Santa Severa martire - PARROCCHIA DI SANT'ANGELA MERICI SANTA SEVERA DIOCESI SUBURBICARIA PORTO-SANTA RUFINA

  Parrocchia Sant'Angela Merici in Santa Severa
DIOCESI SUBURBICARIA DI PORTO-SANTA RUFINA
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Santa Severa martire


Memoria di santa Severa, martire

Dal Cinque di Giugno 2014 la nostra Diocesi Suburbicaria di Porto-Santa Rufina, e di conseguenza la nostra parrocchia unitamente alla Comunità tutta, torna a festeggiare la Memoria della Vergine e Martire romana che, in giovane età, sacrificò la sua vita per non abiurare la fede in Gesù Cristo.
Sua mamma, suo papà, i suoi due fratelli subirono identica sorte: martirizzati sulla spiaggia antistante il castello di Santa Severa; anche Flaviano comandante pagano della centuria di stanza in questo nostro territorio, convertitosi al cristianesimo e subì il martirio.
E' Lei, santa Severa, dal Cielo, mediatrice per noi con il Nostro Signore Gesù Cristo, prega per questa Comunità di fedeli e per tutti i santaseverini ben gaudiosa che, dopo quasi cinquanta anni, si possa tornare a pieno titolo a celebrarla.

La Martire Severa è sempre più vicina a noi.


La conferenza sulla giovane SEVERA condotta dal dott. Flavio ENEI, sabato 17 Agosto, giovane e brillante archeologo e Direttore del Museo del Mare e della Navigazione Antica dell’omonimo complesso, è stata dedicata alla memoria della scomparsa prof. ssa Franca GENTILE, persona innamorata della figura della giovinetta Martire, e s’inserisce nell’ambito di un articolato programma d’incontri a carattere divulgativo/scientifico.
L’incontro, molto molto interessante al quale ha assistito un folto e competente pubblico tra il quale si annovera anche il Parroco, Don Stefano FUMAGALLI, ha messo in risalto gli aspetti archeologici e storici delle recenti scoperte che hanno “ribaltato” le ipotesi che gli stessi esperti avevano avanzato specialmente sulla locazione di un probabile edificio di culto, forse una chiesa-basilica con il fonte battesimale poiché esistevano labili tracce per formulare questa ipotesi.
Il dott. ENEI, che conosce perfettamente lo studio della struttura del territorio tra le tante scoperte effettuate sotto il mare prospiciente e nel sottosuolo del castello di Santa Severa, ora ne annovera una recente con risvolti per certi versi sensazionali, che alza lentamente il sipario e fa intravedere con sempre più nitidezza la scena della vicenda terrena di SEVERA.
Continua la conferenza e il dott. ENEI descrive che la giovane SEVERA insieme a entrambi i genitori e due fratelli maschi rispettivamente Marco e Calendino (non come la leggenda locale narra due femmine di nome Marinella e Fermina), furono martirizzati poiché Cristiani; non solo questa famiglia come ben scritto e descritto nel CODEX FARFENSIS 29 redatto dai Monaci Benedettini dell’ABBAZIA di FARFA (anche proprietaria dei terreni e del castello per un certo periodo)  venne uccisa sulla spiaggia di Pyrgi - antichissimo nome del luogo – ma altre persone importanti dell’epoca imperiale romana entrate per motivi diversi in contatto con SEVERA, si convertirono al Cristianesimo e vennero uccise.
SEVERA fu proclamata santa, poi tolta dal calendario liturgico durante il CONCILIO VATICANO II.
È evidente che la località di Santa Severa così come la conosciamo, continua il dott. ENEI, prende il suo nome dalla giovane Martire Cristiana e sappiamo con certezza che, precedentemente, il suo nome originario era Pyrgi che scompare per riapparire, appunto, come SANTA SEVERA.
La campagna di scavi stratigrafici a trincea protrattasi per molti anni, ha permesso di riportare alla luce una quantità incredibile di materiale di epoche diverse che vanno da reperti umani – oltre 500 corpi che sono oggetto di studio da parte della prof.ssa Olga RICKARDS, Direttrice del Dip.to di Biologia del DNA antico dell’Università di Tor Vergata a un numero incredibile di chiodi, di resti di cibo e di alimenti consumati dagli abitanti del castello, a coperchi di vasi finemente lavorati, e veramente tanto altro ancora: una manna per gli archeologici!
Poter descrivere tutta la stupefacente conferenza del dott. ENEI non è possibile, quindi rimandiamo  e vivamente consigliamo leggere l’interessante volume che è stato recentemente edito dal titolo: SANTA SEVERA; tra leggenda e realtà storica.
Come scrisse LUCREZIO “ … il tempo muta la natura del mondo: tutto ciò che viene avanti e quello che vediamo è nato da forme scomparse.Niente assomiglia a se stesso dove niente è stabile: c’è solo di stabile una violenza segreta che sovverte ogni cosa, perché dalla rovina di ieri altra vita si levi”. tratto da Rerum Natura vv. 825-830.


