Spiritualità - PARROCCHIA DI SANT'ANGELA MERICI SANTA SEVERA DIOCESI SUBURBICARIA PORTO-SANTA RUFINA

  Parrocchia Sant'Angela Merici in Santa Severa
DIOCESI SUBURBICARIA DI PORTO-SANTA RUFINA
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Spiritualità


Spiritualità dal basso

Introduzione
Oggi molti hanno nostalgia e sete d’itinerari spirituali. Essi cercano una spiritualità loro confacente non nella tradizione cristiana, bensì nelle religioni orientali. Spesso, infatti, hanno sperimentato una spiritualità cristiana troppo moraleggiante e troppo poco proficua a proposito di esperienze di trascendenza, di pace interiore e di armonia.
Oggi abbiamo bisogno di un nuovo linguaggio, e di nuove vie di esperienze in modo da ridisegnare e da praticare una spiritualità cristiana che interessi e interpelli le persone nel loro anelito di crescita integrale, di liberazione e di guarigione.

Spiritualità dal basso di  Anselm Grun e Meinard Dufner
Nella storia della spiritualità ci sono oltre tutto due correnti: una spiritualità dall’alto e una spiritualità dal basso. Secondo quest’ultima Dio non ci parla soltanto nella Sacra Bibbia e per mezzo della Chiesa, ma anche attraverso noi stessi, attraverso i nostri pensieri e sentimenti, attraverso le nostre piaghe spirituali, le nostre debolezze.
Tale via era praticata soprattutto nel monachesimo: i monaci antichi iniziavano innanzitutto dalle proprie passioni, dalla conoscenza di se stessi per conoscere e incontrare il vero Dio. Evagrio Pontico ci fornisce la formula classica di questa spiritualità dal basso:
“ Se vuoi conoscere Dio, impara prima a conoscere te stesso”.
L’ascesa a Dio comporta la discesa nella propria realtà interiore, fin giù nelle profondità dell’inconscio.
La spiritualità dal basso non considera la salita a Dio come una strada a senso unico e sempre nella direzione giusta. No, questo avanzare verso Dio è fatto di giri fuorvianti e tortuosi, cioè di fallimenti, di delusioni e di autodelusioni.
Non è prima di tutto la mia virtù ad aprirmi il varco a Dio, ma la mia debolezza, la mia impotenza, addirittura il mio peccato.
La spiritualità dall’alto è impostata sugli ideali, cioè sugli obiettivi che l’uomo attraverso l’ascesi e la preghiera dovrebbe raggiungere. Questi ideali sono ricavati dallo studio della Sacra Scrittura, dalla morale cristiana e dalla visione che si ha di se stessi.
Ecco le domande fondamentali della spiritualità dall’alto:
- Come deve essere un cristiano?
- Cosa deve fare?
- Quali atteggiamenti deve incarnare?
Questa spiritualità deriva dal grande desiderio umano di migliorare sempre di più, di salire sempre più in alto, di avvicinarsi sempre di più a Dio.
La psicologia moderna è molto scettica nei confronti della spiritualità dall’alto, poiché porta il pericolo di una lacerazione interiore della persona.
Chi, infatti, s’identifica con gli ideali rimuove spesso quella realtà di sé non corrispondente agli stessi. In questo modo la persona si scinde e si ammala interiormente.
Dalla psicologia arriva piuttosto la conferma di una spiritualità dal basso, com’era praticata dagli antichi monaci.
È chiaro, infatti, dalla psicologia che la persona raggiunge la propria verità solo attraverso la conoscenza sincera di sé.
Ma, nella spiritualità dal basso non si tratta soltanto di ascoltare la voce di Dio nei propri pensieri e sentimenti, nelle proprie passioni e malattie, e così scoprire l’immagine-progetto che Dio si è fatto di me. E nemmeno si tratta soltanto di ascendere a Dio scendendo nella propria realtà.
Si tratta piuttosto di aprirsi a una relazione personale con Dio proprio quando si è giunti al capolinea delle proprie possibilità.
La vera preghiera, dicono i monaci, sale dal profondo della nostra indigenza e non dalla nostra virtù.

Spiritualità dall’alto: tendere all’ideale.
Non vogliamo contrapporre in modo radicale la spiritualità dal basso a quella dall’alto, l’unilateralità non giova mai. Intercorre una sana tensione tra queste due impostazioni spirituali. La spiritualità dall’alto pone davanti al nostro sguardo degli ideali di cui infervorarsi e infine da praticare.
Gli ideali esercitano senz’altro un effetto positivo sulle persone. Soprattutto per i giovani gli ideali sono una necessità vitale, giacché senza questi la loro vita ruoterebbe intorno a se stessi.
Non potrebbero sviluppare affatto le potenzialità che hanno in sé, e venire in contatto con le loro forze che attendono di essere risvegliate.
Il pericolo della spiritualità dall’alto consiste nel pensare di raggiungere Dio con le sole proprie forze.
Ecco come Lafrance descrive questa “perfezione su sentiero interrotto”:
L’uomo si è rappresentato la perfezione in generale come una crescita costante oppure come una salita più o meno difficoltosa, come risultato di sforzi umani. Per cui elabora un determinato
itinerario ascetico o delle tecniche di preghiera da proporre alla generosità umana come mezzo
per salire i gradini della perfezione.
Quando il discepolo fa presente al maestro spirituale l’impossibilità di raggiungere la meta, si sente spesso ripetere: “Basta solo sforzarsi”. Raggiunto l’ultimo gradino della salita ecco che questo sforzo sboccerà spontaneamente in libertà.
Eppure col nostro sforzo non riusciamo a raggiungere Dio. Il paradosso è questo: tutta la nostra lotta spirituale ci porta soltanto ad ammettere che con la sola lotta non riusciamo né a migliorarci né a raggiungere Dio.
Non possiamo fare di noi quello che vogliamo. A un certo punto i limiti emergono, è gioco forza allora ammettere che con le sole nostre forze necessariamente falliremo, e che soltanto la grazia di Dio ci può trasformare.

