei modi del pubblico reggimento, poiché non vi è alcuna ragione perché la Chiesa non approvi il principato d’uno o di molti, purché esso sia giusto e rivolto al comune vantaggio. Pertanto, salva la giustizia, non s’impedisce ai popoli di procurarsi quel genere di reggimento che meglio convenga alla loro indole, o alle istituzioni ed ai costumi dei loro maggiori.

Del resto, per quel che riguarda la potestà di comandare, la Chiesa rettamente insegna che essa proviene da Dio; infatti essa trova apertamente attestato ciò nelle sacre Lettere e nei monumenti della cristiana antichità, né inoltre si può escogitare alcuna altra dottrina che sia più conveniente alla ragione e più consentanea alla salute dei principi e dei popoli.

Infatti i libri del Vecchio Testamento in molti luoghi chiarissimamente confermano che in Dio è la fonte della umana potestà. "Per me i re regnano..., per me i principi comandano e i potenti amministrano la giustizia" (Pr 8,15-16). E altrove: "Date ascolto, voi che reggete le nazioni... poiché da Dio vi è data la potestà e dall’Altissimo la virtù" (Sap 6,3-4). Il che è contenuto anche nel libro dell’Ecclesiastico: "A ciascuna gente Iddio prepose il reggitore" (Sir 17,14). Nondimeno queste cose che gli uomini avevano appreso da Dio, a poco a poco le disimpararono per la pagana superstizione. Questa, come corruppe le vere specie delle cose e moltissime nozioni, così corruppe anche la forma genuina e la bellezza del principato. Poi, quando risplendette il Vangelo cristiano, la vanità cedette alla verità, e nuovamente cominciò a brillare quel nobilissimo e divino principio da cui emana ogni autorità. Al Governatore romano, il quale credeva di avere ed ostentava la potestà di assolvere e di condannare, Cristo Signore rispose: "Non avresti alcuna potestà contro di me, se ciò non ti fosse dato dall’alto" (Gv 19,11). Sant’Agostino, spiegando questo passo, "Impariamo, scrive, ciò che egli disse, e ciò che insegnò anche per bocca dell’Apostolo, che non esiste potestà se non da Dio" . Infatti la incorrotta voce degli Apostoli fu sempre come un’immagine della dottrina e dei precetti di Gesù Cristo. Ai Romani, sudditi di principi pagani, Paolo propone questa sublime e gravissima sentenza: "Non esiste potestà se non da Dio", e da tale principio conclude: "Il principe è ministro di Dio" (Rm 13,1.4).

I Padri della Chiesa professarono e si sforzarono di diffondere tale dottrina, alla quale erano stati educati. "Non attribuiamo, dice Sant’Agostino, la potestà di dare regno ed impero se non al vero Dio" . In linea con lo stesso pensiero, San Giovanni Crisostomo dice: "Che vi siano i principati e che alcuni comandino ed altri siano soggetti, e che tutto non vada a caso e in disordine... dico essere opera della divina sapienza" . Questo stesso concetto attestò San Gregorio Magno dicendo: "Confessiamo che la potestà agl’imperatori ed ai re è data dal cielo" . Anzi, i santi Dottori presero ad illustrare questi stessi precetti anche col lume naturale della ragione, affinché anche a quelli che hanno per guida la sola ragione, essi apparissero del tutto retti e veri. In verità la natura, o meglio l’Autore della natura, Dio, impone agli uomini di vivere in società; il che è luminosamente dimostrato e dalla facoltà di conversare, che è la più grande conciliatrice della società, e da moltissime innate tendenze dell’anima e dalla necessità di molte e grandi cose, che gli uomini solitari non possono conseguire, e che uniti ed associati agli altri conseguono. Ora poi non può né esistere né concepirsi una società, in cui qualcuno non temperi le volontà dei singoli, in modo da formare di tutte una cosa sola, e rettamente le diriga al bene comune. Dunque Dio volle che nella civile società vi fossero coloro che comandassero alla moltitudine. Ed è inoltre assai importante che coloro dalla cui autorità la cosa pubblica è amministrata possano obbligare i cittadini ad obbedire, e che il non obbedire sia peccato per questi. Nessun uomo però ha in sé o da sé di che potere con siffatti vincoli di comando legare la libera volontà degli altri. Soltanto a Dio, creatore e legislatore di tutte le cose, appartiene questo potere: e quelli che lo esercitano lo debbono esercitare come trasmesso loro da Dio. "Uno solo è il legislatore e il giudice che può perdere e liberare" (Gc 4,12). Il che si avvera ugualmente in ogni genere di potere. Quello che è nei sacerdoti è tanto noto che viene da Dio, che questi presso tutti i popoli sono ritenuti e chiamati ministri di Dio. Similmente la potestà dei padri di famiglia reca espressa in sé una certa effigie e forma dell’autorità di Dio "da cui ogni paternità prende nome in cielo e in terra" (Ef 3,15). In tal modo i diversi generi di potestà hanno tra loro mirabili somiglianze, in quanto qualsivoglia forma di comando e di autorità trae origine dall’unico e stesso autore e signore che è Dio.

Coloro i quali pretendono che la società civile sia nata dal libero consenso degli uomini, derivando dallo stesso fonte l’origine della stessa potestà, dicono che ciascun uomo cedette una parte del suo diritto, e volontariamente tutti si diedero in potere di colui nel quale fosse accumulata la somma dei loro diritti. Ma è grande errore non vedere ciò che è manifesto, cioè che gli uomini non essendo una razza selvatica, indipendentemente dalla loro stessa libera volontà sono portati dalla natura alla socievole comunanza; inoltre, il patto di cui si parla è manifestamente fantastico e fittizio e non vale a dare alla potestà politica tanta forza, dignità e stabilità quanta ne richiedono la tutela della pubblica cosa e i comuni vantaggi dei cittadini. Il principato avrà tutte queste qualità e tutti questi presidi soltanto se si comprenderà che esso deriva dall’augusto e santissimo fonte che è Dio.

Non si può trovare nessuna affermazione che sia non solo più vera, ma anche più vantaggiosa. Infatti, la potestà dei reggitori civili, essendo quasi una comunicazione della potestà divina, acquista di continuo, per questo stesso motivo, una dignità maggiore della umana: non già quella empia e grandemente assurda cercata un tempo dagli imperatori pagani, che si arrogavano onori divini, ma quella vera e solida, avuta quasi per dono e beneficio divino. Per cui sarà necessario che i cittadini siano soggetti ed obbedienti ai principi come a Dio, non tanto per timore delle pene quanto per ossequio alla maestà, non già per motivo di adulazione, ma per coscienza di dovere. Con che l’impero starà molto più stabilmente collocato nel suo grado. Infatti i cittadini, sentendo la forza di questo dovere, debbono necessariamente aborrire dalla nequizia e dall’arroganza, persuasi, come debbono essere, che chi resiste alla potestà politica, resiste alla volontà divina; che chi rifiuta onore ai principi, lo rifiuta a Dio stesso.

In questa dottrina l’Apostolo Paolo erudì specialmente i Romani, ai quali sulla riverenza che si deve ai principi scrisse con tanta autorità e tanto peso da non potersi concepire nulla di più grave. "Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite, poiché non c’è autorità se non da Dio, e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna... Perciò è necessario stare sottomessi non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza" (Rm 13,1.2.5). Consentanea a questa è la preclara sentenza del Principe degli Apostoli Pietro: "State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni, perché questa a la volontà di Dio" (1Pt 2,13-15).

Una sola ragione possono avere gli uomini per non obbedire: qualora cioè si pretenda da essi qualche cosa che ripugni apertamente al diritto naturale e divino, in quanto ogni volta in cui si vìola la legge di natura e la volontà di Dio è ugualmente iniquo tanto comandare ciò, quanto eseguirlo. Se a qualcuno dunque avvenga di trovarsi costretto a scegliere fra queste due cose, vale a dire se disprezzare i comandi di Dio o quelli dei principi, sappia che si deve obbedire a Gesù Cristo, il quale comandò di rendere "a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio" (Mt 22,21) e sull’esempio degli Apostoli deve coraggiosamente rispondere: "È doveroso obbedire a Dio piuttosto che agli uomini" (At 5,29). Né tuttavia coloro che in tal modo si comportano sono da accusare di aver mancato all’obbedienza, poiché se il volere dei principi ripugna al volere e alle leggi di Dio, essi stessi eccedono la misura della loro potestà e pervertono la giustizia: né in tal caso può valere la loro autorità, la quale è nulla quando non vi è giustizia.

Perché poi nella potestà si mantenga la giustizia, importa grandemente che coloro i quali amministrano le città intendano che il potere di governare non è dato per il loro privato vantaggio, e che l’amministrazione della cosa pubblica si deve condurre a favore di quelli che sono affidati ad essa, non già di coloro a cui essa è affidata. I principi prendano esempio da Dio ottimo massimo, dal quale è concessa ad essi l’autorità; proponendo a se stessi, nell’amministrare la cosa pubblica, l’immagine di Lui, presiedano al popolo con equità e fede: anche nell’usare quella paterna severità che è necessaria, adoperino la carità. Per questo motivo nelle sacre carte essi sono ammoniti di dovere un giorno rendere conto al Re dei re ed al Signore dei dominatori; se avranno mancato al loro dovere, non potranno in alcun modo sfuggire alla severità di Dio. "L’Altissimo interrogherà le opere vostre e scruterà i pensieri, poiché essendo voi ministri del suo regno, non giudicaste rettamente... spaventosamente e presto egli vi apparirà, poiché un giudizio durissimo sarà fatto a quelli che comandano... Infatti Dio non risparmierà la persona di alcuno, né avrà timore della grandezza di chicchessia, giacché il piccolo e il grande sono opera sua ed egli ha ugualmente cura di tutti. Ai più forti è riservato un tormento più forte" (Sap 6,4-8).

Se questi precetti tutelano la cosa pubblica, vengono eliminati tutti i motivi e i desideri di sedizioni; saranno posti al sicuro l’onore e l’incolumità dei principi, la quiete e la salute delle città. Si provvede ottimamente anche alla dignità dei cittadini, ai quali nell’obbedienza stessa è dato conservare quel decoro che è consentaneo al grado dell’uomo. Infatti essi comprendono che innanzi al giudizio di Dio non esiste né lo schiavo, né il libero, e che il Signore è uno solo per tutti, ricco "verso tutti quelli che lo invocano" (Rm 10,12), e che quindi essi sono soggetti ed obbediscono ai Principi, perché questi portano in certo modo l’immagine di Dio, "servendo il quale si regna".

La Chiesa poi ai adoperò sempre affinché questa forma cristiana della civile potestà non solo entrasse nelle menti, ma anche fosse espressa nella vita pubblica e nei costumi dei popoli. Finché al governo della cosa pubblica sedettero gl’imperatori pagani, i quali erano impediti dalla superstizione di elevarsi a questa forma d’impero che abbiamo delineato, la Chiesa cercò d’instillarla nelle menti dei popoli, i quali appena ricevevano le istituzioni cristiane dovevano tosto informare ad esse la loro vita. Perciò i pastori delle anime, rinnovando gli esempi dell’Apostolo Paolo, con somma cura e diligenza usarono comandare ai popoli "di essere sottomessi e di obbedire ai magistrati e alle autorità" (Tt 3,1), e similmente di pregare Dio per tutti gli uomini, ma specialmente "per i re, e per tutti coloro che stanno al potere: questa è una cosa gradita al cospetto di Dio, nostro Salvatore" (Rm 2,1-3). A questo proposito gli antichi cristiani ci lasciarono chiarissimi documenti. Essi, sebbene fossero ingiustamente e crudelissimamente perseguitati dagli imperatori pagani, tuttavia non cessarono mai di essere loro obbedienti e sottomessi, in modo che sembravano gareggiare gli uni in crudeltà, gli altri in ossequio. Questa modestia degli antichi cristiani, questa certa volontà di obbedire era talmente nota, che non poteva essere messa in dubbio da nessuna calunnia e malizia dei nemici. Per la qual cosa, coloro che pubblicamente dovevano perorare presso gl’imperatori in favore del nome cristiano, adoperavano specialmente questo argomento per dimostrare essere ingiusto che le leggi perseguitassero i cristiani, i quali, come tutti sapevano, vivevano nella scrupolosa osservanza delle leggi. Così Atenagora coraggiosamente diceva a Marco Aurelio Antonino ed a suo figlio Lucio Aurelio Commodo: "Voi lasciate che noi, che non facciamo nulla di male, anzi... ci comportiamo più piamente e più giustamente di ogni altro, sia verso Dio, sia verso il vostro impero, siamo perseguitati, spogliati, scacciati" . Parimenti Tertulliano lodava apertamente i cristiani come i migliori e più sicuri amici dell’Impero: "Il Cristiano non è nemico di alcuno, neanche dell’Imperatore, che sa essere stato costituito dal suo Dio: quindi è necessario che lo ami, lo riverisca, lo onori e lo voglia salvo, con tutto il romano impero" . Né si faceva scrupolo di affermare che entro i confini dell’impero tanto più scemava il numero dei nemici, quanto più cresceva quello dei cristiani. "Ora avete pochi nemici dato il grande numero di cristiani; infatti avete quasi tutti cittadini cristiani in quasi tutte le città" . Della stessa cosa si ha anche una preclara testimonianza nella Epistola a Diogneto, la quale conferma che i cristiani in quel tempo non solo erano soliti obbedire alle leggi, ma in ogni specie di dovere facevano più e con più perfezione di quanto dalle leggi stesse erano obbligati. "I cristiani obbediscono alle leggi che sono sancite, e col loro genere di vita superano le stesse leggi".

Diversamente però andavano le cose quando dagli editti degl’Imperatori e dei Pretori veniva loro minacciosamente imposto di apostatare dalla fede cristiana o di mancare in qualsiasi altro modo al loro dovere. In tali casi essi vollero certamente piuttosto dispiacere agli uomini che a Dio.

Ma anche in queste circostanze era tanto lontana da loro l’idea di fare alcunché di sedizioso o di disprezzare la maestà imperiale, che si limitavano ad una sola cosa, cioè a confessare di essere cristiani e di non volere in alcun modo tradire la loro fede. Del resto non macchinavano alcuna resistenza, ma placidamente ed allegramente si portavano al cavalletto del carnefice in modo che la grandezza dei tormenti era inferiore alla grandezza del loro animo. Né diversamente in quegli stessi tempi la forza delle dottrine cristiane fu efficace nella milizia. Infatti era costume del soldato cristiano di accoppiare una somma fortezza con un sommo amore della disciplina militare, ed aggiungere all’altezza del coraggio una fedeltà incrollabile verso il principe. Per contro, se si pretendeva da lui qualche cosa che non fosse onesta, come violare i diritti di Dio, o rivolgere il ferro contro gl’innocenti discepoli di Cristo, allora egli rifiutava di eseguire l’ordine e preferiva abbandonare la milizia e morire per la religione, piuttosto che resistere con sedizioni e tumulti alla pubblica autorità.

Dopo che gli Stati ebbero principi cristiani, la Chiesa insistette maggiormente nell’affermare e nel predicare quanto fosse inviolabile l’autorità dei governanti; dal che doveva avvenire che ai popoli, quando pensavano al principato, veniva alla mente una specie di maestà sacra che li spingeva a nutrire verso i principi maggiore riverenza ed amore. E perciò sapientemente provvide, affinché i re fossero solennemente consacrati, come per comando di Dio era stabilito nell’Antico Testamento.

Quando poi la società civile, come suscitata dalle rovine dell’impero romano, risorse alla speranza della cristiana grandezza, i Pontefici Romani, istituito il sacro impero, consacrarono in modo singolare il potere politico. Una nobiltà grandissima si aggiunse con ciò al principato; né è da porsi in dubbio che questa pratica avrebbe sempre grandemente giovato alla società religiosa e civile se i principi ed i popoli avessero sempre avuto mire uniformi a quelle della Chiesa. E infatti le cose rimasero tranquille ed abbastanza prospere, finché fra i due poteri durò una concorde amicizia. Se i popoli, tumultuando, peccavano, la Chiesa, pronta conciliatrice di tranquillità, richiamava tutti al dovere, e frenava le violente cupidigie, in parte con la dolcezza, in parte con l’autorità. Similmente, se nel governo peccavano i principi, allora essa andava dinanzi ai medesimi, e ricordando loro i diritti, le necessità, i giusti desideri dei popoli, li persuadeva alla equità, alla clemenza, alla benignità. In tal modo, spesse volte furono rimossi i pericoli di tumulti e di guerre civili.

Al contrario, le dottrine inventate dai moderni circa la potestà politica recano già grandi calamità agli uomini, ed è da temere che apportino per l’avvenire mali estremi. Infatti, il non volere che il diritto di comandare derivi da Dio, altro non è che volere strappare dal potere politico il migliore splendore e privarlo delle sue forze maggiori. Quando poi lo fanno dipendere dall’arbitrio della moltitudine, asseriscono in primo luogo una fallace opinione, e in secondo luogo pongono il principato su un fondamento troppo leggero ed instabile. Conseguentemente, le passioni popolari, aizzate e stimolate da siffatte opinioni, insorgeranno più audacemente, e con grande rovina per la cosa pubblica trascenderanno in ciechi tumulti ed aperte sedizioni. Infatti, dopo la cosiddetta Riforma, i cui promotori e capi combatterono radicalmente con nuove dottrine la potestà sacra e civile, repentini tumulti ed audacissime ribellioni seguirono specialmente in Germania, e ciò con tanta deflagrazione di guerra civile e con tanta strage, che pareva non ci fosse alcun luogo immune da tumulti insanguinati. Da quella eresia ebbero origine nel secolo passato la falsa filosofia, quel diritto che chiamano nuovo, la sovranità popolare e quella trasmodante licenza che moltissimi ritengono la sola libertà. Da ciò si è arrivati alle finitime pesti che sono il Comunismo, il Socialismo, il Nichilismo, orrendi mali e quasi sterminio della società civile. Eppure molti si sforzano grandemente di diffondere la violenza di tanti mali, e con il pretesto di alleviare la moltitudine suscitano grandi incendi e rovine. Queste cose che ora ricordiamo non sono né ignote né molto lontane.