Santa Severa: tra leggenda e realtà storica.
Pyrgi e il castello di Santa Severa alla luce delle recenti scoperte.
A cura di Letizia Ermini Pani

Ringrazio gli organizzatori per l’invito rivoltomi a partecipare oggi a questo incontro che  intende celebrare una bella pagina di archeologia e naturalmente per me particolarmente gradita poiché rivolta in buona parte alle scoperte  che hanno illuminato le vicende di questa parte del litorale tirrenico nell’età post classica.
Desidero quindi esporre  a voi alcune brevi considerazioni in margine  al volume che oggi presentiamo.
E’ bene innanzitutto sottolineare che le nostre conoscenze precedenti le ultime indagini archeologiche si limitavano alla città etrusca di Pyrgi, oggetto della grande impresa scientifica diretta dal collega Giovanni Colonna,  alla sua fase romana, al castello trecentesco di Santa Severa: questi gli insediamenti venutisi a collocare nella medesima area  lungo il litorale a Nord di Roma, in una successione cronologica che lasciava ampi periodi di silenzio sia nelle fonti testuali che in quelle archeologiche, rotti unicamente dal sottile filo di collegamento ad una realtà cultuale   suggerita dall’agiotoponimo del complesso castellano.Un silenzio oggi colmato dalle indagini archeologiche che, nell’arco temporale dal 2003 al 2009 e nell’ambito dei lavori di recupero funzionale e di restauro, hanno interessato alcune parti del castello, dalla “Casa del Commendatore-piazza della Torretta”, al “viale di accesso alla spiaggia”, dalla “piazza delle Due chiese” alla “casa del Nostromo”, dalla “piazza della Rocca”, alla “casa della Legnaia”, dalla “Buca” al “viale del Castello” e al “Grande Giardino”.
Le  indagini purtroppo sono state  attuate, nella quasi totalità, attraverso  trincee finalizzate al progetto restaurativo che ancora una volta, come spesso siamo abituati a vedere, pur operando in un’area di ricchissimo e documentato  deposito archeologico, non aveva previsto alcun badget per operazioni di archeologia preventiva.
Dobbiamo dunque alla tenace volontà di Flavio Enei e al gruppo di archeologi volontari che intorno a sé ha saputo raccogliere se le trincee sono divenute oggetto di scavo stratigrafico  e di studio teso a ricostruire in particolare la continuità o meno dell’insediamento costiero dall’età romana  al pieno medioevo.
Innanzitutto un plauso.
Dobbiamo subito dire che i risultati acquisiti sono veramente eccezionali e il volume che qui si presenta ne restituisce i tratti salienti.
Esso offre con estrema chiarezza, come usiamo definirli,  gli indicatori archeologici che consentiranno negli anni futuri di approfondire ulteriormente la vita, le vicende e gli assetti topografici delle diversificate comunità  ivi insediatesi nel tempo.
Indicatori archeologici di diversificata tipologia in un amplissimo arco temporale.
Innanzitutto le strutture murarie che offrono dati di rilievo per le tecniche  costruttive segnatamente dell’alto medioevo, ricordo in particolare il tratto di muro in opera a telaio o c.d. opus africanum. Un prezioso fossile guida per gli impianti del secolo VI.
Mi fa piacere anche segnalare che proprio dal riconoscimento di tale struttura muraria, letta da Flavio Enei nel suo lavoro di tesi di specializzazione alla nostra Scuola della Sapienza, è venuto il convincimento di  essere in possesso di una certa documentazione dell’esistenza di un castrum di età bizantina. Ci confortava in questo senso l’utilizzo di tale tecnica nella medesima epoca in Sardegna, e più vicino nella Civita a Tarquinia e nel castrum di Cosa.
Un ulteriore indicatore archeologico sono le molteplici attestazioni funerarie che offrono un ricco repertorio di  modalità e di ritualità di inumazione, dalle tombe privilegiate alle semplici sepolture terragne.
Ancora dati interessanti si collegano alle procedure di riuso di spazi e di materiali, secondo una prassi ben documentata soprattutto nell’altomedioevo.