Quello, poi, che è anche più grave, è dato dal fatto che i principi non hanno rimedi efficaci, in mezzo a tanti pericoli, per ristabilire la pubblica disciplina e per pacificare gli animi. Si muniscono dell’autorità delle leggi e credono di potere con la severità delle pene, contenere coloro che turbano l’ordine pubblico. Sta bene, tuttavia è necessario considerare seriamente che nessuna pena sarà mai sufficiente per potere, essa sola, conservare gli Stati. Infatti, il timore, come lucidamente insegna San Tommaso, "è debole fondamento, poiché coloro che sono sottomessi per timore, se si presenta un’occasione nella quale possono sperare l’impunità, insorgono contro i capi tanto più aspramente quanto più erano tenuti a freno controvoglia dal solo timore". Inoltre, "a causa dell’eccessivo timore molti cadono nella disperazione, e la disperazione spinge a tutti i più temerari attentati" . Quanto ciò sia vero, abbiamo sufficientemente provato con l’esperienza. Pertanto è necessario trovare una più alta ed efficace ragione di obbedire e stabilire assolutamente che non può essere fruttuosa la stessa severità delle leggi, se gli uomini non sono spinti dal dovere e mossi dal timore salutare di Dio. Ciò poi può essere soprattutto ottenuto dalla religione, la quale con la sua forza influisce sugli animi, e piega le stesse volontà degli uomini affinché obbediscano ai reggitori non soltanto con l’ossequio, ma altresì con la benevolenza e con la carità, che sono in ogni società umana la migliore custode della incolumità.

Per la qual cosa è da ritenere che i Romani Pontefici abbiano ottimamente provveduto ai comuni vantaggi, perché continuamente si preoccuparono di abbattere i superbi ed irrequieti spiriti dei Novatori, e spessissimo ammonirono quanto questi siano pericolosi anche alla società civile. A questo proposito è degno di essere ricordato il pensiero di Clemente VII espresso a Ferdinando Re di Boemia e di Ungheria: "In questa causa della fede sono racchiuse anche la dignità e l’utilità tua e quella degli altri principi, in quanto essa non può venire sradicata senza trascinare con sé la rovina delle cose vostre; il che chiarissimamente in alcuni codesti luoghi si è veduto". Nella stessa materia risplendettero la somma provvidenza e la fortezza dei Nostri Predecessori, specialmente di Clemente XI, Benedetto XIV, Leone XII, i quali – quando serpeggiava nei tempi successivi la peste delle prave dottrine, e l’arroganza delle sette andava crescendo – si adoperarono con la loro autorità a chiudere loro l’accesso. Noi stessi abbiamo parecchie volte denunciato quanti gravi pericoli sovrastino, e nel tempo stesso abbiamo indicato quale sia la maniera migliore per allontanarli. Ai principi ed agli altri reggitori della cosa pubblica offrimmo il presidio della religione, ed esortammo i popoli a servirsi abbondantemente della larghezza dei sommi beni forniti dalla Chiesa. Ora Noi cerchiamo che i principi intendano l’importanza e la necessità di questo presidio, loro nuovamente offerto, e del quale nessuno è più valido; caldamente li esortiamo nel Signore affinché tutelino la religione e, ciò che interessa anche allo Stato, lascino che la Chiesa goda di quella libertà di cui senza ingiuria e senza comune detrimento non può essere privata. La Chiesa di Cristo non può certamente essere né sospetta ai principi, né invisa ai popoli. Essa invita i principi a seguire la giustizia, e a non deviare giammai dal dovere, ma nello stesso tempo rafforza, e con molti mezzi aiuta, la loro autorità. Essa riconosce le cose che si riferiscono all’ordine civile, e dichiara che appartengono alla potestà e al supremo imperio dello stesso. Nelle cose il cui giudizio, sebbene per diversa ragione, appartiene alla sacra ed alla civile potestà, la Chiesa vuole che esista fra ambedue la concordia, mercé la quale si evitino all’una ed all’altra funesti dissidii. Per ciò che riguarda i popoli, la Chiesa è nata per la salute di tutti gli uomini: essa li amò sempre come una madre.

È essa, certamente, che con la sua carità infuse negli animi la mansuetudine, la mitezza dei costumi, l’equità delle leggi; giammai nemica della onesta libertà, detestò sempre il dominio della tirannia. Sant’Agostino espresse chiarissimamente con poche parole tale benemerita condotta propria della Chiesa: "Essa insegna che i re debbono provvedere ai popoli, e che tutti i popoli debbono essere soggetti ai re, dimostrando in un certo qual modo che tutto non può essere dato a tutti, ma che a tutti è dovuta la carità e a nessuno l’ingiuria" .

Per queste ragioni, Venerabili Fratelli, l’opera vostra sarà molto utile e certamente salutare, se porrete con Noi il vostro impegno e tutti i mezzi che, con la grazia di Dio, sono in vostro potere per scongiurare pericoli e danni alla società umana.

Procurate e provvedete, affinché tutte quelle cose che sono insegnate dalla Chiesa cattolica circa la potestà e il dovere di obbedire, siano a tutti presenti e diligentemente praticate nella vita. Dalla vostra autorità e dal vostro magistero i popoli siano spesso ammoniti a fuggire le sette proibite, a detestare le congiure ed a schivare qualsiasi sedizione; essi intendano che l’obbedienza di coloro i quali, in ossequio a Dio, obbediscono ai principi, è generosa obbedienza ed "ossequio ragionevole". Poiché però è Dio "che dà la salute ai re" (Sal 144,11) e concede ai popoli di vivere "nella bellezza della pace, nei tabernacoli della fiducia e nel riposo opulento" (Is 32,18), è necessario pregare e supplicare Lui, affinché pieghi le menti di tutti alla onestà ed alla verità, plachi le ire, e restituisca alla terra la tanto sospirata pace e la tranquillità.

Perché poi più ferma sia la speranza di impetrare ciò, adoperiamo l’intercessione e la salutare difesa di Maria Vergine gran Madre di Dio, aiuto dei cristiani, tutela del genere umano; di San Giuseppe, suo castissimo Sposo, sul cui patrocinio moltissimo confida la Chiesa universale; di Pietro e Paolo, Principi degli Apostoli, custodi e vindici del nome cristiano.

Frattanto, auspice dei doni divini, a Voi, Venerabili Fratelli, al Clero ed al popolo affidato alle vostre cure, impartiamo affettuosissimamente nel Signore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 29 giugno 1881, anno quarto del Nostro Pontificato.

LEONE PP. XIII


IMMORTALE DEI

LETTERA ENCICLICA
DI SUA SANTITÀ LEONE PP. XIII


Quell’immortale opera di Dio misericordioso che è la Chiesa, sebbene in sé e per sua natura si proponga come scopo la salvezza delle anime e il raggiungimento della felicità celeste, pure anche nel campo delle cose terrene reca tali e tanti benefìci, quali più numerosi e maggiori non potrebbe se fosse stata istituita al precipuo e prioritario scopo di tutelare e assicurare la prosperità di questa vita terrena. E veramente dovunque la Chiesa abbia posto piede ha immediatamente cambiato l’aspetto delle cose, ha instillato nei costumi dei popoli virtù prima sconosciute e una nuova civiltà: e i popoli che l’accolsero si distinsero per l’umanità, per l’equità, per le imprese gloriose. Eppure resiste quella tradizionale e oltraggiosa accusa secondo cui la Chiesa sarebbe in contrasto con gl’interessi dello Stato e del tutto incapace di dare un contributo a quelle esigenze di benessere e di decoro, cui a buon diritto e naturalmente tende ogni società ben ordinata. Sappiamo che fin dai primi tempi della Chiesa i cristiani erano perseguitati in nome di analogo, iniquo pregiudizio, e che si soleva anche additarli all’odio e al sospetto come nemici dell’impero: allora il popolo amava far ricadere sul nome cristiano la colpa di qualunque sventura si fosse abbattuta sullo Stato, quando invece era la giustizia di Dio che esigeva dai peccatori la dovuta espiazione delle loro scelleratezze. L’atrocità di simile calunnia giustamente armò l’ingegno ed affilò la penna di Agostino, il quale, particolarmente nella Città di Dio, illuminò di tanta luce l’efficacia della dottrina cristiana anche per quanto attiene alla vita sociale, che non sembra tanto aver difeso la causa dei cristiani del suo tempo, quanto aver riportato un trionfo imperituro su tutte le false calunnie.

Non si placò tuttavia la funesta voglia di simili accuse e denigrazioni, e a moltissimi piacque attingere le norme del vivere sociale altrove piuttosto che dalle dottrine approvate dalla Chiesa cattolica. Anzi, in questi ultimi tempi cominciò a prevalere e a farsi dominante ovunque quello che chiamano nuovo diritto, che proclamano essere come il frutto di un secolo ormai adulto, maturato attraverso il progredire della libertà. Ma, per quanto molti si siano cimentati in tanti modi, appare chiaro che non è stato ancora trovato un metodo, per costituire e governare gli Stati, che sia migliore di quello che fiorisce spontaneamente dalla dottrina evangelica. Riteniamo pertanto di grande importanza e del tutto conforme al Nostro Ufficio Apostolico il confrontare le moderne teorie sociali con la dottrina cristiana: in tal modo confidiamo che, mentre si fa strada la verità, vengano meno i motivi di errore e incertezze, sicché chiunque possa facilmente discernere quelle fondamentali norme di condotta cui dovrà attenersi e obbedire.

Non è difficile stabilire quali sarebbero l’aspetto e la struttura di uno Stato che fosse governato sulla base dei principi cristiani. Il vivere in una società civile è insito nella natura stessa dell’uomo: e poiché egli non può, nell’isolamento, procurarsi né il vitto né il vestiario necessario alla vita, né raggiungere la perfezione intellettuale e morale, per disposizione provvidenziale nasce atto a congiungersi e a riunirsi con gli altri uomini, tanto nella società domestica quanto nella società civile, la quale sola può fornirgli tutto quanto basta perfettamente alla vita. E poiché non può reggersi alcuna società, senza qualcuno che sia a capo di tutti e che spinga ciascuno, con efficace e coerente impulso, verso un fine comune, ne consegue che alla convivenza civile è necessaria un’autorità che la governi: e questa, non diversamente dalla società, proviene dalla natura e perciò da Dio stesso. Ne consegue che il potere pubblico per se stesso non può provenire che da Dio. Solo Dio, infatti, è l’assoluto e supremo Signore delle cose, al quale tutto ciò che esiste deve sottostare e rendere onore: sicché chiunque sia investito del diritto d’imperio non lo riceve da altri se non da Dio, massimo Principe di tutti. Non v’è potere se non da Dio (Rm 13,1). Il diritto d’imperio, poi, non è di per sé legato necessariamente ad alcuna particolare forma di governo: questo potrà a buon diritto assumere l’una o l’altra forma, purché effettivamente idonea all’utilità e al bene pubblico. Ma in qualsiasi tipo di Stato i principi devono soprattutto tener fisso lo sguardo a Dio, sommo reggitore del mondo, e proporsi Lui quale modello e norma nel governo della comunità. Così come nelle cose visibili Dio creò le cause seconde perché vi si potessero scorgere in qualche modo la natura e l’azione divina, e perché indicassero il fine ultimo al quale sono dirette tutte le cose, allo stesso modo volle che nella società civile esistesse un potere sovrano, i cui depositari rimandassero in qualche modo l’immagine della potestà divina e della divina provvidenza sul genere umano. L’esercizio del potere deve quindi essere giusto, non da padrone, ma quasi paterno, poiché il potere di Dio sugli uomini è sommamente giusto e permeato di paterna benevolenza; deve essere esercitato in vista dell’utilità dei cittadini, poiché chi detiene il potere governa con quest’unico compito, di tutelare il bene dei cittadini. Né in alcun modo deve accadere che l’autorità civile serva l’interesse di uno o di pochi, una volta che è stata istituita per il bene comune. Ché se i governanti si abbandoneranno ad un ingiusto dominio, se peccheranno di durezza o di superbia, se non provvederanno adeguatamente al bene del popolo, sappiano che dovranno un giorno render ragione a Dio, e con tanta maggior severità, quanto più venerabile ufficio avranno ricoperto e più sublime dignità avranno conseguito. "I potenti saranno puniti duramente" (Sap 6,7). In tal modo il rispetto dignitoso e spontaneo dei cittadini si assocerà alla maestà del comando. Una volta persuasi, infatti, che l’autorità di chi governa proviene da Dio, si convinceranno che è giusto e doveroso seguire i dettami dei Principi e tributare loro ossequio e fiducia con quella sorta di devozione che i figli devono ai genitori. "Ogni anima sia soggetta alle sublimi potestà" (Rm 13,1). Spregiare il potere legittimo, in qualsiasi persona esso s’incarni, non è lecito più di quello che sia l’opporsi alla volontà divina: chi si oppone a questa, precipita in volontaria rovina. "Chi resiste all’autorità, resiste all’ordinamento divino; coloro che resisteranno si attireranno addosso la condanna" (Rm 5,2). Pertanto, rifiutare l’obbedienza, e con la violenza popolare provocare sedizioni, è crimine di lesa maestà non solo umana ma anche divina.

È chiaro che una società costituita su queste basi deve assolutamente soddisfare ai molti e solenni doveri che la stringono a Dio con pubbliche manifestazioni di culto. La natura e la ragione, che comandano ad ogni singolo individuo di tributare a Dio pii e devoti atti d’ossequio, poiché tutti siamo in Suo potere e tutti, da Lui originati, a Lui dobbiamo ritornare, impongono la stessa legge alla società civile. Gli uomini uniti in società non sono meno soggetti a Dio dei singoli individui, né la società ha minori doveri dei singoli verso Dio, per la cui volontà è sorta, per il cui assenso si conserva, dalla cui grazia ha ricevuto l’immenso cumulo di beni che possiede. Perciò, come a nessuno è lecito trascurare i propri doveri verso Dio – e il più importante di essi è professare la religione nei pensieri e nelle opere, e non quella che ciascuno preferisce, ma quella che Dio ha comandato e che per segni certi e indubitabili ha stabilito essere l’unica vera – allo stesso modo le società non possono, senza sacrilegio, condursi come se Dio non esistesse, o ignorare la religione come fosse una pratica estranea e di nessuna utilità, o accoglierne indifferentemente una a piacere tra le molte; ma al contrario devono, nell’onorare Dio, adottare quella forma e quei riti coi quali Dio stesso dimostrò di voler essere onorato. Santo deve dunque essere il nome di Dio per i Principi, i quali tra i loro più sacri doveri devono porre quello di favorire la religione, difenderla con la loro benevolenza, proteggerla con l’autorità e il consenso delle leggi, né adottare qualsiasi decisione o norma che sia contraria alla sua integrità.

È questo il loro dovere anche verso coloro che essi governano. Infatti noi tutti siamo uomini nati e cresciuti in vista di quel supremo ed ultimo bene al quale devono essere rivolti tutti i pensieri, il bene che è posto oltre questa fragile e breve vita, nei cieli. Ora, poiché da ciò dipende la completa e perfetta felicità degli uomini, il conseguire il fine di cui s’è detto è cosa di tale importanza per ognuno, che nulla può essere di maggior momento. È necessario dunque che la società civile, istituita per l’utilità comune, nel perseguire la prosperità dello Stato provveda a che i cittadini, nel loro cammino verso la conquista di quel sommo e immutabile bene al quale naturalmente tendono, non solo non vengano in alcun modo ostacolati, ma siano favoriti con ogni opportunità. La principale di queste è operare perché sia salva e inviolata la religione, i cui obblighi mantengono saldo il legame fra l’uomo e Dio.

Quale sia poi la vera religione, senza difficoltà può vedere chi giudichi con metro sereno e imparziale: poiché è evidente per moltissime e luminose prove, per la verità di indubitabili vaticinî, per la frequenza dei miracoli, per la diffusione straordinariamente rapida della fede anche in mezzo a nemici e fra gravissimi ostacoli, per la testimonianza dei martiri e per altre simili, che l’unica vera è quella che Gesù Cristo stesso ha fondato ed affidato alla sua Chiesa perché la difendesse e la propagasse.

Infatti l’Unigenito figlio di Dio istituì sulla terra quella società, che chiama Chiesa, alla quale trasmise, perché la continuasse nei secoli, l’eccelsa e divina missione, che Egli stesso aveva ricevuto dal Padre. "Come il Padre mandò me, anch’io mando voi" (Gv 20,21). "Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo" (Mt 28,20). Dunque, come Gesù Cristo venne sulla terra perché "gli uomini abbiano la vita e ne abbiano in abbondanza" (Gv 10,10), allo stesso modo la Chiesa si propone come fine la salvezza eterna delle anime; per questo motivo essa è tale, per sua natura, da offrirsi per abbracciare l’intero genere umano, senza limiti di tempi e di luoghi. "Predicate il Vangelo ad ogni creatura" (Mc 16,15). A una così vasta moltitudine di uomini Dio stesso assegnò magistrati con il potere di governarla: e tra tutti volle che uno fosse il primo, il supremo e infallibile maestro di verità, e a lui affidò le chiavi del regno dei cieli. "A te darò le chiavi del regno dei cieli" (Mt 16,19). "Pasci gli agnelli... pasci le pecore" (Gv 21,16-17). "Io pregai per te, perché non venga meno la tua fede" (Lc 22,32).

Questa società, sebbene sia composta di uomini non diversamente dalla società civile, tuttavia, per il fine al quale tende e per i mezzi di cui si serve per conseguirlo, ha carattere soprannaturale e spirituale, e in questo si distingue e differisce dalla società civile; ciò che soprattutto conta, essa è una società nel suo genere e nel suo assetto giuridico perfetta, dal momento che possiede, per volontà e grazia del suo fondatore, in sé e per se stessa tutti gli strumenti necessari al suo esistere e al suo operare. Come il fine al quale la Chiesa tende è di gran lunga il più nobile fra tutti, così la sua potestà è sopra ogni altra la più eminente, né può essere giudicata inferiore al potere civile, né essere in alcun modo ad esso sottoposta. In verità Gesù Cristo diede ai suoi Apostoli pieni poteri circa la conduzione delle cose sacre, aggiungendo sia la facoltà di emanare vere e proprie leggi, sia la doppia potestà, che da quella deriva, di giudicare e di punire. "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni... insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato" (Mt 28.18-20). E altrove: "Se non li ascolterà, dillo alla Chiesa" (Mt 18,17). E ancora: "Siamo pronti a punire qualsiasi disobbedienza" (2Cor 10,6). E di nuovo: "Agirò con più durezza, secondo il potere che Dio mi diede, per edificare e non per distruggere" (2Cor 13,10). Pertanto non è alla società civile, ma alla Chiesa che spetta condurre gli uomini verso la meta celeste: a lei fu da Dio assegnato il compito di provvedere e deliberare sulle questioni religiose, di ammaestrare tutte le genti, di allargare quanto più possibile i confini del nome cristiano: in breve, di amministrare liberamente e senza impedimenti, a sua discrezione, il mondo cristiano. E invero questa autorità in sé assoluta e del tutto autonoma (che da tempo viene contestata da quella filosofia che si inchina ai Principi) la Chiesa non ha mai cessato di rivendicare per sé e di esercitare pubblicamente, visto che i primi a battezzarsi per essa furono gli Apostoli, i quali, quando i capi della Sinagoga proibivano loro di predicare il vangelo, rispondevano con fermezza: "È necessario obbedire a Dio piuttosto che agli uomini" (At 5,29). I Santi Padri della Chiesa si impegnarono a difendere tale autorità con efficaci argomenti quante volte ne ebbero l’occasione, e i Pontefici Romani non trascurarono mai di rivendicarla, con incrollabile fermezza d’animo, contro gli oppositori. Del resto gli stessi principi e capi di Stato, sia in teoria, sia in linea di fatto, l’hanno riconosciuta, dal momento che, stipulando trattati, concludendo transazioni, inviando e ricevendo legati, e con lo scambio di altre relazioni, hanno solitamente trattato con la Chiesa come con una legittima, suprema potestà. Né certamente si deve ritenere che ciò avvenisse senza un preciso disegno provvidenziale e che questa stessa potestà fosse munita di un principato civile, quale sicura garanzia della sua libertà.