Infine la ricchissima documentazione materiale,  in particolare, per quel che mi riguarda, quella assegnabile al medioevo. Sul programma di studio di questo materiale tornerò più avanti.
 Senza dubbio la scoperta di maggior rilievo è data dall’accertato insediamento del secolo VI, documentato come si è detto dalla presenza di strutture di fortificazione in opera a telaio e dal contiguo ad esse edificio di culto in cui è stato riconosciuto, credo a ragione, il santuario di Santa Severa costruito con ogni probabilità ad corpus, nell’area della villa marittima romana.
E’ necessario però ammettere che se l’individuazione dell’edificio cultuale e soprattutto le vaste aree funerarie succedutesi nei secoli documentano con certezza l’esistenza di una comunità a continuità di vita è allo stato attuale delle ricerche difficile  individuare la posizione, disposizione e consistenza  di questo abitato che nella sua fase altomedievale, almeno negli anni delle guerre greco-gotiche, venne a costituire uno dei punti del sistema fortificatorio della via Aurelia lungo il litorale tirrenico.
 Sistema fortificatorio, si è detto, che sino alla scoperta in questo castello,  si attestava innanzitutto sulla rioccupazione dell’Arx di Cosa, ove le indagini stratigrafiche riprese con gli anni ‘90 dall’American Academy di Roma, con l’ausilio della British School, con la direzione di Elizabeth Fentress hanno  avuto lo scopo di chiarire meglio le vicende della città in epoca imperiale e medievale, per verificare l’ipotesi formulata e largamente accettata che Cosa fosse stata abbandonata definitivamente nel IV secolo d.C., a sostanziale conferma della descrizione offerta da Rutilio Namaziano (De reditu suo, I). Una posizione critica comune per molti insediamenti urbani e rurali e basata unicamente su fonti testuali.
Noto è il fatto che Rutilio Namaziano, quando nel 416 d.C. deve approdare in Maremma, si dirige allo scalo di porto Ercole, evitando il porto di  Cosa. Della città dice solo di vedere le antiche  rovine deserte (nullo custode) ricordando la leggenda che vuole il centro abitato abbandonato a causa di un’invasione di topi.
Le indagini archeologiche hanno documentato  sicure fasi di occupazione di età bizantina e altomedievale (VI- IX secolo) sull’Arce con un insediamento fortificato,  e non solo ma anche nell’area del Foro e sull’altura orientale, dove sono state messe in luce anche le strutture di un  castello basso medievale.
Anche nel caso di Cosa. che ho voluto richiamare a confronto, solo il dato archeologico ha consentito di colmare la lacuna storica.
   Tornando a Santa Severa la presenza del santuario martiriale consente inoltre di ragionare su taluni problemi storiografici che hanno per lungo tempo occupato le discussioni dei tardo antichisti a cominciare dal rapporto fra fonti agiografiche e fonti archeologiche, per proseguire poi sulla valenza storica del toponimo.
La passio sanctae Severae, è una compilazione legata al Monastero di Santa Maria in Acuziano, meglio noto come Abbazia di Farfa, collocato cronologicamente intorno alla metà del secolo IX.   Nella passio si narra la cattura, l'interrogatorio e il martirio della figlia di Massimo,  comes millenarius, di famiglia cristiana.
Siano all’epoca delle persecuzioni contro i cristiani, negli ultimi anni del III secolo,  da parte dell’imperatore Domiziano: la giovane Severa è prigioniera a Pyrgi insieme alla madre Seconda ed ai fratelli Marco e Calendino. Seconda, madre di Severa, muore prima di essere interrogata. Severa viene interrogata dal prefetto Flaviano che, durante il colloquio, si  converte e per questo viene decapitato a Centumcellæ il 29 gennaio. Dopo pochi mesi, il 5 di giugno, anche Severa ed i suoi fratelli subiscono il martirio con flagelli di piombo sulla spiaggia di Pyrgi e sepolti nello stesso luogo.
Il racconto termina con una frase altamente indicativa sul luogo della sepoltura:  ubi florent orationes eorum et beneficia (dove fioriscono le loro preghiere e le  grazie):  chiaro riferimento ad un liogo ove si pèotesse pregare e dove si ricevevano grazie.