Dunque Dio volle ripartito tra due poteri il governo del genere umano, cioè il potere ecclesiastico e quello civile, l’uno preposto alle cose divine, l’altro alle umane. Entrambi sono sovrani nella propria sfera; entrambi hanno limiti definiti alla propria azione, fissati dalla natura e dal fine immediato di ciascuno; sicché si può delimitare una sorta di orbita, all’interno della quale ciascuno agisce sulla base del proprio diritto. Ma poiché l’uno e l’altro potere si esercitano sugli stessi soggetti, e può accadere che una medesima cosa, per quanto in modi diversi, venga a cadere sotto la giurisdizione dell’uno e dell’altro, l’infinita Provvidenza divina, dalla quale sono stati entrambi stabiliti, deve pure aver composto in modo ordinato e armonioso le loro rispettive orbite, poiché "le autorità che esistono, sono stabilite da Dio" (Rm 13,1). Se non fosse così, nascerebbero spesso motivi di contrasti e di conflitti; e non di rado l’uomo dovrebbe restare turbato ed esitante, come di fronte a un bivio, incerto circa la via da scegliere, nel caso in cui gli giungessero ordini contrari da parte delle due potestà, al cui imperio non potrebbe sottrarsi senza venir meno al proprio dovere.

Ora, assolutamente ripugna il pensare questo della sapienza e della bontà di Dio, il quale anche nel campo dei fenomeni fisici, che sono di ordine tanto inferiore, pure conciliò tra loro le forze naturali e le loro leggi con un disegno razionale e quasi con una mirabile armonia di voci, tale per cui nessuna di esse disturbi le altre, e tutte insieme tendano concordemente e nel modo più consono al fine ultimo del mondo. Per questo è necessario che tra le due potestà esista una certa coordinazione, la quale viene giustamente paragonata a quella che collega l’anima e il corpo nell’uomo. Di quale natura e peso essa sia, poi, non si può altrimenti stabilire se non prendendo in considerazione, come s’è detto, la natura delle due potestà e ragionando sull’eccellenza e la nobiltà dei loro fini: come all’una spetti anzitutto ed essenzialmente la cura delle cose terrene, all’altra l’acquisizione dei beni celesti e sempiterni. Pertanto tutto ciò che nelle cose umane abbia in qualche modo a che fare col sacro, tutto ciò che riguardi la salvezza delle anime o il culto di Dio, che sia tale per sua natura o che tale appaia per il fine a cui si riferisce, tutto ciò cade sotto l’autorità e il giudizio della Chiesa: tutto il resto, che abbraccia la sfera civile e politica, è giusto che sia sottoposto all’autorità civile, poiché Gesù Cristo ha voluto che ciò che è di Cesare sia dato a Cesare e ciò che è di Dio a Dio. Accade poi talora che si trovi qualche nuovo modo per garantire la concordia e una tranquilla libertà, ed è quando i governanti e il Pontefice romano raggiungono un accordo su qualche questione particolare. In tali circostanze la Chiesa offre eccelse prove di materna bontà, ed è solita dimostrare la più generosa disponibilità e indulgenza.

Questa – quale l’abbiamo qui sommariamente delineata – è l’organizzazione cristiana della società civile, ideata non a caso o a capriccio, ma dedotta da supremi e verissimi principi che sono altresì confermati dalla stessa ragione naturale. Tale organizzazione sociale inoltre non presenta nulla che possa giudicarsi meno degno o disdicevole per la maestà dei Principi: non solo è ben lontana dallo sminuirne i diritti sovrani ma piuttosto li rende più saldi e augusti. Anzi, se si considera più a fondo, quella organizzazione possiede un grado di perfezione che manca a tutti gli altri sistemi sociali: da essa scaturirebbero certamente notevoli e svariati vantaggi, se ciascuna parte ricoprisse il ruolo che le conviene ed esercitasse pienamente il compito e la missione che le sono demandati.

Veramente, in quella forma di società che abbiamo esposto le cose divine e le umane sono armoniosamente ordinate: sono salvi i diritti dei cittadini, in quanto difesi col patrocinio delle leggi divine, naturali e umane; sono sapientemente definiti i singoli doveri ed è opportunamente regolato il loro adempimento. Ciascun individuo, nel suo incerto e faticoso viaggio verso l’eterna città celeste, sa di disporre di guide che lo sostengono nel cammino e lo aiutano a raggiungere la meta, ed ugualmente comprende che altre guide hanno il compito di procurargli o conservargli la sicurezza, le fortune e tutti gli altri beni sui quali poggia questa nostra vita terrena. La società domestica deriva quella solida stabilità che le conviene dalla santità del matrimonio uno e indivisibile; diritti e doveri sono regolati tra i coniugi con sapiente giustizia ed equità; alla donna è riservato il debito onore; l’autorità del marito è modellata su quella di Dio; la patria potestà è convenientemente temperata in considerazione della dignità della moglie e dei figli; infine si provvede alla giusta tutela, al benessere e all’educazione dei figli stessi. Nell’ambito politico e civile, le leggi hanno per oggetto il bene comune, e sono conformate non alla volontà e al fallace giudizio della moltitudine, ma alla verità e alla giustizia; l’autorità dei Principi riveste un carattere in certo modo sacro e sovrumano, e ha dei limiti perché non si allontani dalla giustizia né trascenda ad abusi nel comando; l’obbedienza dei cittadini si accompagna a decoro e dignità, poiché non si tratta di servitù di uomo ad uomo, ma di osservanza della volontà di Dio, che per mezzo di uomini esercita il proprio dominio. Quando tali concetti saranno stati accolti e assimilati, s’intenderà facilmente come sia unicamente atto di giustizia il rispettare la maestà dei Principi, il sottostare con costanza e lealtà ai pubblici poteri, il rifuggire da azioni sediziose, il preservare intatta la santa disciplina sociale. Similmente si annoverano tra i doveri la reciproca carità, la benevolenza, la liberalità; il cittadino che è anche cristiano non viene a trovarsi in contraddizione con se stesso a causa di precetti contrastanti; sono infine assicurati anche alla comunità e alla società civile quegli inestimabili beni, di cui la religione cristiana di per sé ricolma anche la vita terrena degli uomini: sicché emerge tutta la verità di quel detto: "Dalla religione, con la quale si onora Dio, dipendono le condizioni della società; tra l’una e l’altra intercorrono, per molti versi, un’affinità e una parentela" . Agostino ha parlato mirabilmente in più luoghi delle sue opere, dell’efficacia di questi beni, specialmente là dove si rivolge alla Chiesa cattolica con queste parole: "Tu addestri e ammaestri i fanciulli con mezzi adatti ai fanciulli, i giovani parlando loro con forza, i vecchi con calma, assecondando l’età non solo del corpo ma anche dello spirito. Tu spingi le mogli alla casta e fedele obbedienza verso i mariti non per il soddisfacimento delle passioni ma per la procreazione dei figli e per la salvaguardia della famiglia. Tu poni i mariti in posizione dominante rispetto alle mogli non perché sfruttino il sesso più debole, ma perché accettino il vincolo di un amore sincero. Tu sottoponi i figli ai genitori con una sorta di libera schiavitù, e concedi ai genitori un tenero dominio sui figli... Tu unisci i cittadini ai cittadini, i popoli ai popoli, e tutta l’umanità nel ricordo dei comuni progenitori, e li unisci non solo con vincoli sociali, ma anche con quelli di una certa fratellanza. Insegni ai re ad esser longanimi verso i popoli, e ammonisci i popoli a sottomettersi ai re. Sei sollecita ad insegnare a chi si debba onore, a chi affetto, a chi riverenza, a chi timore, a chi conforto, a chi ammonizione, a chi incoraggiamento, a chi correzione, a chi rimprovero, a chi punizione; mostrando come non a tutti si debbano le stesse cose, e come a tutti sia dovuta la carità, e a nessuno l’ingiustizia" . Lo stesso Agostino così condanna in un altro passo la pseudo sapienza dei filosofi che si atteggiano a politici: "Coloro che affermano che la dottrina di Cristo è nemica dello Stato, cerchino di costituire un esercito composto di soldati quali li vuole la dottrina di Cristo; ci diano governatori di province, mariti, mogli, genitori, figli, padroni, servi, re, giudici, perfino debitori ed esattori del fisco quali la dottrina cristiana impone di formare, e vedremo se oseranno ancora dirla nemica dello Stato, o se piuttosto non giungeranno ad affermare che essa, se attuata, sarebbe un valido sostegno per lo Stato" .

Vi fu un tempo in cui la filosofia del Vangelo governava la società: allora la forza della sapienza cristiana e lo spirito divino erano penetrati nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in ogni ordine e settore dello Stato, quando la religione fondata da Gesù Cristo, collocata stabilmente a livello di dignità che le competeva, ovunque prosperava, col favore dei Principi e sotto la legittima tutela dei magistrati; quando sacerdozio e impero procedevano concordi e li univa un fausto vincolo di amichevoli e scambievoli servigi. La società trasse da tale ordinamento frutti inimmaginabili, la memoria dei quali dura e durerà, consegnata ad innumerevoli monumenti storici, che nessuna mala arte di nemici può contraffare od oscurare. Il fatto che l’Europa cristiana abbia domato i popoli barbari e li abbia tratti dalla ferocia alla mansuetudine, dalla superstizione alla verità; che abbia vittoriosamente respinto le invasioni dei Maomettani; che abbia tenuto il primato della civiltà; che abbia sempre saputo offrirsi agli altri popoli come guida e maestra per ogni onorevole impresa; che abbia donato veri e molteplici esempi di libertà ai popoli; che abbia con grande sapienza creato numerose istituzioni a sollievo delle umane miserie; per tutto ciò deve senza dubbio molta gratitudine alla religione, che ebbe auspice in tante imprese e che l’aiutò nel portarle a termine. E certamente tutti quei benefìci sarebbero durati, se fosse durata la concordia tra i due poteri: e a ragione se ne sarebbero potuti aspettare altri maggiori, se con maggiore fede e perseveranza ci si fosse inchinati all’autorità, al magistero, ai disegni della Chiesa. Si deve infatti attribuire il valore di legge eterna a quella grandissima sentenza scritta da Ivo di Chartres al pontefice Pasquale II: "Quando regno e sacerdozio procedono concordi, procede bene il governo del mondo, fiorisce e fruttifica la Chiesa. Se invece la concordia viene meno, non soltanto non crescono le piccole cose, ma anche le grandi volgono miseramente in rovina" .

Ma quel pernicioso e deplorevole spirito innovatore che si sviluppò nel sedicesimo secolo, volto dapprima a sconvolgere la religione cristiana, presto passò, con naturale progressione, alla filosofia, e da questa a tutti gli ordini della società civile. Da ciò si deve riconoscere la fonte delle più recenti teorie sfrenatamente liberali, senza dubbio elaborate durante i grandi rivolgimenti del secolo passato e proclamate come principi e fondamenti di un nuovo diritto, il quale non solo era sconosciuto in precedenza, ma per più di un aspetto si distacca sia dal diritto cristiano, sia dallo stesso diritto naturale. Di questi principi, il più importante afferma che tutti gli uomini, dal momento che sono ritenuti uguali per nascita e per natura, così sono effettivamente uguali tra loro anche nella vita pratica; pertanto ciascuno possiede un proprio diritto, tale da sottrarlo totalmente all’autorità altrui, sì da poter liberamente pensare ciò che vuole e agire a suo talento: nessuno ha il diritto di comandare agli altri. In una società basata su tali principi, la sovranità non consiste che nella volontà del popolo, il quale, come possiede da solo tutto il potere, così da solo si governa: sceglie di fatto alcuni a cui delegare il potere, ma in modo tale da trasferire in loro non tanto la sovranità, quanto una semplice funzione da esercitare in suo nome. Si tace dell’autorità divina, come se Dio non esistesse o non si desse alcun pensiero del genere umano; come se gli uomini, né singolarmente né collettivamente, non avessero alcun obbligo verso Dio, o come se si potesse concepire una sovranità, la cui origine, forza e autorità non derivassero totalmente da Dio. Appare evidente che in tal modo lo Stato non sarebbe nient’altro che la moltitudine arbitra e guida di se stessa; e poiché si afferma che il popolo contiene in se stesso la sorgente di ogni diritto e di ogni potere, di conseguenza la comunità non si riterrà vincolata ad alcun dovere verso Dio; non professerà pubblicamente alcuna religione; non vorrà privilegiarne una, ma riconoscerà alle varie confessioni uguali diritti affinché l’ordine pubblico non venga turbato. Coerentemente, si permetterà al singolo di giudicare secondo coscienza su ogni questione religiosa; a ciascuno sarà lecito seguire la religione che preferisce, o anche nessuna, se nessuna gli aggrada. Di qui nascono dunque libertà di coscienza per chiunque, libertà di culto, illimitata libertà di pensiero e di stampa.

Posti a fondamento dello Stato questi principi, che tanto favore godono ai giorni nostri, si comprende facilmente in quali e quanto inique condizioni venga costretta la Chiesa. Infatti, ove l’azione pratica si conformi a queste dottrine, alla religione cattolica viene riconosciuto nello Stato un ruolo uguale o anche inferiore a quello dei culti a lei estranei; non vi sarà alcuna considerazione per le leggi ecclesiastiche; alla Chiesa, che pure per volontà di Gesù Cristo ebbe la missione di insegnare a tutte le genti, sarà negata ogni ingerenza nell’istruzione pubblica.

Anche nelle questioni di diritto misto, le autorità civili deliberano da sé, in totale autonomia, e in tale materia ignorano con arroganza le leggi santissime della Chiesa. Quindi annettono alla propria giurisdizione i matrimoni cristiani, legiferando anche sul vincolo coniugale, sulla sua unità e sulla sua stabilità; alienano le proprietà ecclesiastiche, negando alla Chiesa il diritto di possedere. Insomma, si comportano con la Chiesa disconoscendone il carattere di società giuridicamente perfetta, ponendola sullo stesso piano di tutte le altre associazioni che operano nello Stato: e se le rimane qualche diritto, qualche legittima libertà d’azione, si afferma che li possiede per concessione e benignità dell’autorità civile. Se poi si tratta di uno Stato, nel quale la Chiesa abbia riconosciuti i propri diritti dalle stesse leggi civili, e fra i due poteri esista una convenzione pubblicamente ratificata, sostengono il principio della necessaria separazione della Chiesa dallo Stato; e ciò allo scopo di poter impunemente violare la fede data, e di poter deliberare su tutto liberamente, senza vincoli. E poiché la Chiesa non può tollerare ciò, né può mancare ai suoi sacrosanti e solenni doveri, e quindi pretende che i patti sanciti siano scrupolosamente e integralmente osservati, spesso nascono dissidi tra il potere civile e quello ecclesiastico: dissidi che generalmente vedono soccombere – fra i due contendenti – quello che dispone di minori armi umane di fronte al più forte.

Così in questo tipo di convenzione oggi vagheggiata dai più, ci sono la tendenza e la volontà o di liberarsi del tutto della Chiesa, o di tenerla in ceppi e soggiogata. Gran parte dell’attività di governo mira a questo. Le leggi, l’amministrazione, l’insegnamento laico, la spoliazione e lo scioglimento degli ordini religiosi, la distruzione del potere temporale dei Pontefici, tutto tende a indebolire l’influenza delle istituzioni cristiane, a coartare la libertà della Chiesa, a lederne ogni altro diritto.

Ora, è sufficiente la semplice ragione naturale per dimostrare come siffatte teorie sul governo delle comunità siano assai lontane dalla verità. È la stessa natura che testimonia come qualsiasi potere derivi dalla più alta e augusta delle fonti, che è Dio. La sovranità popolare che si afferma insita per natura nella moltitudine indipendentemente da Dio, se serve ottimamente ad offrire lusinghe e ad infiammare grandi passioni, non ha in realtà alcun plausibile fondamento, né possiede abbastanza forza per assicurare uno stabile e tranquillo ordine sociale. In verità a causa di tali dottrine si è giunti al punto che da molti si sostiene la legittimità della rivoluzione, vista come giusto strumento di lotta politica. È forte infatti la convinzione che i Principi non siano nulla più che semplici delegati ad eseguire la volontà popolare: ne consegue necessariamente che tutti gli ordinamenti sono ugualmente mutabili a discrezione del popolo, e incombe il continuo timore di disordini.

In materia di religione, poi reputare che non vi sia sostanziale differenza tra eterogenee e contrarie forme di confessioni, conduce chiaramente a non volerne accettare né praticare alcuna. E questo atteggiamento, anche se gli si dà un nome diverso, in sostanza non è nient’altro che ateismo. Che infatti è convinto dell’esistenza di Dio, se vuole essere logico e non affermare assurdità, capisce necessariamente che le forme di culto esistenti, così diverse e contrastanti tra loro anche su questioni della massima importanza, non possono essere tutte ugualmente credibili, ugualmente vere, ugualmente accette a Dio. Allo stesso modo una libertà di pensiero e di espressione che sia totalmente esente da vincoli in assoluto non è un bene di cui la società umana abbia ragione di rallegrarsi: è al contrario fonte e origine di molti mali. La libertà, come virtù che perfeziona l’uomo, deve applicarsi al vero e al bene; la natura del vero e del bene non può mutare ad arbitrio dell’uomo, ma rimane sempre la stessa, e non è meno immutabile dell’intima natura delle cose. Se la mente accoglie false opinioni, se la volontà sceglie il male e vi si dedica, l’una e l’altra, lungi dall’operare per il proprio perfezionamento, perdono la loro naturale dignità e si corrompono. Ciò che è contrario alla virtù e alla verità, dunque, non deve essere posto in evidenza ed esibito: molto meno, difeso e tutelato dalle leggi. La sola vita virtuosa apre la via verso il cielo, cui tutti tendiamo: per questo lo Stato si discosta da una norma e da una legge di natura, se consente che una sfrenata e perversa libertà di pensiero e d’azione giunga a distogliere impunemente dalla verità le menti e dalla virtù gli spiriti.

È grande e deleterio errore escludere la Chiesa, che Dio stesso ha fondato, dalla vita pubblica, dalle leggi, dall’educazione dei giovani, dalla famiglia. Non possono esservi buoni costumi in una società cui sia stata tolta la religione: e si sa ormai anche troppo bene in che consista, e a che porti quella filosofia di vita e di costumi che chiamano civile. La Chiesa di Cristo è vera maestra di virtù e custode della buona condotta: essa è colei che mantiene fermi i principi dai quali derivano i doveri, e che, esposti i più efficaci motivi per vivere virtuosamente non solo ammonisce a fuggire le azioni malvagie, ma a controllare altresì i moti dell’animo contrari alla ragione, anche quelli che non sfociano in azioni concrete.

È davvero una grande ingiustizia e una grande sconsideratezza il volere sottoporre la Chiesa all’autorità civile nell’adempimento dei suoi doveri. Con ciò l’ordine viene sovvertito, dal momento che si antepongono le cose naturali alle soprannaturali: si distrugge, o almeno si sminuisce assai la dovizia di beni dei quali, se non ostacolata, a chiesa colmerebbe la vita terrena; per di più si apre la via ad ostilità e conflitti, e fin troppo spesso gli eventi hanno dimostrato quanto danno ciò porti sia alla società civile, sia a quella religiosa.

Siffatte dottrine, che nemmeno dalla ragione umana possono essere approvate, e che tanto peso hanno sull’ordinamento civile, i Pontefici romani Nostri Predecessori, ben comprendendo quale fosse il loro dovere apostolico, non consentirono che potessero circolare impunemente. Così Gregorio XVI nell’Enciclica Mirari vos del 15 agosto 1832 colpì con parole durissime quelle teoriche che già venivano diffondendosi e secondo le quali non è necessario operare una scelta in materia di religione: è diritto di ciascuno professare qualsiasi fede gli aggradi; per ciascuno il solo giudice è la coscienza; inoltre è lecito proclamare qualsiasi opinione, e ordire rivolte contro lo Stato. Circa la separazione della Chiesa dallo Stato lo stesso Pontefice così si esprimeva: "Né più lieti successi potremmo presagire per la Religione e il Principato dai voti di coloro che vorrebbero vedere separata la Chiesa dal Regno, e troncata la mutua concordia dell’Impero col Sacerdozio. È troppo chiaro che dai sostenitori di una impudentissima libertà si teme quella concordia che fu sempre fausta e salutare al governo sacro e a quello civile".

Non diversamente Pio IX, ogni volta che ne ebbe l’occasione, annotò molte false teorie che riscuotevano maggior credito, e in un secondo tempo ordinò che esse venissero raccolte tutte insieme, affinché nel dilagare di tanti errori i cattolici avessero una guida sicura .

Dalle citate dichiarazioni dei Pontefici è dunque necessario dedurre che l’origine della potestà civile è in Dio, non nel popolo; che la libertà di ribellione contrasta con la logica; che il non tenere in alcun conto i doveri religiosi, o essere indifferenti alle varie forme di culto, non è lecito né ai singoli individui né agli Stati: che la smodata libertà di pensiero e di espressione non può annoverarsi tra i diritti dei cittadini né in alcun modo tra i privilegi degni di tutela e di protezione. Similmente si deve ritenere che la Chiesa sia una società perfetta nella sua peculiare natura e nel suo assetto giuridico non meno di quella civile, e che al potere statale non deve essere consentito di sottomettere e subordinare a se stesso la Chiesa, o di limitarne l’azione, o di sottrarle uno qualsiasi degli altri diritti che da Gesù Cristo le sono stati conferiti. Nelle questioni di diritto misto, ciò che si conforma alla natura e al disegno divino non è la separazione di un potere dall’altro, e molto meno il conflitto tra loro, ma una piena concordia, coerente con le finalità che sono all’origine di entrambe le società.

Sono queste dunque le norme fissate dalla Chiesa cattolica circa la costituzione e il governo degli Stati. Nondimeno, se si vuole giudicare con obiettività, con tali prescrizioni e decreti non s’intende condannare alcuna delle varie forme di governo, quando esse non abbiano in sé nulla che ripugni alla dottrina cattolica e possano, se applicate con saggezza ed equità, dare un ottimo e stabile assetto alla società. Anzi, non s’intende condannare in sé neppure il fatto che il popolo partecipi, in maggiore o minore misura, alla vita pubblica: il che può rappresentare in certe circostanze e con precise leggi, non solo un vantaggio ma anche un dovere civile. Ancora, non v’è neppure valido motivo per accusare la Chiesa di essere restia più del giusto ad una benevola tolleranza, o nemica di un’autentica e legittima libertà. In realtà, se la Chiesa giudica che non sia lecito concedere ai vari culti religiosi la stessa condizione giuridica che compete alla vera religione, pure non condanna quei governi che, per qualche grave situazione, mirando o ad ottenere un bene, o ad impedire un male, tollerino di fatto diversi culti nel loro Stato.

Così pure la Chiesa vuole assolutamente evitare che chiunque sia costretto, suo malgrado, ad abbracciare la fede cattolica, perché, come saggiamente ammonisce Agostino, "l’uomo non può credere se non spontaneamente" . Similmente la Chiesa non può consentire quella libertà che induce al disprezzo delle leggi santissime di Dio e sopprime la doverosa obbedienza all’autorità legittima. Infatti, questa è piuttosto licenza che libertà; e felicemente viene definita da Agostino "libertà di perdizione" ; dall’Apostolo Pietro "velo di malizia" (1Pt 2,16); anzi, essendo irrazionale, diviene vera schiavitù; "poiché chi fa peccato è schiavo del peccato" (Gv 8,34). Al contrario, la libertà autentica e desiderabile è quella che, nella sfera privata, non permette all’individuo di essere schiavo degli errori e delle passioni, terribili padroni, e che nella sfera pubblica governa saggiamente i cittadini, offre loro con larghezza le opportunità per migliorare la propria condizione, difende lo Stato dalle sopraffazioni altrui. La Chiesa, più di chiunque altro, approva questa libertà onesta e degna dell’uomo, né ha mai cessato di adoperarsi e di lottare perché ai popoli fosse garantita salda e integra. E veramente la storia dei secoli passati testimonia come tutto ciò che più giova alla difesa della società civile, tutti i mezzi più efficaci a difendere il popolo dal dispotismo dei Principi, ad impedire che lo Stato si intrometta pesantemente nelle amministrazioni municipali e della famiglia, tutte le leggi più utili a salvaguardare la dignità, il rispetto della persona, l’uguaglianza dei diritti dei singoli cittadini, tutto ciò è sempre stato voluto, o favorito, o tutelato dalla Chiesa cattolica. Essa dunque, con perfetta coerenza, se da una parte respinge una libertà smodata, che degenera in licenza o in schiavitù sia per i singoli che per la collettività, dall’altra guarda con favore e accoglie volentieri i progressi che il tempo arreca, se veramente giovano alla felicità di questa vita, la quale è come un percorso che conduce all’altra della durata eterna.

Ciò che si va dicendo, dunque, che la Chiesa sia ostile alle più recenti costituzioni civili, e che rifiuti tutti indistintamente i ritrovati della scienza contemporanea, non è che una vana e meschina calunnia. Certamente essa ripudia le teorie malsane: disapprova le nefaste smanie rivoluzionarie e segnatamente quella disposizione d’animo nella quale si può cogliere l’inizio di un volontario allontanamento da Dio; ma poiché tutto ciò che è vero proviene necessariamente da Dio, così ogni particella di vero che sia scoperta durante la ricerca è riconosciuta dalla Chiesa come impronta della mente divina. E poiché non può esistere alcuna verità naturale che possa ridurre la credibilità delle dottrine rivelate, mentre molte altre l’accrescono, ed ogni scoperta di nuove verità può indurre a conoscere e a lodare Dio, così la Chiesa accoglierà sempre con gioia e diletto qualsiasi progresso giunga ad allargare i confini della scienza, e con l’usato fervore promuoverà e favorirà, come le altre discipline, anche quelle che hanno per oggetto la spiegazione dei fenomeni naturali. A proposito di questi studi, la Chiesa non avversa le nuove invenzioni: non si dispiace che altre se ne ritrovino, in grado di rendere migliore e più piacevole l’esistenza; anzi, nemica dell’ozio e dell’inerzia, si compiace assai che l’ingegno umano, mediante l’esercizio e la cultura, produca i frutti più copiosi; incoraggia ogni specie di arti e di mestieri: e mentre con la sua virtù indirizza tutte queste occupazioni a scopi onesti e benèfici, si adopera ad impedire che l’uomo a seguito dello studio e del lavoro, perda di vista Dio e i beni terreni.

Ma le osservazioni esposte, sebbene tanto ragionevoli e sagge, incontrano scarso favore ai nostri giorni, in quanto le società non solo rifiutano di far riferimento al modello della sapienza cristiana, ma anzi sembrano volersene vieppiù allontanare ogni giorno. Nondimeno, poiché la verità, una volta messa in luce, suole espandersi naturalmente per ogni dove e insinuarsi gradualmente nell’intelletto umano, così Noi, mossi dalla consapevolezza del supremo e sacrosanto ufficio, cioè dalla missione Apostolica che esercitiamo su tutte le genti, proclamiamo, com’è Nostro dovere, la verità; non perché non abbiamo ben presenti le tendenze del nostro tempo, o giudichiamo che si debbano rifiutare gli onesti e utili progressi dell’età nostra, ma perché vorremmo più sicuro dalle insidie il cammino delle società e più solide le loro fondamenta, e ciò senza minare la genuina libertà dei popoli: tra gli uomini, infatti, madre e sicura custode della libertà è la verità: "La verità vi renderà liberi" (Gv 8,32).

Pertanto, se in così difficili frangenti i cattolici daranno ascolto, com’è loro dovere, alle Nostre parole, si renderanno chiaramente conto di quali siano i compiti di ciascuno, sia nel campo delle idee, sia in quello delle azioni. Riguardo alle idee, è necessario tenere saldi nella mente, con intima adesione, tutti gli insegnamenti passati e futuri dei romani Pontefici, nonché essere pronti a professarli apertamente ogni volta che appaia opportuno. E particolarmente riguardo a quelle cosiddette libertà alle quali si aspira nei tempi più recenti, conviene che ciascuno si attenga al giudizio della Sede Apostolica e che pensi in totale accordo con essa. Occorre stare attenti a non farsi trarre in inganno dalla loro apparente onestà, tener presente da quali premesse traggono origine e da quali confuse passioni sono rinvigorite e alimentate. Ormai si sa abbastanza, per esperienza, quali effetti esse abbiano sulla società, poiché esse hanno ovunque prodotto frutti, dei quali i saggi e gli onesti a ragione si rammaricano.

Nel caso che esista realmente da qualche parte, o si immagini, una comunità nella quale il nome cristiano sia perseguitato con leggi proterve e tiranniche, se ad essa si paragona il moderno sistema di governo di cui parliamo, questo potrà risultare più tollerabile. Tuttavia i principi su cui si fonda sono certamente di per sé, come abbiamo detto, tali da non meritare che riprovazione.

Quanto all’azione, essa può interessare la sfera privata e domestica, oppure la sfera pubblica. Nell’ambito individuale il primo dovere è di conformare la vita e la condotta, col massimo scrupolo, ai precetti evangelici, senza sottrarvisi nemmeno quando la virtù cristiana esiga qualche più arduo esercizio di pazienza e di sopportazione. Si deve inoltre amare la Chiesa come una madre comune; osservarne fedelmente le leggi, averne a cuore l’onore, e salvaguardarne i diritti; adoperarsi perché sia amata e rispettata con pari devozione da coloro sui quali ci si trovi ad esercitare qualche forma di autorità. È inoltre di pubblico interesse che il singolo dia un saggio contributo all’amministrazione cittadina, e in particolare si adoperi a far sì che la comunità provveda all’educazione religiosa e morale degli adolescenti nel modo più consono ai principi cristiani: condizione dalla quale dipende in gran parte il benessere delle singole comunità. Allo stesso modo, è generalmente utile e opportuno che la partecipazione dei cattolici si estenda da questo campo più ristretto fino a comprendere il più vasto ambito dello Stato. Diciamo generalmente, perché questi Nostri insegnamenti si rivolgono a tutti i popoli. Ora può accadere in qualche luogo che, per cause molto gravi e fondate, non sia affatto conveniente prendere parte alla vita pubblica e assumere incarichi politici. Ma generalmente, come abbiamo detto, l’astenersi del tutto dal partecipare alla vita politica sarebbe altrettanto colpevole quanto negare il proprio contributo operoso al bene comune: tanto più in quanto i cattolici, proprio in ragione della dottrina che professano, sono impegnati ad agire con particolare scrupolo e integrità. Per contro, se essi si tengono in disparte, prenderanno facilmente il potere uomini, le cui opinioni danno ben poco affidamento di poter giovare allo Stato. E ciò sarebbe dannoso anche per la religione, poiché acquisterebbero moltissimo potere coloro che osteggiano la Chiesa, pochissimo quelli che l’amano. È quindi evidente come i cattolici abbiano validi motivi per prendere parte alla vita politica: essi non lo fanno né lo debbono fare per assecondare quanto vi è di riprovevole nei metodi di governo attuali, ma per rivolgere questi stessi metodi, ogni volta che sia possibile, al vero e autentico bene pubblico, con il proposito di infondere in tutte le vene del corpo sociale, come linfa e sangue donatore di vita, la sapienza e la forza benefica della religione cattolica. Non diversamente accadde nei primi secoli dell’era cristiana. I principi e lo spirito dei popoli pagani erano allora quanto mai lontani dallo spirito e dai principi evangelici; tuttavia era dato vedere i cristiani, in mezzo alla superstizione, incorrotti e sempre coerenti con se stessi, introdursi animosamente ovunque intravedessero un varco. Esempio di fedeltà ai principi, obbedienti all’imperio delle leggi fino a che ciò non fosse in contrasto con la legge divina, diffondevano in ogni luogo un mirabile splendore di santità; si impegnavano ad aiutare i fratelli, a convertire tutti gli altri alla sapienza di Cristo, pronti tuttavia a ritirarsi e ad affrontare intrepidamente la morte, qualora non fosse stato loro possibile conservare gli onori, le magistrature e i comandi senza venir meno alla virtù. In tal modo fecero sì che il cristianesimo penetrasse rapidamente non solo nelle famiglie, ma anche nell’esercito, nel Senato e nello stesso palazzo imperiale. "Siamo nati ieri, ed abbiamo riempito ogni vostro luogo, città, isole, castelli, municipi, assemblee, gli stessi accampamenti, le tribù, le decurie, il palazzo, il Senato, il foro" , sicché la fede cristiana, quando la legge consentì la pubblica professione del Vangelo, apparve non come creatura ai primi vagiti e in culla, ma adulta e già sicura in un considerevole numero di città.

Ora, veramente, i nostri tempi richiedono che tali esempi dei nostri padri siano riproposti. I cattolici, quanti sono degni di questo nome, devono anzitutto essere e manifestarsi apertamente figli amorosissimi della Chiesa, respingere senza esitazione tutto ciò che non possa conciliarsi con tale professione, servirsi delle istituzioni pubbliche, ogni volta che possano onestamente farlo, a difesa della verità e della giustizia, adoperarsi perché la libertà d’agire non travalichi i limiti stabiliti dalle leggi di natura e divine, contribuire a far sì che tutta la società si uniformi a quel modello e a quell’ideale cristiano che abbiamo descritto. Non è facile indicare un metodo certo e valido universalmente per realizzare tali propositi, dovendo esso adeguarsi a circostanze di tempo e di luogo che sono assai diverse tra loro. Nondimeno si dovrà anzitutto aver cura di conservare la concordia nelle volontà e l’uniformità nell’azione. L’una e l’altra si potranno pienamente raggiungere, se ciascuno si proporrà come norma di vita le prescrizioni della Sede Apostolica e se asseconderà i Vescovi, che "lo Spirito Santo pose a reggere la Chiesa di Dio" (At 20,28). La difesa poi del nome cattolico postula la necessità che, nel professare le dottrine tramandate dalla Chiesa, siano in tutti un solo sentire e un’incrollabile fermezza; su questo fronte occorre guardarsi dall’essere in alcun modo conniventi con le false opinioni, o dal resistere ad esse più debolmente di quanto non richieda la verità. Riguardo alle teorie opinabili, si potrà disputare con moderazione e con l’intento di ricercare la verità, evitando peraltro i sospetti ingiuriosi e le reciproche denigrazioni. A questo proposito, affinché accuse sconsiderate non mettano in forse la concordia degli animi, tutti tengano a mente alcuni punti fermi: che l’integrità della professione cattolica non può in alcun modo conciliarsi con opinioni che si aprano al Naturalismo o al Razionalismo, il cui intento è sostanzialmente quello di distruggere dalle fondamenta la concezione cristiana e di stabilire nella società il primato dell’uomo, dopo aver scalzato quello di Dio. Parimenti non è lecito tenere in privato una linea di condotta e in pubblico un’altra, cioè riconoscere l’autorità della Chiesa nella vita privata e sconfessarla in pubblico. Ciò significherebbe coniugare cose turpi e oneste, e accendere nell’uomo un conflitto interiore, mentre è doveroso essere sempre coerenti con se stessi e non allontanarsi mai, in alcuna situazione o scelta di vita, dalla virtù cristiana.