Il racconto lo abbiamo visto,  è composto nella metà del secolo IX.
Il santuario ora rinvenuto sembrerebbe potersi assegnare al secolo VI, o forse anche al V,  e vedere in esso la ragione prima della costruzione  di un circuito murario  a difesa di un luogo di culto e di un possibile agglomerato sorto intorno ad esso.  
 Una proposta di lettura da valutare nel proseguo degli studi.
Comunque ancora una volta qui a Santa Severa  si viene a confermare,  la dipendenza in ordine cronologico della compilazione del racconto agiografico dalla documentazione materiale di un culto ormai affermato e la fonte archeologica, nella sua oggettiva evidenza documentaria offre al testo agiografico una indiscutibile valenza storica.
Circa la possibile  continuità storica di un toponimo anche se è doveroso essere molto prudenti nell’attribuire ad un agiotoponimo il valore di documento  di un culto presente e del relativo suo luogo di celebrazione e quindi  di un edificio cultuale che ha lasciato il proprio nome all’insediamento che lo aveva accolto, bisogna riconoscere che tale procedimento è stato pienamente  confermato per il castello di Santa Severa estendendosi anche al vicino centro balneare.  
 Del resto già nel secolo XI il nuovo toponimo aveva sostituito l’antica denominazione.
Nel 1068 infatti il conte Gerardo di Galeria donava all'Abbazia di Farfa unam ecclesiam Sanctæ Severæ totam in integrum cum sua pertinentia, cum libris, paratis et oraculis suis. E dona anche  Castellum totum in integrum quod est iuxta ipsam ecclesiam in capite civitatis sanctae Severae cum introito et exito suo, cum muris, aedificiis suis et cum omnibus ad eum pertinentibus et cum quindecim casalinis in ipsa suprascripta civitate.
E’ pertanto documentata l’esistenza della chiesa, dell’insediamento fortificato ad essa connesso, nonché di una civitas  Sanctae Severae in cui il castrum si pone in capite, una civitas  in cui  quindici casalini, cioè quindici terreni fabbricabili  consentono di definirla in espansione. Ed ancora si cede all’Abbazia Farfense metà del porto, anch’esso denominato di Santa Severa,  insieme ad aree boschive, a  possedimenti terrieri coltivati a vigna e ad orti.
  Un’area quindi popolata che attende un suo pieno riconoscimento sul piano materiale. Interessante notare come l’esistenza della  civitas Sanctae Severae si ponga  nel medesimo arco cronologico in cui è documentato il risorgere dell’antica Centumcellae con il nome di Civitas vetula.
E’ logico quindi che in chiusura di questo mio breve saluto formuli un augurio e una speranza.
 Nell’impossibilità di attuare per il futuro, almeno in quello prevedibile, ulteriori indagini di carattere archeologico nell’area centrale del castello, ci si augura che Flavio Enei voglia continuare a  coordinare gli studi su quanto sinora acquisito indirizzando i ricercatori verso la costituzione di mappe distributive incrociate dei diversi tipi di manufatti, correlando le strutture murarie, indicatori di edifici o di spazi fortificati, alla documentazione materiale in essi rinvenuta a seguito di diversificate attività.
 Per lo studio di quest’ultima ritengo necessario istituire un gruppo di lavoro, di cui alcuni soggetti possono essere individuati negli stessi archeologi che hanno già partecipato ad una prima schedatura, a cominciare da Letizia Cocciantelli, gruppo di lavoro che si attivi in stretta sinergia con l’èquipe della cattedra di Archeologia Medievale della  Sapienza che da diciotto anni porta avanti il progetto Leopoli- Cencelle, una città di fondazione papale nella metà del secolo IX, erede della romana Centumcellae, con campagne di scavo annuali che hanno restituito, nel particolare,  un immenso patrimonio di reperti ceramici che insieme a questi di Santa Severa possono ben documentare  produzioni, usi e commerci di questo tratto di costa tirrenica.