Quando poi ci si interroghi su questioni meramente politiche, quali la miglior forma di governo, oppure i diversi sistemi amministrativi, su simili temi può senz’altro esservi legittima discordanza di opinioni. A coloro dunque di cui siano ben note altrimenti la fede e la propensione ad accogliere devotamente i decreti della Sede Apostolica, non sarebbe giusto muovere accuse per un’opinione discorde sugli argomenti testé accennati; e ancor più ingiusto sarebbe accusarli di lesa o dubbia fede cattolica, com’è accaduto, con Nostro rammarico, più di una volta. Queste raccomandazioni siano tenute bene in mente da coloro che usano affidare ai libri le loro idee e soprattutto dai giornalisti. Nell’attuale conflitto su argomenti di capitale importanza, non v’è posto per discordie intestine o per passioni di parte, ma tutti devono, con unanimità e fervore d’intenti, cooperare a quello che è il proposito comune, cioè agire per la salvezza della religione e dello Stato. Se dunque vi fu qualche dissidio nel passato, occorre sforzarsi di cancellarlo con l’oblio; se vi fu qualche leggerezza, qualche sopruso, a chiunque sia da ascrivere la colpa, si dovrà riparare con la mutua carità, e riscattare con un particolare atto di ossequio da parte di tutti verso la Sede Apostolica. Per questa via i cattolici conseguiranno due preziosi risultati: quello di collaborare con la Chiesa nella salvaguardia e nella diffusione della sapienza cristiana, e quello di esercitare un’azione grandemente benefica sulla società civile, la cui salute è esposta a grave pericolo a causa di dottrine e passioni malvagie.

Ecco, Venerabili Fratelli, quanto abbiamo ritenuto di affidare alla riflessione delle genti cattoliche intorno alla costituzione cristiana delle società, e ai doveri dei singoli cittadini.

Quanto al resto, dobbiamo invocare con ardenti preghiere l’aiuto celeste, e pregare Dio che conduca Egli stesso a felice compimento i Nostri voti e i Nostri sforzi tesi alla sua gloria e alla comune salvezza del genere umano, Egli che può illuminare la mente e dar forza alla volontà degli uomini. Come auspicio dei doni divini e prova della Nostra paterna benevolenza, impartiamo affettuosamente a voi, Venerabili Fratelli, al Clero e a tutto il popolo affidato alle vostre vigili cure nel nome del Signore, l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 1° novembre 1885, anno ottavo del Nostro Pontificato.

LEONE PP. XIII



RERUM NOVARUM
LETTERA ENCICLICA DI S.S. LEONE XIII


INTRODUZIONE

Motivo dell'enciclica: la questione operaia

1. L'ardente brama di novità che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli, doveva naturalmente dall'ordine politico passare nell'ordine simile dell'economia sociale. E difatti i portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dell'industria; le mutate relazioni tra padroni ed operai; l'essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà; il sentimento delle proprie forze divenuto nelle classi lavoratrici più vivo, e l'unione tra loro più intima; questo insieme di cose, con l'aggiunta dei peggiorati costumi, hanno fatto scoppiare il conflitto. Il quale è di tale e tanta gravità che tiene sospesi gli animi in trepida aspettazione e affatica l'ingegno dei dotti, i congressi dei sapienti, le assemblee popolari, le deliberazioni dei legislatori, i consigli dei principi, tanto che oggi non vi è questione che maggiormente interessi il mondo. Pertanto, venerabili fratelli, ciò che altre volte facemmo a bene della Chiesa e a comune salvezza con le nostre lettere encicliche sui Poteri pubblici, la Libertà umana, la Costituzione cristiana degli Stati, ed altri simili argomenti che ci parvero opportuni ad abbattere errori funesti, la medesima cosa crediamo di dover fare adesso per gli stessi motivi sulla questione operaia. Trattammo già questa materia, come ce ne venne l'occasione più di una volta: ma la coscienza dell'apostolico nostro ministero ci muove a trattarla ora, di proposito e in pieno, al fine di mettere in rilievo i principi con cui, secondo giustizia ed equità, si deve risolvere la questione. Questione difficile e pericolosa. Difficile, perché ardua cosa è segnare i precisi confini nelle relazioni tra proprietari e proletari, tra capitale e lavoro. Pericolosa perché uomini turbolenti ed astuti, si sforzano ovunque di falsare i giudizi e volgere la questione stessa a perturbamento dei popoli.

2. Comunque sia, è chiaro, ed in ciò si accordano tutti, come sia di estrema necessità venir in aiuto senza indugio e con opportuni provvedimenti ai proletari, che per la maggior parte si trovano in assai misere condizioni, indegne dell'uomo. Poiché, soppresse nel secolo passato le corporazioni di arti e mestieri, senza nulla sostituire in loro vece, nel tempo stesso che le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito cristiano, avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balda della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza. Accrebbe il male un'usura divoratrice che, sebbene condannata tante volte dalla Chiesa., continua lo stesso, sotto altro colore, a causa di ingordi speculatori. Si aggiunga il monopolio della produzione e del commercio, tanto che un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto all'infinita moltitudine dei proletari un gioco poco meno che servile.

PARTE PRIMA
IL SOCIALISMO, FALSO RIMEDIO

La soluzione socialista inaccettabile dagli operai

3. A rimedio di questi disordini, i socialisti, attizzando nei poveri l'odio ai ricchi, pretendono si debba abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo del municipio e dello stato. Con questa trasformazione della proprietà da personale in collettiva, e con l'eguale distribuzione degli utili e degli agi tra i cittadini, credono che il male sia radicalmente riparato. Ma questa via, non che risolvere le contese, non fa che danneggiare gli stessi operai, ed è inoltre ingiusta per molti motivi, giacché manomette i diritti dei legittimi proprietari, altera le competenze degli uffici dello Stato, e scompiglia tutto l'ordine sociale.

4. E infatti non è difficile capire che lo scopo del lavoro, il fine prossimo che si propone l'artigiano, è la proprietà privata. Poiché se egli impiega le sue forze e la sua industria a vantaggio altrui, lo fa per procurarsi il necessario alla vita: e però con il suo lavoro acquista un vero e perfetto diritto, non solo di esigere, ma d'investire come vuole, la dovuta mercede. Se dunque con le sue economie è riuscito a far dei risparmi e, per meglio assicurarli, li ha investiti in un terreno, questo terreno non è infine altra cosa che la mercede medesima travestita di forma, e conseguente proprietà sua, né più né meno che la stessa mercede. Ora in questo appunto, come ognuno sa, consiste la proprietà, sia mobile che stabile. Con l'accumulare pertanto ogni proprietà particolare, i socialisti, togliendo all'operaio la libertà di investire le proprie mercedi, gli rapiscono il diritto e la speranza di trarre vantaggio dal patrimonio domestico e di migliorare il proprio stato, e ne rendono perciò più infelice la condizione.

5. Il peggio si è che il rimedio da costoro proposto è una aperta ingiustizia, giacché la proprietà prenata è diritto di natura. Poiché anche in questo passa gran differenza tra l'uomo e il bruto. Il bruto non governa sé stesso; ma due istinti lo reggono e governano, i quali da una parte ne tengono desta l'attività e ne svolgono le forze, dall'altra terminano e circoscrivono ogni suo movimento; cioè l'istinto della conservazione propria, e l'istinto della conservazione della propria specie. A conseguire questi due fini, basta al bruto l'uso di quei determinati mezzi che trova intorno a sé; né potrebbe mirare più lontano, perché mosso unicamente dal senso e dal particolare sensibile. Ben diversa è la natura dell'uomo. Possedendo egli la vita sensitiva nella sua pienezza, da questo lato anche a lui è dato, almeno quanto agli altri animali, di usufruire dei beni della natura materiale. Ma l'animalità in tutta la sua estensione, lungi dal circoscrivere la natura umana, le è di gran lunga inferiore, e fatta per esserle soggetta. Il gran privilegio dell'uomo, ciò che lo costituisce tale o lo distingue essenzialmente dal bruto, è l'intelligenza, ossia la ragione. E appunto perché ragionevole, si deve concedere all'uomo qualche cosa di più che il semplice uso dei beni della terra, comune anche agli altri animali: e questo non può essere altro che il diritto di proprietà stabile; né proprietà soltanto di quelle cose che si consumano usandole, ma anche di quelle che l'uso non consuma.

La proprietà privata è di diritto naturale

6. Ciò riesce più evidente se si penetra maggiormente nell'umana natura. Per la sterminata ampiezza del suo conoscimento, che abbraccia, oltre il presente, anche l'avvenire, e per la sua libertà, l'uomo sotto la legge eterna e la provvidenza universale di Dio, è provvidenza a sé stesso. Egli deve dunque poter scegliere i mezzi che giudica più propri al mantenimento della sua vita, non solo per il momento che passa, ma per il tempo futuro. Ciò vale quanto dire che, oltre il dominio dei frutti che dà la terra, spetta all'uomo la proprietà della terra stessa, dal cui seno fecondo deve essergli somministrato il necessario ai suoi bisogni futuri. Giacché i bisogni dell'uomo hanno, per così dire, una vicenda di perpetui ritorni e, soddisfatti oggi, rinascono domani. Pertanto la natura deve aver dato all'uomo il diritto a beni stabili e perenni, proporzionati alla perennità del soccorso di cui egli abbisogna, beni che può somministrargli solamente la terra, con la sua inesauribile fecondità. Non v'è ragione di ricorrere alla provvidenza dello Stato perché l'uomo è anteriore alto Stato: quindi prima che si formasse il civile consorzio egli dovette aver da natura il diritto di provvedere a sé stesso.

7. L'aver poi Iddio dato la terra a uso e godimento di tutto il genere umano, non si oppone per nulla al diritto della privata proprietà; poiché quel dono egli lo fece a tutti, non perché ognuno ne avesse un comune e promiscuo dominio, bensì in quanto non assegnò nessuna parte del suolo determinatamente ad alcuno, lasciando ciò all'industria degli uomini e al diritto speciale dei popoli. La terra, per altro, sebbene divisa tra i privati, resta nondimeno a servizio e beneficio di tutti, non essendovi uomo al mondo che non riceva alimento da essi. Chi non ha beni propri vi supplisce con il lavoro; tanto che si può affermare con verità che il mezzo universale per provvedere alla vita è il lavoro, impiegato o nel coltivare un terreno proprio, o nell'esercitare un'arte, la cui mercede in ultimo si ricava dai molteplici frutti della terra e in essi viene commutata. Ed è questa un'altra prova che la proprietà privata è conforme alla natura. Il necessario al mantenimento e al perfezionamento della vita umana la terra ce lo somministra largamente, ma ce lo somministra a questa condizione, che l'uomo la coltivi e le sia largo di provvide cure. Ora, posto che a conseguire i beni della natura l'uomo impieghi l'industria della mente e le forze del corpo, con ciò stesso egli riunisce in sé quella parte della natura corporea che ridusse a cultura, e in cui lasciò come impressa una impronta della sua personalità, sicché giustamente può tenerla per sua ed imporre agli altri l'obbligo di rispettarla.

La proprietà privata sancita dalle leggi umane e divine

8. Così evidenti sono tali ragioni, che non si sa capire come abbiano potuto trovar contraddizioni presso alcuni, i quali, rinfrescando vecchie utopie, concedono bensì all'uomo l'uso del suolo e dei vari frutti dei campi, ma del suolo ove egli ha fabbricato e del campo che ha coltivato gli negano la proprietà. Non si accorgono costoro che in questa maniera vengono a defraudare l'uomo degli effetti del suo lavoro. Giacché il campo dissodato dalla mano e dall'arte del coltivato non è più quello di prima, da silvestre è divenuto fruttifero, da sterile ferace. Questi miglioramenti prendono talmente corpo in quel terreno che la maggior parte di essi ne sono inseparabili. Ora, che giustizia sarebbe questa, che un altro il quale non ha lavorato subentrasse a goderne i frutti? Come l'effetto appartiene alla sua causa, così il frutto del lavoro deve appartenere a chi lavora. A ragione pertanto il genere umano, senza affatto curarsi dei pochi contraddittori e con l'occhio fisso alla legge di natura, trova in questa legge medesima il fondamento della divisione dei beni; e riconoscendo che la proprietà privata è sommamente consona alla natura dell'uomo e alla pacifica convivenza sociale, l'ha solennemente sancita mediante la pratica di tutti i secoli. E le leggi civili che, quando sono giuste, derivano la propria autorità ed efficacia dalla stessa legge naturale(1), confermano tale diritto e lo assicurano con la pubblica forza. Né manca il suggello della legge divina, la quale vieta strettissimamente perfino il desiderio della roba altrui: Non desiderare la moglie del prossimo tuo: non la casa, non il podere, non la serva, non il bue, non l'asino, non alcuna cosa di tutte quelle che a lui appartengono(2).

La libertà dell'uomo

9. Questo diritto individuale cresce di valore se lo consideriamo nei riguardi del consorzio domestico. Libera all'uomo è l'elezione del proprio stato: Egli può a suo piacere seguire il consiglio evangelico della verginità o legarsi in matrimonio. Naturale e primitivo è il diritto al coniugio e nessuna legge umana può abolirlo, né può limitarne, comunque sia, lo scopo a cui Iddio l'ha ordinato quando disse: Crescete e moltiplicatevi (3). Ecco pertanto la famiglia, ossia la società domestica, società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società; perciò con diritti e obbligazioni indipendenti dallo Stato. Ora, quello che dicemmo in ordine al diritto di proprietà inerente all'individuo va applicato all'uomo come capo di famiglia: anzi tale diritto in lui è tanto più forte quanto più estesa e completa è nel consorzio domestico la sua personalità.

Famiglia e Stato

10. Per legge inviolabile di natura incombe al padre il mantenimento della prole: e per impulso della natura medesima, che gli fa scorgere nei figli una immagine di sé e quasi una espansione e continuazione della sua persona, egli è spinto a provvederli in modo che nel difficile corso della vita possano onestamente far fronte ai propri bisogni: cosa impossibile a ottenersi se non mediante l'acquisto dei beni fruttiferi, ch'egli poi trasmette loro in eredità. Come la convivenza civile così la famiglia, secondo quello che abbiamo detto, è una società retta da potere proprio, che è quello paterno. Entro i limiti determinati dal fine suo, la famiglia ha dunque, per la scelta e l'uso dei mezzi necessari alla sua conservazione e alla sua legittima indipendenza, diritti almeno eguali a quelli della società civile. Diciamo almeno eguali, perché essendo il consorzio domestico logicamente e storicamente anteriore al civile, anteriori altresì e più naturali ne debbono essere i diritti e i doveri. Che se l'uomo, se la famiglia, entrando a far parte della società civile, trovassero nello Stato non aiuto, ma offesa, non tutela, ma diminuzione dei propri diritti, la civile convivenza sarebbe piuttosto da fuggire che da desiderare.

Lo Stato e il suo intervento nella famiglia

11. È dunque un errore grande e dannoso volere che lo Stato possa intervenire a suo talento nel santuario della famiglia. Certo, se qualche famiglia si trova per avventura in si gravi strettezze che da sé stessa non le è affatto possibile uscirne, è giusto in tali frangenti l'intervento dei pubblici poteri, giacché ciascuna famiglia è parte del corpo sociale. Similmente in caso di gravi discordie nelle relazioni scambievoli tra i membri di una famiglia intervenga lo Stato e renda a ciascuno il suo, poiché questo non è usurpare i diritti dei cittadini, ma assicurarli e tutelarli secondo la retta giustizia. Qui però deve arrestarsi lo Stato; la natura non gli consente di andare oltre. La patria potestà non può lo Stato né annientarla né assorbirla, poiché nasce dalla sorgente stessa della vita umana. I figli sono qualche cosa del padre, una espansione, per così dire, della sua personalità e, a parlare propriamente, essi entrano a far parte del civile consorzio non da sé medesimi, bensì mediante la famiglia in cui sono nati. È appunto per questa ragione che, essendo i figli naturalmente qualcosa del padre... prima dell'uso della ragione stanno sotto la cura dei genitori. (4) Ora, i socialisti, sostituendo alla provvidenza dei genitori quella dello Stato, vanno contro la giustizia naturale e disciolgono la compagine delle famiglie.

La soluzione socialista è nociva alla stessa società

12. Ed oltre l'ingiustizia, troppo chiaro appare quale confusione e scompiglio ne seguirebbe in tutti gli ordini della cittadinanza, e quale dura e odiosa schiavitù nei cittadini. Si aprirebbe la via agli asti, alle recriminazioni, alle discordie: le fonti stesse della ricchezza, inaridirebbero, tolto ogni stimolo all'ingegno e all'industria individuale: e la sognata uguaglianza non sarebbe di fatto che una condizione universale di abiezione e di miseria. Tutte queste ragioni danno diritto a concludere che la comunanza dei beni proposta dal socialismo va del tutto rigettata, perché nuoce a quei medesimi a cui si deve recar soccorso, offende i diritti naturali di ciascuno, altera gli uffici dello Stato e turba la pace comune. Resti fermo adunque, che nell'opera di migliorare le sorti delle classi operaie, deve porsi come fondamento inconcusso il diritto di proprietà privata. Presupposto ciò, esporremo donde si abbia a trarre il rimedio.

PARTE SECONDA
IL VERO RIMEDIO:
L'UNIONE DELLE ASSOCIAZIONI

A) L'opera della Chiesa

13. Entriamo fiduciosi in questo argomento, e di nostro pieno diritto; giacché si tratta di questione di cui non è possibile trovare una risoluzione che valga senza ricorrere alla religione e alla Chiesa. E poiché la cura della religione e la dispensazione dei mezzi che sono in potere della Chiesa è affidata principalmente a noi, ci parrebbe di mancare al nostro ufficio, tacendo. Certamente la soluzione di si arduo problema richiede il concorso e l'efficace cooperazione anche degli altri: vogliamo dire dei governanti, dei padroni e dei ricchi, come pure degli stessi proletari che vi sono direttamente interessati: ma senza esitazione alcuna affermiamo che, se si prescinde dall'azione della Chiesa, tutti gli sforzi riusciranno vani. Difatti la Chiesa è quella che trae dal Vangelo dottrine atte a comporre, o certamente a rendere assai meno aspro il conflitto: essa procura con gli insegnamenti suoi, non solo d'illuminare la mente, ma d'informare la vita e i costumi di ognuno: con un gran numero di benefiche istituzioni migliora le condizioni medesime del proletario; vuole e brama che i consigli e le forze di tutte le classi sociali si colleghino e vengano convogliate insieme al fine di provvedere meglio che sia possibile agli interessi degli operai; e crede che, entro i debiti termini, debbano volgersi a questo scopo le stesse leggi e l'autorità dello Stato.

1 - Necessità delle ineguaglianze sociali e del lavoro faticoso

14. Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell'umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile. Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali. E ciò torna a vantaggio sia dei privati che del civile consorzio, perché la vita sociale abbisogna di attitudini varie e di uffici diversi, e l'impulso principale, che muove gli uomini ad esercitare tali uffici, è la disparità dello stato. Quanto al lavoro, l'uomo nello stato medesimo d'innocenza non sarebbe rimasto inoperoso: se non che, quello che allora avrebbe liberamente fatto la volontà a ricreazione dell'animo, lo impose poi, ad espiazione del peccato, non senza fatica e molestia, la necessità, secondo quell'oracolo divino: Sia maledetta la terra nel tuo lavoro; mangerai di essa in fatica tutti i giorni della tua vita (5). Similmente il dolore non mancherà mai sulla terra; perché aspre, dure, difficili a sopportarsi sono le ree conseguenze del peccato, le quali, si voglia o no, accompagnano l'uomo fino alla tomba. Patire e sopportare è dunque il retaggio dell'uomo; e qualunque cosa si faccia e si tenti, non v'è forza né arte che possa togliere del tutto le sofferenze del mondo. Coloro che dicono di poterlo fare e promettono alle misere genti una vita scevra di dolore e di pene, tutta pace e diletto, illudono il popolo e lo trascinano per una via che conduce a dolori più grandi di quelli attuali. La cosa migliore è guardare le cose umane quali sono e nel medesimo tempo cercare altrove, come dicemmo, il rimedio ai mali.

2 - Necessità della concordia

15. Nella presente questione, lo scandalo maggiore è questo: supporre una classe sociale nemica naturalmente dell'altra; quasi che la natura abbia fatto i ricchi e i proletari per battagliare tra loro un duello implacabile; cosa tanto contraria alla ragione e alla verità. In vece è verissimo che, come nel corpo umano le varie membra si accordano insieme e formano quell'armonico temperamento che si chiama simmetria, così la natura volle che nel civile consorzio armonizzassero tra loro quelle due classi, e ne risultasse l'equilibrio. L'una ha bisogno assoluto dell'altra: né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale. La concordia fa la bellezza e l'ordine delle cose, mentre un perpetuo conflitto non può dare che confusione e barbarie. Ora, a comporre il dissidio, anzi a svellerne le stesse radici, il cristianesimo ha una ricchezza di forza meravigliosa.

3 - Relazioni tra le classi sociali
a) giustizia

16. Innanzi tutto, l'insegnamento cristiano, di cui è interprete e custode la Chiesa, è potentissimo a conciliare e mettere in accordo fra loro i ricchi e i proletari, ricordando agli uni e agli altri i mutui doveri incominciando da quello imposto dalla giustizia. Obblighi di giustizia, quanto al proletario e all'operaio, sono questi: prestare interamente e fedelmente l'opera che liberamente e secondo equità fu pattuita; non recar danno alla roba, né offesa alla persona dei padroni; nella difesa stessa dei propri diritti astenersi da atti violenti, né mai trasformarla in ammutinamento; non mescolarsi con uomini malvagi, promettitori di cose grandi, senza altro frutto che quello di inutili pentimenti e di perdite rovinose. E questi sono i doveri dei capitalisti e dei padroni: non tenere gli operai schiavi; rispettare in essi la dignità della persona umana, nobilitata dal carattere cristiano. Agli occhi della ragione e della fede il lavoro non degrada l'uomo, ma anzi lo nobilita col metterlo in grado di vivere onestamente con l'opera propria. Quello che veramente è indegno dell'uomo è di abusarne come di cosa a scopo di guadagno, né stimarlo più di quello che valgono i suoi nervi e le sue forze. Viene similmente comandato che nei proletari si deve aver riguardo alla religione e ai beni dell'anima. È obbligo perciò dei padroni lasciare all'operaio comodità e tempo che bastino a compiere i doveri religiosi; non esporlo a seduzioni corrompitrici e a pericoli di scandalo; non alienarlo dallo spirito di famiglia e dall'amore del risparmio; non imporgli lavori sproporzionati alle forze, o mal confacenti con l'età e con il sesso.

17. Principalissimo poi tra i loro doveri è dare a ciascuno la giusta mercede. Il determinarla secondo giustizia dipende da molte considerazioni: ma in generale si ricordino i capitalisti e i padroni che le umane leggi non permettono di opprimere per utile proprio i bisognosi e gli infelici, e di trafficare sulla miseria del prossimo. Defraudare poi la dovuta mercede è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio. Ecco, la mercede degli operai... che fu defraudata da voi, grida; e questo grido ha ferito le orecchie del Signore degli eserciti (6). Da ultimo è dovere dei ricchi non danneggiare i piccoli risparmi dell'operaio né con violenza né con frodi né con usure manifeste o nascoste; questo dovere è tanto più rigoroso, quanto più debole e mal difeso è l'operaio e più sacrosanta la sua piccola sostanza. L'osservanza di questi precetti non basterà essa sola a mitigare l'asprezza e a far cessare le cagioni del dissidio ?

b) carità

18. Ma la Chiesa, guidata dagli insegnamenti e dall'esempio di Cristo, mira più in alto, cioè a riavvicinare il più possibile le due classi, e a renderle amiche. Le cose del tempo non è possibile intenderle e valutarle a dovere, se l'animo non si eleva ad un'altra vita, ossia a quella eterna, senza la quale la vera nozione del bene morale necessariamente si dilegua, anzi l'intera creazione diventa un mistero inspiegabile. Quello pertanto che la natura stessa ci detta, nel cristianesimo è un dogma su cui come principale fondamento poggia tutto l'edificio della religione: cioè che la vera vita dell'uomo è quella del mondo avvenire. Poiché Iddio non ci ha creati per questi beni fragili e caduchi, ma per quelli celesti ed eterni; e la terra ci fu data da Lui come luogo di esilio, non come patria. Che tu abbia in abbondanza ricchezze ed altri beni terreni o che ne sia privo, ciò all'eterna felicità non importa nulla; ma il buono o cattivo uso di quei beni, questo è ciò che sommamente importa. Le varie tribolazioni di cui è intessuta la vita di quaggiù, Gesù Cristo, che pur ci ha redenti con redenzione copiosa, non le ha tolte; le ha convertite in stimolo di virtù e in maniera di merito, tanto che nessun figlio di Adamo può giungere al cielo se non segue le orme sanguinose di Lui. Se persevereremo, regneremo insieme (7). Accettando volontariamente sopra di sé travagli e dolori, egli ne ha mitigato l'acerbità in modo meraviglioso, e non solo con l'esempio ma con la sua grazia e con la speranza del premio proposto, ci ha reso più facile il patire. Poiché quella che attualmente è una momentanea e leggera tribolazione nostra, opera in noi un eterno e sopra ogni misura smisurato peso di gloria (8). I fortunati del secolo sono dunque avvertiti che le ricchezze non li liberano dal dolore e che esse per la felicità avvenire, non che giovare, nuocciono (9); che i ricchi debbono tremare, pensando alle minacce straordinariamente severe di Gesù Cristo (10); che dell'uso dei loro beni avranno un giorno da rendere rigorosissimo conto al Dio giudice.

c) la vera utilità delle ricchezze

19. In ordine all'uso delle ricchezze, eccellente e importantissima è la dottrina che, se pure fu intravveduta dalla filosofia, venne però insegnata a perfezione dalla Chiesa; la quale inoltre procura che non rimanga pura speculazione, ma discenda nella pratica e informi la vita. Il fondamento di tale dottrina sta in ciò: che nella ricchezza si suole distinguere il possesso legittimo dal legittimo uso. Naturale diritto dell'uomo è, come vedemmo, la privata proprietà dei beni e l'esercitare questo diritto é, specialmente nella vita socievole, non pur lecito, ma assolutamente necessario. E' lecito, dice san Tommaso, anzi necessario all'umana vita che l'uomo abbia la proprietà dei beni (11). Ma se inoltre si domandi quale debba essere l'uso di tali beni, la Chiesa per bocca del santo Dottore non esita a rispondere che, per questo rispetto, l'uomo non deve possedere i beni esterni come propri, bensì come comuni, in modo che facilmente li comunichi all'altrui necessità. Onde l'Apostolo dice: Comanda ai ricchi di questo secolo di dare e comunicare facilmente il proprio (12). Nessuno, Certo, é tenuto a soccorrere gli altri con le cose necessarie a sé e ai suoi, anzi neppure con ciò che è necessario alla convivenza e al decoro del proprio  stato, perché nessuno deve vivere in modo non conveniente (13). Ma soddisfatte le necessità e la convenienza è dovere soccorrere col superfluo i bisognosi. Quello che sopravanza date in elemosina (14). Eccetto il caso di estrema necessità, questi, è vero, non sono obblighi di giustizia, ma di carità cristiana il cui adempimento non si può certamente esigere per via giuridica, ma sopra le leggi e i giudizi degli uomini sta la legge e il giudizio di Cristo, il quale inculca in molti modi la pratica del dono generoso e insegna: E' più bello dare che ricevere (15), e terrà per fatta o negata a sé la carità fatta o negata ai bisognosi: Quanto faceste ad uno dei minimi di questi miei fratelli, a me lo faceste (16). In conclusione, chiunque ha ricevuto dalla munificenza di Dio copia maggiore di beni, sia esteriori e corporali sia spirituali, a questo fine li ha ricevuti, di servirsene al perfezionamento proprio, e nel medesimo tempo come ministro della divina provvidenza a vantaggio altrui: Chi ha dunque ingegno, badi di non tacere; chi ha abbondanza di roba, si guardi dall'essere troppo duro di mano nell'esercizio della misericordia; chi ha un'arte per vivere, ne partecipi al prossimo l'uso e l'utilità (17).

d) vantaggi della povertà

20. Ai poveri poi, la Chiesa insegna che innanzi a Dio non è cosa che rechi vergogna né la povertà né il dover vivere di lavoro. Gesù Cristo confermò questa verità con 1'esempio suo mentre, a salute degli uomini, essendo ricco, si fece povero (18) ed essendo Figlio di Dio, e Dio egli stesso, volle comparire ed essere creduto figlio di un falegname, anzi non ricusò di passare lavorando la maggior parte della sua vita: Non è costui il fabbro, il figlio di Maria? (19) Mirando la divinità di questo esempio, si comprende più facilmente che la vera dignità e grandezza dell'uomo è tutta morale, ossia riposta nella virtù; che la virtù è patrimonio comune, conseguibile ugualmente dai grandi e dai piccoli, dai ricchi e dai proletari; che solo alle opere virtuose, in chiunque si trovino, è serbato il premio dell'eterna beatitudine. Diciamo di più per gli infelici pare che Iddio abbia una particolare predilezione poiché Gesù Cristo chiama beati i poveri (20); in. vita amorosamente a venire da lui per conforto, quanti sono stretti dal peso degli affanni (21); i deboli e i perseguitati abbraccia con atto di carità specialissima. Queste verità sono molto efficaci ad abbassar l'orgoglio dei fortunati e togliere all'avvilimento i miseri, ad ispirare indulgenza negli uni e modestia negli altri. Così le distanze, tanto care all'orgoglio, si accorciano; né riesce difficile ottenere che le due classi, stringendosi la mano, scendano ad amichevole accordo.

e) fraternità cristiana

21. Ma esse, obbedendo alla legge evangelica, non saranno paghe di una semplice amicizia, ma vorranno darsi l'amplesso dell'amore fraterno. Poiché conosceranno e sentiranno che tutti gli uomini hanno origine da Dio, Padre comune; che tutti tendono a Dio, fine supremo, che solo può rendere perfettamente felici gli uomini e gli angeli; che tutti sono stati ugualmente redenti da Gesù Cristo e chiamati alla dignità della figliolanza divina, in modo che non solo tra loro, ma con Cristo Signore, primogenito fra molti fratelli, sono congiunti col vincolo di una santa fraternità. Conosceranno e sentiranno che i beni di natura e di grazia sono patrimonio comune del genere umano e che nessuno, senza proprio merito, verrà diseredato dal retaggio dei beni celesti: perché se tutti figli, dunque tutti eredi; eredi di Dio, e coeredi di Gesù Cristo (22). Ecco 1'ideale dei diritti e dei doveri contenuto nel Vangelo. Se esso prevalesse nel mondo, non cesserebbe subito ogni dissidio e non tornerebbe forse la pace?

4 - Mezzi positivi
a) la diffusione della dottrina cristiana

22. Se non che la Chiesa, non contenta di additare il rimedio, l'applica ella stessa con la materna sua mano. Poiché ella é tutta intenta a educare e formare gli uomini a queste massime, procurando che le acque salutari della sua dottrina scorrano largamente e vadano per mezzo dei Vescovi e del Clero ad irrigare tutta quanta la terra. Nel tempo stesso si studia di penetrare negli animi e di piegare le volontà, perché si lascino governare dai divini precetti. E in quest'arte, che é di capitale importanza,  poiché ne dipende ogni vantaggio, la Chiesa sola ha vera efficacia. Infatti, gli strumenti che adopera a muovere gli animi le furono dati a questo fine da Gesù Cristo, ed hanno in sé virtù divina; si che essi soli possono penetrare nelle intime fibre dei cuori, e far si che gli uomini obbediscano alla voce del dovere, tengano a freno le passioni, amino con supremo e singolare amore Iddio e il prossimo, e abbattano coraggiosamente tutti gli ostacoli che attraversano il cammino della virtù.

b) il rinnovamento della società

Basta su ciò accennar di passaggio agli esempi antichi. Ricordiamo fatti e cose poste fuori di ogni dubbio: cioè che per opera del cristianesimo fu trasformata da capo a fondo la società; che questa trasformazione fu un vero progresso del genere umano, anzi una risurrezione dalla morte alla vita morale, e un perfezionamento non mai visto per l'innanzi né sperabile maggiore per l'avvenire; e finalmente che Gesù Cristo è il principio e il termine di questi benefizi, i quali, scaturiti da lui, a lui vanno riferiti. Avendo il mondo mediante la luce evangelica appreso il gran mistero dell'incarnazione del Verbo e dell'umana redenzione, la vita di Gesù Cristo Dio e uomo si trasfuse nella civile società che ne fu permeata con la fede, i precetti, le leggi di lui. Perciò, se ai mali del mondo v'è un rimedio, questi non può essere altro che il ritorno alla vita e ai costumi cristiani. È un solenne principio questo, che per riformare una società in decadenza, è necessario riportarla ai principi che le hanno dato l'essere, la perfezione di ogni società è riposta nello sforzo di arrivare al suo scopo: in modo che il principio generatore dei moti e delle azioni sociali sia il medesimo che ha generato l'associazione. Quindi deviare dallo scopo primitivo è corruzione; tornare ad esso è salvezza. E questo è vero, come di tutto il consorzio civile, così della classe lavoratrice, che ne è la parte più numerosa.

c) la beneficenza della Chiesa

23. Né si creda che le premure della Chiesa siano così interamente e unicamente rivolte alla salvezza delle anime, da trascurare ciò che appartiene alla vita morale e terrena. Ella vuole e procura che soprattutto i proletari emergano dal loro infelice stato, e migliorino la condizione di vita. E questo essa fa innanzi tutto indirettamente, chiamando e insegnando a tutti gli uomini la virtù. I costumi cristiani, quando siano tali davvero, contribuiscono anch'essi di per sé alla prosperità terrena, perché attirano le benedizioni di Dio, principio e fonte di ogni bene; infrenano la cupidigia della roba e la sete dei piaceri (23), veri flagelli che rendono misero l'uomo nella abbondanza stessa di ogni cosa; contenti di una vita frugale, suppliscono alla scarsezza del censo col risparmio, lontani dai vizi, che non solo consumano le piccole, ma anche le grandi sostanze, e mandano in rovina i più lauti patrimoni.

24. Ma vi è di più: la Chiesa concorre direttamente al bene dei proletari col creare e promuovere quanto può conferire al loro sollievo, e in questo tanto si è segnalata, da riscuoter l'ammirazione e gli encomi degli stessi nemici. Nel cuore dei primi cristiani la carità fraterna era così potente che i più facoltosi si privavano spessissimo del proprio per soccorrere gli altri; tanto che non vi era tra loro nessun bisognoso (24). Ai diaconi, ordine istituito appositamente per questo, era affidato dagli apostoli l'ufficio di esercitare la quotidiana beneficenza e l'apostolo Paolo, benché gravato dalla cura di tutte le Chiese, non dubitava di intraprendere faticosi viaggi, per recare di sua mano ai cristiani poveri le elemosine da lui raccolte. Tertulliano chiama depositi della pietà le offerte che si facevano spontaneamente dai fedeli di ciascuna adunanza, perché destinate a soccorrere e dar sepoltura agli indigenti, sovvenire i poveri orfani d'ambo i sessi, i vecchi e i naufraghi (25). Da lì poco a poco si formò il patrimonio, che la Chiesa guardò sempre con religiosa cura come patrimonio della povera gente. La quale anzi, con nuovi e determinati soccorsi, venne perfino liberata dalla vergogna di chiedere. Giacché, madre comune dei poveri e dei ricchi, ispirando e suscitando dappertutto l'eroismo della carità, la Chiesa creò sodalizi religiosi ed altri benefici istituti, che non lasciarono quasi alcuna specie di miseria senza aiuto e conforto. Molti oggi, come già fecero i gentili, biasimano la Chiesa perfino di questa carità squisita, e si è creduto bene di sostituire a questa la beneficenza legale. Ma non è umana industria che possa supplire la carità cristiana, tutta consacrata al bene altrui. Ed essa non può essere se non virtù della Chiesa, perché è virtù che sgorga solamente dal cuore santissimo di Gesù Cristo: e si allontana da Gesù Cristo chi si allontana dalla Chiesa.

B) L'opera dello Stato

25. A risolvere peraltro la questione operaia, non vi è dubbio che si richiedano altresì i mezzi umani. Tutti quelli che vi sono interessati debbono concorrervi ciascuno per la sua parte: e ciò ad esempio di quell'ordine provvidenziale che governa il mondo; poiché d'ordinario si vede che ogni buon effetto è prodotto dall'armoniosa cooperazione di tutte le cause da cui esso dipende. Vediamo dunque quale debba essere il concorso dello Stato. Noi parliamo dello Stato non come è sostituito o come funziona in questa o in quella nazione, ma dello Stato nel suo vero concetto, quale si desume dai principi della retta ragione, in perfetta armonia con le dottrine cattoliche, come noi medesimi esponemmo nella enciclica sulla Costituzione cristiana degli Stati (enc. Immortale Dei).