 

Santa Severa martire: storia di una santa venerata eppur … cancellata.

Il primo documento che parla di Severa, la santa, è un manoscritto custodito nell’Abbazia Benedettina di Farfa composto intorno all’850 che narra della cattura, dell’interrogatorio e del Martirio della figlia di Massimo comes millenarius, di famiglia cristiana. La vicenda si svolge all’epoca delle persecuzioni contro i cristiani da parte dell'imperatore Diocleziano intorno all’anno 298.
La giovane Severa era tenuta prigioniera a Pyrgi (la località oggi conosciuta come Santa Severa) insieme alla madre Seconda e ai fratelli Marco e Calendino. Seconda muore prima di essere interrogata, Severa fu sottoposta a interrogatori dal prefetto Flaviano che, durante un intenso ed appassionato colloquio, si convertì e per questo decapitato a Centumcellæ (Civitavecchia) il 29 gennaio Dopo pochi mesi, il 5 di giugno, anche Severa ed i suoi fratelli subiscono il Martirio con flagelli piombati sulla spiaggia di Pyrgi e sepolti nello stesso luogo.
Nel piccolo centro del litorale nord del Lazio
Il culto di devozione e la pietà popolare delle Comunità rivolti alle figure dei Santi e Sante di Dio, sono una parte preziosa della Fede, trasmessa di generazione in generazione, e della tradizione religiosa che da secoli, proprio a essi si rivolge; Santi Patroni e Protettori, sono spesso invocati come intercessori per la Chiesa, il paese o la cittadina, e le persone. Venerati e celebrati nelle ricorrenze che il Martirologio Romano loro assegna, con date precise nell’Anno Liturgico, spesso sono ricordati con solenni processioni e l’identità e le radici della Comunità coincidono proprio col Santo del territorio, specialmente quando il Santo ha un antico legame con il tessuto locale.
È dal IV secolo, e per tutto il Medioevo in poi, che si diffuse la pratica di venerare i Santi e addirittura il Concilio Ecumenico di Trento – convocato da Papa Paolo III nel 1545  si suddivise in tre sessioni Conciliari e terminò nel 1563 -  considerò l'intercessione dei Santi presso Dio apportatrice di benefici.
Le fonti più antiche alle quali attingere in maniera certa per la ricerca sul culto dei Santi, sono i Martirologi, documenti che testimoniano la venerazione verso i primi Martiri nelle varie Chiese locali. I primi Martirologi furono compilati dal IV secolo, e sono desunti dai calendari locali che indicano il “dies natalis”; sono semplici registrazioni degli anniversari delle feste dei Santi e hanno la loro origine dal culto dei Martiri che ne ha formato il primitivo nucleo, al quale si sono aggiunti, successivamente, i Santi Vescovi e Confessori.
Uno tra i più famosi è il “Martyrologium Hieronymianum” (Martirologio Geronimiano) che è la combinazione di vari Martirologi locali ed è considerato un Martirologio universale, che fu compilato nell’Italia settentrionale durante la metà del V secolo da un anonimo che si avvalse del nome di San Girolamo.
È noto, che alla data del 3  giugno (III nonas Junius) compare il nome di Severa, in un folto gruppo di Martiri che si riferiscono alla zona di Roma, compresa anche la Tuscia (meridionale e centrale) suburbicaria e la fascia costiera che arrivava fino a Luni, che è sede di uno dei più importanti (in termini di età antica e di scoperte) siti archeologici dell’Italia centro-settentrionale. Luni fu abitata, nell'antichità, da Etruschi e Liguri poi sottomessi dai Romani, che fondarono nel 167 a.C. la colonia appunto di Luni. In epoca medievale fu, per un determinato periodo, unita sotto la sovranità dei Vescovi di Luni, costituendo una potente Diocesi che coincideva con l'intera regione, attraversata dalla famosa via Francigena, la strada dei pellegrinaggi per Roma.




 
 
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