1 - Il diritto d'intervento dello Stato

26. I governanti dunque debbono in primo luogo concorrervi in maniera generale con tutto il complesso delle leggi e delle istituzioni politiche, ordinando e amministrando lo Stato in modo che ne risulti naturalmente la pubblica e privata prosperità. Questo infatti è l'ufficio della civile prudenza e il dovere dei reggitori dei popoli. Ora, la prosperità delle nazioni deriva specialmente dai buoni costumi, dal buon assetto della famiglia, dall'osservanza della religione e della giustizia, dall'imposizione moderata e dall'equa distribuzione dei pubblici oneri, dal progresso delle industrie e del commercio, dal fiorire dell'agricoltura e da altre simili cose, le quali, quanto maggiormente promosse, tanto più felici rendono i popoli. Anche solo per questa via, può dunque lo Stato grandemente concorrere, come al benessere delle altre classi, così a quello dei proletari; e ciò di suo pieno diritto e senza dar sospetto d'indebite ingerenze; giacché provvedere al bene comune è ufficio e competenza dello Stato. E quanto maggiore sarà la somma dei vantaggi procurati per questa generale provvidenza, tanto minore bisogno vi sarà di tentare altre vie a salvezza degli operai.

a) per il bene comune

27. Ma bisogna inoltre considerare una cosa che tocca più da vicino la questione: che cioè lo Stato è una armoniosa unità che abbraccia del pari le infime e le alte classi. I proletari né di più né di meno dei ricchi sono cittadini per diritto naturale, membri veri e viventi onde si compone, mediante le famiglie, il corpo sociale: per non dire che ne sono il maggior numero. Ora, essendo assurdo provvedere ad una parte di cittadini e trascurare l'altra, è stretto dovere dello Stato prendersi la dovuta cura del benessere degli operai; non facendolo, si offende la giustizia che vuole si renda a ciascuno il suo, Onde saggiamente avverte san Tommaso: Siccome la parte e il tutto fanno in certo modo una sola cosa, così ciò che è del tutto è in qualche maniera della parte (26). Perciò tra i molti e gravi doveri dei governanti solleciti del bene pubblico, primeggia quello di provvedere ugualmente ad ogni ordine di cittadini, osservando con inviolabile imparzialità la giustizia cosiddetta distributiva.

b) per il bene degli operai

Sebbene tutti i cittadini senza eccezione alcuna, debbano cooperare al benessere comune che poi, naturalmente, ridonda a beneficio dei singoli, tuttavia la cooperazione non può essere in tutti né uguale né la stessa. Per quanto si mutino e rimutino le forme di governo, vi sarà sempre quella varietà e disparità di condizione senza la quale non può darsi e neanche concepirsi il consorzio umano. Vi saranno sempre pubblici ministri, legislatori, giudici, insomma uomini tali che governano la nazione in pace, e la difendono in guerra; ed è facile capire che, essendo costoro la causa più prossima ed efficace del bene comune, formano la parte principale della nazione. Non possono allo stesso modo e con gli stessi uffici cooperare al bene comune gli artigiani; tuttavia vi concorrono anch'essi potentemente con i loro servizi, benché in modo indiretto. Certo, il bene sociale, dovendo essere nel suo conseguimento un bene perfezionativo dei cittadini in quanto sono uomini, va principalmente riposto nella virtù. Nondimeno, in ogni società ben ordinata deve trovarsi una sufficiente abbondanza dei beni corporali, l'uso dei quali è necessario all'esercizio della virtù (27). Ora, a darci questi beni è di necessità ed efficacia somma l'opera e l'arte dei proletari, o si applichi all'agricoltura, o si eserciti nelle officine. Somma, diciamo, poiché si può affermare con verità che il lavoro degli operai è quello che forma la ricchezza nazionale. È quindi giusto che il governo s'interessi dell'operaio, facendo si che egli partecipi ín qualche misura di quella ricchezza che esso medesimo produce, cosicché abbia vitto, vestito e un genere di vita meno disagiato. Si favorisca dunque al massimo ciò che può in qualche modo migliorare la condizione di lui, sicuri che questa provvidenza, anziché nuocere a qualcuno, gioverà a tutti, essendo interesse universale che non rimangano nella miseria coloro da cui provengono vantaggi di tanto rilievo.

2 - Norme e limiti del diritto d'intervento

28. Non è giusto, come abbiamo detto, che il cittadino e la famiglia siano assorbiti dallo Stato: è giusto invece che si lasci all'uno e all'altra tanta indipendenza di operare quanta se ne può, salvo il bene comune e gli altrui diritti. Tuttavia, i governanti debbono tutelare la società e le sue parti. La società, perché la tutela di questa fu da natura commessa al sommo potere, tanto che la salute pubblica non è solo legge suprema, ma unica e totale ragione della pubblica autorità; le parti, poi, perché filosofia e Vangelo si accordano a insegnare che il governo è istituito da natura non a beneficio dei governanti, bensì dei governati. E perché il potere politico viene da Dio ed è una certa quale partecipazione della divina sovranità, deve amministrarsi sull'esempio di questa, che con paterna cura provvede non meno alle particolari creature che a tutto l'universo. Se dunque alla società o a qualche sua parte è stato recato o sovrasta un danno che non si possa in altro modo riparare o impedire, si rende necessario l'intervento dello Stato.

29. Ora, interessa il privato come il pubblico bene che sia mantenuto l'ordine e la tranquillità pubblica; che la famiglia sia ordinata conforme alla legge di Dio e ai principi di natura; che sia rispettata e praticata la religione; che fioriscano i costumi pubblici e privati; che sia inviolabilmente osservata la giustizia; che una classe di cittadini non opprima l'altra; che crescano sani e robusti i cittadini, atti a onorare e a difendere, se occorre, la patria. Perciò, se a causa di ammutinamenti o di scioperi si temono disordini pubblici; se tra i proletari sono sostanzialmente turbate le naturali relazioni della famiglia; se la religione non é rispettata nell'operaio, negandogli agio e tempo sufficiente a compierne i doveri; se per la promiscuità del sesso ed altri incentivi al male l'integrità dei costumi corre pericolo nelle officine; se la classe lavoratrice viene oppressa con ingiusti pesi dai padroni o avvilita da fatti contrari alla personalità e dignità umana; se con il lavoro eccessivi o non conveniente al sesso e all'età, si reca danno alla sanità dei lavoratori; in questi casi si deve adoperare, entro i debiti confini, la forza e l'autorità delle leggi. I quali fini sono determinati dalla causa medesima che esige l'intervento dello Stato; e ciò significa che le leggi non devono andare al di là di ciò che richiede il riparo dei mali o la rimozione del pericolo. I diritti vanno debitamente protetti in chiunque li possieda e il pubblico potere deve assicurare a ciascuno il suo, con impedirne o punirne le violazioni. Se non che, nel tutelare le ragioni dei privati, si deve avere un riguardo speciale ai deboli e ai poveri. Il ceto dei ricchi, forte per sé stesso, abbisogna meno della pubblica difesa; le misere plebi, che mancano di sostegno proprio, hanno speciale necessità di trovarlo nel patrocinio dello Stato. Perciò agli operai, che sono nel numero dei deboli e dei bisognosi, lo Stato deve di preferenza rivolgere le cure e le provvidenze sue.

3 - Casi particolari d'intervento
a) difesa della proprietà privata

30. Ma giova discendere espressamente ad alcuni particolari di maggiore importanza. Principalissimo è questo: i governi devono per mezzo di sagge leggi assicurare la proprietà privata. Oggi specialmente, in tanto ardore di sfrenate cupidigie, bisogna che le popolazioni siano tenute a freno; perché, se la giustizia consente a loro di adoperarsi a migliorare le loro sorti, né la giustizia né il pubblico bene consentono che si rechi danno ad altri nella roba, e sotto colore di non so quale eguaglianza si invada l'altrui. Certo, la massima parte degli operai vorrebbe migliorare la propria condizione onestamente, senza far torto ad alcuni; tuttavia non sono pochi coloro i quali, imbevuti di massime false e smaniosi di novità, cercano ad ogni costo di eccitare tumulti e sospingere gli altri alla violenza. Intervenga dunque l'autorità dello Stato e, posto freno ai sobillatori, preservi i buoni operai dal pericolo della seduzione e i legittimi padroni da quello dello spogliamento.

b) difesa del lavoro
1) contro lo sciopero

31. Il troppo lungo e gravoso lavoro e la mercede giudicata scarsa porgono non di rado agli operai motivo di sciopero. A questo disordine grave e frequente occorre che ripari lo Stato, perché tali scioperi non recano danno solamente ai padroni e agli operai medesimi, ma al commercio e ai comuni interessi e, per le violenze e i tumulti a cui d'ordinario danno occasione, mettono spesso a rischio la pubblica tranquillità. Il rimedio, poi, in questa parte, più efficace e salutare, si é prevenire il male con l'autorità delle leggi e impedire lo scoppio, rimovendo a tempo le cause da cui si prevede che possa nascere il conflitto tra operai e padroni.

2) condizioni di lavoro

32. Molte cose parimenti lo Stato deve proteggere nell'operaio, e prima di tutto i beni dell'anima. La vita di quaggiù, benché buona e desiderabile, non è il fine per cui noi siamo stati creati, ma via e mezzo a perfezionare la vita dello spirito con la cognizione del vero e con la pratica del bene. Lo spirito è quello che porta scolpita in sé l'immagine e la somiglianza divina, ed in cui risiede quella superiorità in virtù della quale fu imposto all'uomo di signoreggiare le creature inferiori, e di far servire all'utilità sua le terre tutte ed i mari. Riempite la terra e rendetela a voi soggetta: signoreggiate i pesci del mare e gli uccelli dell'aria e tutti gli animali che si muovono sopra la terra (28). In questo tutti gli uomini sono uguali, né esistono differenze tra ricchi e poveri, padroni e servi, monarchi e sudditi, perché lo stesso è il Signore di tutti (29). A nessuno è lecito violare impunemente la dignità dell'uomo, di cui Dio stesso dispone con grande riverenza, né attraversargli la via a quel perfezionamento che è ordinato all'acquisto della vita eterna. Che anzi, neanche di sua libera elezione potrebbe l'uomo rinunziare ad esser trattato secondo la sua natura, ed accettare la schiavitù dello spirito, perché non si tratta di diritti dei quali sia libero l'esercizio, bensì di doveri verso Dio assolutamente inviolabili. Di qui segue la necessità del riposo festivo. Sotto questo nome non s'intenda uno stare in ozio più a lungo, e molto meno una totale inazione quale si desidera da molti, fomite di vizi e occasione di spreco, ma un riposo consacrato dalla religione. Unito alla religione, il riposo toglie l'uomo ai lavori e alle faccende della vita ordinaria per richiamarlo al pensiero dei beni celesti e al culto dovuto alla Maestà divina. Questa è principalmente la natura, questo il fine del riposo festivo, che Iddio con legge speciale, prescrisse all'uomo nel Vecchio Testamento, dicendogli: Ricordati di santificare il giorno di sabato (30) e che egli stesso insegnò di fatto, quando nel settimo giorno, creato l'uomo, si riposò dalle opere della creazione: Riposò nel giorno settimo da tutte le opere che aveva fatte (31).

33. Quanto alla tutela dei beni temporali ed esteriori prima di tutto è dovere sottrarre il povero operaio all'inumanità di avidi speculatori, che per guadagno abusano senza alcuna discrezione delle persone come fossero cose. Non è giusto né umano esigere dall'uomo tanto lavoro da farne inebetire la mente per troppa fatica e da fiaccarne il corpo. Come la sua natura, così l'attività dell'uomo è limitata e circoscritta entro confini ben stabiliti, oltre i quali non può andare. L'esercizio e l'uso l'affina, a condizione però che di quando in quando venga sospeso, per dar luogo al riposo. Non deve dunque il lavoro prolungarsi più di quanto lo comportino le forze. Il determinare la quantità del riposo dipende dalla qualità del lavoro, dalle circostanze di tempo e di luogo, dalla stessa complessione e sanità degli operai. Ad esempio, il lavoro dei minatori che estraggono dalla terra pietra, ferro, rame e altre materie nascoste nel sottosuolo, essendo più grave e nocivo alla salute, va compensato con una durata più breve. Si deve avere ancor riguardo alle stagioni, perché non di rado un lavoro, facilmente sopportabile in una stagione, è in un'altra o del tutto insopportabile o tale che sí sopporta con difficoltà. Infine, un lavoro proporzionato all'uomo alto e robusto, non é ragionevole che s'imponga a una donna o a un fanciullo. Anzi, quanto ai fanciulli, si badi a non ammetterli nelle officine prima che l'età ne abbia sufficientemente sviluppate le forze fisiche, intellettuali e morali. Le forze, che nella puerizia sbocciano simili all'erba in fiore, un movimento precoce le sciupa, e allora si rende impossibile la stessa educazione dei fanciulli. Così, certe specie di lavoro non si addicono alle donne, fatte da natura per í lavori domestici, í quali grandemente proteggono l'onestà del sesso debole, e hanno naturale corrispondenza con l'educazione dei figli e il benessere della casa. In generale si tenga questa regola, che la quantità del riposo necessario all'operaio deve essere proporzionata alla quantità delle forze consumate nel lavoro, perché le forze consumate con l'uso debbono venire riparate col riposo. In ogni convenzione stipulata tra padroni e operai vi è sempre la condizione o espressa o sottintesa dell'uno e dell'altro riposo; un patto contrario sarebbe immorale, non essendo lecito a nessuno chiedere o permettere la violazione dei doveri che lo stringono a Dio e a sé stesso.

3) la questione del salario

34. Tocchiamo ora un punto di grande importanza, e che va inteso bene per non cadere in uno dei due estremi opposti. La quantità del salario, si dice, la determina il libero consenso delle parti: sicché  il padrone, pagata la mercede, ha fatto la sua parte, né sembra sia debitore di altro. Si commette ingiustizia solo quando o il padrone non paga l'intera mercede o l'operaio non presta tutta l'opera pattuita; e solo a tutela di questi diritti, e non per altre ragioni, è lecito l'intervento dello Stato. A questo ragionamento, un giusto estimatore delle cose non può consentire né facilmente né in tutto; perché esso non guarda la cosa sotto ogni aspetto; vi mancano alcune considerazioni di grande importanza. Il lavoro è l'attività umana ordinata a provvedere ai bisogni della vita, e specialmente alla conservazione: Tu mangerai pane nel sudore della tua fronte (32). Ha dunque il lavoro dell'uomo come due caratteri impressigli da natura, cioè di essere personale, perché la forza attiva è inerente alla persona, e del tutto proprio di chi la esercita e al cui vantaggio fu data; poi di essere necessario, perché il frutto del lavoro è necessario all'uomo per il mantenimento della vita, mantenimento che è un dovere imprescindibile imposto dalla natura. Ora, se si guarda solo l'aspetto della personalità, non v'è dubbio che può l'operaio pattuire una mercede inferiore al giusto, poiché siccome egli offre volontariamente l'opera, così può, volendo, contentarsi di un tenue salario o rinunziarvi del tutto. Ben diversa è la cosa se con la personalità si considera la necessità: due cose logicamente distinte, ma realmente inseparabili. Infatti, conservarsi in vita è dovere, a cui nessuno può mancare senza colpa. Di qui nasce, come necessaria conseguenza, il diritto di procurarsi i mezzi di sostentamento, che nella povera gente sí riducono al salario del proprio lavoro. L'operaio e il padrone allora formino pure di comune consenso il patto e nominatamente la quantità della mercede; vi entra però sempre un elemento di giustizia naturale, anteriore e superiore alla libera volontà dei contraenti, ed è che il quantitativo della mercede non deve essere inferiore al sostentamento dell'operaio, frugale si intende, e di retti costumi. Se costui, costretto dalla necessità o per timore di peggio, accetta patti più duri i quali, perché imposti dal proprietario o dall'imprenditore, volenti o nolenti debbono essere accettati, è chiaro che subisce una violenza, contro la quale la giustizia protesta. Del resto, in queste ed altre simili cose, quali sono l'orario di lavoro, le cautele da prendere, per garantire nelle officine la vita dell'operaio, affinché l'autorità non s'ingerisca indebitamente, specie in tanta varietà di cose, di tempi e di luoghi, sarà più opportuno riservare la decisione ai collegi di cui parleremo più avanti, o usare altri mezzi che salvino, secondo giustizia, le ragioni degli operai, limitandosi lo Stato ad aggiungervi, quando il caso lo richiede, tutela ed appoggio.

c) educazione al risparmio

35. Quando l'operaio riceve un salario sufficiente a mantenere sé stesso e la sua famiglia in una certa quale agiatezza, se egli è saggio, penserà naturalmente a risparmiare e, assecondando l'impulso della stessa natura, farà in modo che sopravanzi alle spese una parte da impiegare nell'acquisto di qualche piccola proprietà. Poiché abbiamo dimostrato che l'inviolabilità del diritto di proprietà è indispensabile per la soluzione pratica ed efficace della questione operaia. Pertanto le leggi devono favorire questo diritto, e fare in modo che cresca il più possibile il numero dei proprietari. Da qui risulterebbero grandi vantaggi, e in primo luogo una più equa ripartizione della ricchezza nazionale. La rivoluzione ha prodotto la divisione della società come in due caste, tra le quali ha scavato un abisso. Da una parte una fazione strapotente perché straricca, la quale, avendo in mano ogni sorta di produzione e commercio, sfrutta per sé tutte le sorgenti della ricchezza, ed esercita pure nell'andamento dello Stato una grande influenza. Dall'altra una moltitudine misera e debole, dall'animo esacerbato e pronto sempre a tumulti. Ora, se in questa moltitudine s'incoraggia l'industria con la speranza di poter acquistare stabili proprietà, una classe verrà avvicinandosi poco a poco all'altra, togliendo l'immensa distanza tra la somma povertà e la somma ricchezza. Oltre a ciò, dalla terra si ricaverà abbondanza di prodotti molto maggiore. Quando gli uomini sanno di lavorare in proprio, faticano con più alacrità e ardore, anzi si affezionano al campo coltivato di propria mano, da cui attendono, per sé e per la famiglia, non solo gli alimenti ma una certa agiatezza. Ed è facile capire come questa alacrità giovi moltissimo ad accrescere la produzione del suolo e la ricchezza della nazione. Ne seguirà un terzo vantaggio, cioè l'attaccamento al luogo natio; infatti non si cambierebbe la patria con un paese straniero, se quella desse di che vivere agiatamente ai suoi figli. Si avverta peraltro che tali vantaggi dipendono da questa condizione, che la privata proprietà non venga oppressa da imposte eccessive. Siccome il diritto della proprietà privata deriva non da una legge umana ma da quella naturale, lo Stato non può annientarlo, ma solamente temperarne l'uso e armonizzarlo col bene comune. È ingiustizia ed inumanità esigere dai privati più del dovere sotto pretesto di imposte.

C) L'opera delle associazioni

1 - Necessità della collaborazione di tutti

36. Finalmente, a dirimere la questione operaia possono contribuire molto i capitalisti e gli operai medesimi con istituzioni ordinate a porgere opportuni soccorsi ai bisognosi e ad avvicinare e udire le due classi tra loro. Tali sono le società di mutuo soccorso; le molteplici assicurazioni private destinate a prendersi cura dell'operaio, della vedova, dei figli orfani, nei casi d'improvvisi infortuni, d'infermità, o di altro umano accidente; i patronati per i fanciulli d'ambo i sessi, per la gioventù e per gli adulti. Tengono però il primo posto le corporazioni di arti e mestieri che nel loro complesso contengono quasi tutte le altre istituzioni. Evidentissimi furono presso i nostri antenati i vantaggi di tali corporazioni, e non solo a pro degli artieri, ma come attestano documenti in gran numero, ad onore e perfezionamento delle arti medesime. I progressi della cultura, le nuove abitudini e i cresciuti bisogni della vita esigono che queste corporazioni si adattino alle condizioni attuali. Vediamo con piacere formarsi ovunque associazioni di questo genere, sia di soli operai sia miste di operai e padroni, ed è desiderabile che crescano di numero e di operosità. Sebbene ne abbiamo parlato più volte, ci piace ritornarvi sopra per mostrarne l'opportunità, la legittimità, la forma del loro ordinamento e la loro azione.

2 - Il diritto all'associazione è naturale

37. Il sentimento della propria debolezza spinge l'uomo a voler unire la sua opera all'altrui. La Scrittura dice: E' meglio essere in due che uno solo; perché due hanno maggior vantaggio nel loro lavoro. Se uno cade, è sostenuto dall'altro. Guai a chi è solo; se cade non ha una mano che lo sollevi (33). E altrove: il fratello aiutato dal fratello è simile a una città fortificata (34). L'istinto di questa naturale inclinazione lo muove, come alla società civile, così ad altre particolari società, piccole certamente e non perfette, ma pur società vere. Fra queste e quella corre grandissima differenza per la diversità dei loro fini prossimi. Il fine della società civile è universale, perché è quello che riguarda il bene comune, a cui tutti e singoli i cittadini hanno diritto nella debita proporzione. Perciò è chiamata pubblica; per essa gli uomini si mettono in mutua comunicazione al fine di formare uno Stato (35). Al contrario le altre società che sorgono in seno a quella si dicono e sono private, perché hanno per scopo l'utile privato dei loro soci. Società privata è quella che si forma per concludere affari privati, come quando due o tre si uniscono a scopo di commercio (36).

38. Ora, sebbene queste private associazioni esistano dentro la Stato e ne siano come tante parti, tuttavia in generale, e assolutamente parlando, non può lo Stato proibirne la formazione. Poiché il diritto di unirsi in società l'uomo l'ha da natura, e i diritti naturali lo Stato deve tutelarli, non distruggerli. Vietando tali associazioni, egli contraddirebbe sé stesso, perché l'origine del consorzio civile, come degli altri consorzi, sta appunto nella naturale socialità dell'uomo. Si danno però casi che rendono legittimo e doveroso il divieto. Quando società particolari si prefiggono un fine apertamente contrario all'onestà, alla giustizia, alla sicurezza del consorzio civile, legittimamente vi si oppone lo Stato, o vietando che si formino o sciogliendole se sono formate; è necessario però procedere in ciò con somma cautela per non invadere i diritti dei cittadini, e non fare il male sotto pretesto del pubblico bene. Poiché le leggi non obbligano se non in quanto sono conformi alla retta ragione, e perciò stesso alla legge eterna di Dio (37).

39. E qui il nostro pensiero va ai sodalizi, collegi e ordini religiosi di tante specie a cui dà vita l'autorità della Chiesa e la pietà dei fedeli; e con quanto vantaggio del genere umano, lo attesta la storia anche ai nostri giorni. Tali società, considerate al solo lume della ragione, avendo un fine onesto, sono per diritto di natura evidentemente legittime. In quanto poi riguardano la religione, non sottostanno che all'autorità della Chiesa. Non può dunque lo Stato arrogarsi più quelle competenza alcuna, né rivendicarne a sé l'amministrazione; ha però il dovere di rispettarle, conservarle e, se occorre, difenderle. Ma quanto diversamente si agisce, soprattutto ai nostri tempi! In molti luoghi e in molti modi lo Stato ha leso i diritti di tali comunità, avendole sottoposte alle leggi civili a private di giuridica personalità, o spogliate dei loro beni. Nei quali beni la Chiesa aveva il diritto suo, come ognuno dei soci, e similmente quelli che li avevano destinati per un dato fine, e quelli al cui vantaggio e sollievo erano destinati. Non possiamo dunque astenerci dal deplorare spogliazioni sì ingiuste e dannose, tanto più che vediamo proibite società cattoliche, tranquille e utilissime, nel tempo stesso che si proclama altamente il diritto di associazione; mentre in realtà tale diritto vieni largamente concesso a uomini apertamente congiurati ai danni della religione e dello Stato.

40. Certe società diversissime, costituite specialmente di operai, vanno oggi moltiplicandosi sempre più. Di molte, tra queste, non è qui luogo di indagar l'origine, lo scopo, i procedimenti. È opinione comune però, confermata da molti indizi, che il più delle volte sono rette da capi occulti, con organizzazione contraria allo spirito cristiano e al bene pubblico; costoro con il monopolio delle industrie costringono chi rifiuta di accomunarsi a loro, a pagar caro il rifiuto. In tale stato di cose gli operai cristiani non hanno che due vie: o iscriversi a società pericolose alla religione o formarne di proprie e unire così le loro forze per sottrarsi coraggiosamente a sì ingiusta e intollerabile oppressione. Ora, potrà mai esitare sulla scelta di questo secondo partito, chi non vuole mettere a repentaglio il massimo bene dell'uomo?

3 - Favorire i congressi cattolici

41. Degnissimi d'encomio sono molti tra i cattolici che, conosciute le esigenze dei tempi, fanno ogni sforzo per migliorare onestamente le condizioni degli operai. E presane in mano la causa, si studiano di accrescerne il benessere individuale e domestico; di regolare, secondo equità, le relazioni tra lavoratori e padroni; di tener viva e profondamente radicata negli uni e negli altri il senso del dovere e l'osservanza dei precetti evangelici; precetti che, allontanando l'animo da ogni sorta di eccessi, lo inducono alla moderazione e, tra la più grande diversità di persone e di cose, mantengono l'armonia nella vita civile. A tal fine vediamo che spesso si radunano dei congressi, ove uomini saggi si comunicano le idee, uniscono le forze, si consultano intorno agli espedienti migliori, Altri s'ingegnano di stringere opportunamente in società le varie classi operaie; le aiutano col consiglio e i mezzi e procurano loro un lavoro onesto e redditizio. Coraggio e protezione vi aggiungono i vescovi, e sotto la loro dipendenza molti dell'uno e dell'altro clero attendono con zelo al bene spirituale degli associati. Non mancano finalmente i cattolici benestanti che, fatta causa comune coi lavoratori, non risparmiano spese per fondare e largamente diffondere associazioni che aiutino l'operaio non solo a provvedere col suo lavoro ai bisogni presenti, ma ad assicurarsi ancora per l'avvenire un riposo onorato e tranquillo. I vantaggi che tanti e sì volenterosi sforzi hanno recato al pubblico bene, sono così noti che non occorre parlarne. Di qui attingiamo motivi a bene sperare dell'avvenire, purché tali società fioriscano sempre più, e siano saggiamente ordinate. Lo Stato difenda queste associazioni legittime dei cittadini; non si intrometta però nell'intimo della loro organizzazione e disciplina, perché il movimento vitale nasce da un principio intrinseco, e gli impulsi esterni facilmente lo soffocano.

4 - Autonomia e disciplina delle associazioni

42. Questa sapiente organizzazione e disciplina è assolutamente necessaria perché vi sia unità di azione e d'indirizzo. Se hanno pertanto i cittadini, come l'hanno di fatto, libero diritto di legarsi in società, debbono avere altresì uguale diritto di scegliere per i loro consorzi quell'ordinamento che giudicano più confacente al loro fine. Quale esso debba essere nelle singole sue parti, non crediamo si possa definire con regole certe e precise, dovendosi determinare piuttosto dall'indole di ciascun popolo, dall'esperienza e abitudine, dalla quantità e produttività dei lavori, dallo sviluppo commerciale, nonché da altre circostanze, delle quali la prudenza deve tener conto. In sostanza, si può stabilire come regola generale e costante che le associazioni degli operai si devono ordinare e governare in modo da somministrare i mezzi più adatti ed efficaci al conseguimento del fine, il quale consiste in questo, che ciascuno degli associati ne tragga il maggior aumento possibile di benessere fisico, economico, morale. È evidente poi, che conviene aver di mira, come scopo speciale, il perfezionamento religioso e morale, e che a questo perfezionamento si deve indirizzare tutta la disciplina sociale. Altrimenti tali associazioni degenerano facilmente in altra natura, né si mantengono superiori a quelle in cui della religione non si tiene conto alcuno. Del resto, che gioverebbe all'operaio l'aver trovato nella società di che vivere bene, se l'anima sua, per mancanza di alimento adatto, corresse pericolo di morire? Che giova all'uomo l'acquisto di tutto il mondo con pregiudizio dell'anima sua? (38). Questo, secondo l'insegnamento di Gesù Cristo, é il carattere che distingue il cristiano dal pagano: I pagani cercano tutte queste cose... voi cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia, e gli altri beni vi saranno dati per giunta (39). Prendendo adunque da Dio il principio, si dia una larga parte all'istruzione religiosa, affinché ciascuno conosca i propri doveri verso Dio; sappia bene ciò che deve credere, sperare e fare per salvarsi; e sia ben premunito contro gli errori correnti e le seduzioni corruttrici. L'operaio venga animato al culto di Dio e all'amore della pietà, e specialmente all'osservanza dei giorni festivi. Impari a venerare e amare la Chiesa, madre comune di tutti, come pure a obbedire ai precetti di lei, e a frequentare i sacramenti, mezzi divini di giustificazione e di santità.

5 - Diritti e doveri degli associati

43. Posto il fondamento degli statuti sociali nella religione, è aperta la strada a regolare le mutue relazioni dei soci per la tranquillità della loro convivenza e del loro benessere economico. Gli incarichi si distribuiscano in modo conveniente agli interessi comuni, e con tale armonia che la diversità non pregiudichi l'unità. E' sommamente importante che codesti incarichi vengano distribuiti con intelligenza e chiaramente determinati, perché nessuno dei soci rimanga offeso. I beni comuni della società siano amministrati con integrità, così che i soccorsi vengano distribuiti a ciascuno secondo i bisogni; e i diritti e i doveri dei padroni armonizzino con i diritti e i doveri degli operai. Quando poi gli uni o gli altri si credono lesi, è desiderabile che trovino nella stessa associazione uomini retti e competenti, al cui giudizio, in forza degli statuti, si debbano sottomettere. Si dovrà ancora provvedere che all'operaio non manchi mai il lavoro, e vi siano fondi disponibili per venire in aiuto di ciascuno, non solamente nelle improvvise e inattese crisi dell'industria, ma altresì nei casi di infermità, di vecchiaia, di infortunio. Quando tali statuti sono volontariamente abbracciati, si é già sufficientemente provveduto al benessere materiale e morale delle classi inferiori; e le società cattoliche potranno esercitare non piccola influenza sulla prosperità della stessa società civile. Dal passato possiamo prudentemente prevedere l'avvenire. Le umane generazioni si succedono, ma le pagine della loro storia si rassomigliano grandemente, perché gli avvenimenti sono governati da quella Provvidenza suprema la quale volge e indirizza tutte le umane vicende a quel fine che ella si prefisse nella creazione della umana famiglia. Agli inizi della Chiesa i pagani stimavano disonore il vivere di elemosine o di lavoro, come tacevano la maggior parte dei cristiani. Se non che, poveri e deboli, riuscirono a conciliarsi le simpatie dei ricchi e il patrocinio dei potenti. Era bello vederli attivi, laboriosi, pacifici, giusti, portati come esempio, e singolarmente pieni di carità. A tale spettacolo di vita e di condotta si dileguò ogni pregiudizio, ammutolì la maldicenza dei malevoli, e le menzogne di una inveterata superstizione cedettero il posto alla verità cristiana.

6 - Le questioni operaie risolte dalle loro associazioni

44. Si agita ai nostri giorni la questione operaia, la cui buona o cattiva soluzione interessa sommamente lo Stato. Gli operai cristiani la sceglieranno bene, se uniti in associazione, e saggiamente diretti, seguiranno quella medesima strada che con tanto vantaggio di loro stessi e della società, tennero i loro antenati. Poiché, sebbene così prepotente sia negli uomini la forza dei pregiudizi e delle passioni, nondimeno, se la pravità del volere non ha spento in essi il senso dell'onesto, non potranno non provare un sentimento benevolo verso gli operai quando li scorgono laboriosi, moderati, pronti a mettere l'onestà al di sopra del lucro e la coscienza del dovere innanzi a ogni altra cosa. Ne seguirà poi un altro vantaggio, quello cioè di infondere speranza e facilità di ravvedimento a quegli operai ai quali manca o la fede o la buona condotta secondo la fede. Il più delle volte questi poveretti capiscono bene di essere stati ingannati da false speranze e da vane illusioni. Sentono che da cupidi padroni vengono trattati in modo molto inumano e quasi non sono valutati più di quello che producono lavorando; nella società, in cui si trovano irretiti, invece di carità e di affetto fraterno, regnano le discordie intestine, compagne indivisibili della povertà orgogliosa e incredula. Affranti nel corpo e nello spirito, molti di loro vorrebbero scuotere il giogo di si abietta servitù; ma non osano per rispetto umano o per timore della miseria. Ora a tutti costoro potrebbero recare grande giovamento le associazioni cattoliche, se agevolando ad essi il cammino, li inviteranno, esitanti, al loro seno, e rinsaviti, porgeranno loro patrocinio e soccorso.

CONCLUSIONE

La carità, regina delle virtù sociali

45. Ecco, venerabili fratelli, da chi e in che modo si debba concorrere alla soluzione di sì arduo problema. Ciascuno faccia la parte che gli spetta e non indugi, perché il ritardo potrebbe rendere più difficile la cura di un male già tanto grave. I governi vi si adoperino con buone leggi e saggi provvedimenti; i capitalisti e padroni abbiano sempre presenti i loro doveri; i proletari, che vi sono direttamente interessati, facciano, nei limiti del giusto, quanto possono; e poiché, come abbiamo detto da principio, il vero e radicale rimedio non può venire che dalla religione, si persuadano tutti quanti della necessità di tornare alla vita cristiana, senza la quale gli stessi argomenti stimati più efficaci, si dimostreranno scarsi al bisogno. Quanto alla Chiesa, essa non lascerà mancare mai e in nessun modo l'opera sua, la quale tornerà tanto più efficace quanto più sarà libera, e di questo devono persuadersi specialmente coloro che hanno il dovere di provvedere al bene dei popoli. Vi pongano tutta la forza dell'animo e la generosità dello zelo i ministri del santuario; e guidati dall'autorità e dall'esempio vostro, venerabili fratelli, non si stanchino di inculcare a tutte le classi della società le massime del Vangelo; impegnino le loro energie a salvezza dei popoli, e soprattutto alimentino in sé e accendano negli altri, nei grandi e nei piccoli, la carità, signora e regina di tutte le virtù. La salvezza desiderata dev'essere principalmente frutto di una effusione di carità; intendiamo dire quella carità cristiana che compendia in sé tutto il Vangelo e che, pronta sempre a sacrificarsi per il prossimo, è il più sicuro antidoto contro l'orgoglio e l'egoismo del secolo. Già san Paolo ne tratteggiò i lineamenti con quelle parole: La carità è longanime, è benigna; non cerca il suo tornaconto: tutto soffre, tutto sostiene (40). Auspice dei celesti favori e pegno della nostra benevolenza, a ciascuno di voi, venerabili fratelli, al vostro clero e al vostro popolo, con grande affetto nel Signore impartiamo l'apostolica benedizione.

Dato a Roma presso san Pietro, il giorno 15 maggio 1891, anno decimoquarto del nostro pontificato.

LEONE PP. XIII

(1) Cfr. S. Th. I-I, q. 95, a. 4.

(2) Deut 5,21.

(3) Gen 1,28.

(4) S. Th. II-II, q. 10, a. 12.

(5) Gen 3,17.

(6) Giac 5,4.

(7) 2 Tim 2,12.

(8) 2Cor 4,17.

(9) Cfr. Mat 19,23-24.

(10) Cfr. Luc 6,24-25.

(11) S. Th. III-II, q. 66, a. 2.

(12) Ivi.

(13). S. Th. II-II, q. 32, a. 6.

(14) Luc 11,41.

(15) At 20,35.

(16) Mat 25,40.

(17) S. Greg. M., In Evang. hom 9, n. 7

(18) 2Cor 8,9.

(19) Mar 6,3.

(20) Cfr. Mat 5,3.

(21) Mat 11,28.

(22) Rom 8,17.

(23) Cfr. 1Tim 6,10.

(24) At 4,34.

(25) Apolog, 2.39.

(26) S. Th. II-II, q. 61, a. 1 ad 2.

(27) S. Th., De reg, princ. I,17.

(28) Gen 1,28.

(29) Rom 10,12.

(30) Es 20,8.

(31) Gen 2,2.

(32) Gen 3,19.

(33) Eccl 4,9-10.

(34) Prov 18,19.

(35) S, Th., Contra impugn. Dei cultum et religionem, c. II.

(36) Ivi.

(37) Cfr. S. Th. I-II, q. 13, a. 3.

(38) Mat 16,26.

(39) Mat 6,32-33.

(40) 1 Cor 13,4-7.


 
 
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