Fondazione della spiritualità dal basso: scendere nei sotterranei della propria realtà.
La Sacra Bibbia non ci mette mai sotto gli occhi quali modelli della fede persone perfette e senza difetti, ma proprio dei personaggi che, dopo aver commesso gravi colpe, hanno gridato a Dio nel profondo. Ecco Abramo che in Egitto rinnega sua moglie facendola passare per sua sorella, e questo per ricavarne dei vantaggi. Succede però che il faraone accoglie Sara nel proprio harem. Dio stesso dovrà intervenire per liberare il “padre della fede” dalle conseguenze della sua bugia (Gen 12,10-20).
Mosè, il liberatore d’Israele dall’Egitto, era un omicida. In un eccesso di rabbia aveva ucciso un egiziano. Anzitutto dovrà confrontarsi con la propria inutilità, che egli vede riflessa nell’immagine del roveto ardente, per essere assunto da Dio nel suo servizio proprio perché fallito.
E Davide, il re d’Israele per antonomasia, archetipo di tutti gli altri re, commette una colpa grave facendo l’amore con Bersabea, moglie di Uria.
Quando lei si troverà incinta, egli ordinerà di lasciare l’ittita Uria solo a combattere, così che sia ucciso. I grandi personaggi e le figure-chiave dell’Antico Testamento dovettero prima attraversare l’abisso della propria colpa e impotenza, per porre la loro speranza soltanto in Dio, lasciandosi così trasformare da Dio in figure-guida della fede e dell’obbedienza a Dio.
Nel Nuovo Testamento Gesù sceglie proprio Simon Pietro per essere la pietra base della sua comunità.
Pietro non capisce Gesù, vorrebbe stornarlo dalla sua decisione di andare a Gerusalemme verso una morte sicura. Gesù lo chiama un “satana” e gli ordina di allontanarsi da lui.
Alla fine Pietro rinnega Gesù, quando fu arrestato; poco prima aveva solennemente giurato: «… Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò». Era necessario che egli sperimentasse di non riuscire a garantire per se stesso, nonostante la solenne promessa.
Quando alla fine tradì Gesù, Pietro «uscito all’aperto, pianse amaramente».
Gli Evangelisti non hanno attenuato il rinnegamento di Pietro. Appare evidente che per loro era importante manifestare senza riguardi che la verità è che Gesù non aveva scelto apostoli pii e affidabili, ma uomini peccatori e difettosi.
Eppure ha fondato proprio su questi uomini la sua Chiesa. Essi erano i testimoni adatti della Misericordia di Dio, come l’aveva annunciata Gesù e testimoniata con la sua morte.
Pietro è diventato la roccia-pietra per gli altri proprio attraverso la sua colpa.
Ha, infatti, sperimentato che la roccia non è lui, ma solo la fede, cui deve stare aggrappato per poter restare fedele a Cristo nella lotta.
La spiritualità dal basso si chiarisce soprattutto nelle parabole di Gesù. Nella parabola del tesoro nascosto Gesù ci mostra che noi possiamo trovare il tesoro – il proprio sé, l’immagine-progetto che Dio si è fatta di noi – proprio nel campo, nella terra, nel fango (Mt 13,44-46). Dobbiamo prima sporcarci le mani scavando nella terra, se vogliamo trovare il tesoro nascosto in noi. La parabola della perla preziosa ci fa vedere un altro aspetto della spiritualità dal basso: la perla è un’immagine di Cristo in noi.
Essa cresce nelle ferite delle conchiglie. Troviamo dunque il tesoro in noi quando veniamo in contatto con le nostre ferite.
Pertanto, la ferita non è solo il luogo in cui veniamo in contatto con il nostro sé. Là dove siamo giunti al capolinea, dove non ci resta che darci per vinti, può crescere la relazione con Cristo, possiamo intuire di essere del tutto Cristo-dipendenti.
Là cresce allora la nostalgia e l’anelito del Redentore e Salvatore, là tendiamo verso Colui che toccando le nostre ferite le risana. Cristo è la dramma che, perduta nel disordine della nostra casa interiore, dobbiamo ora cercare (Lc 15,8). Potremo trovarla soltanto se spostiamo i mobili, non serve che li abbiamo sistemati bene.
Dio stesso con una crisi scompiglia tutto il nostro “ordine” interiore, affinché ritroviamo la dramma persa per negligenza.
Un’altra parabola con cui Gesù fonda la spiritualità dal basso è quella della zizzania in mezzo al buon grano (Mt 14,24-30). Paragona la nostra vita a un campo in cui Dio ha seminato il buon seme.
E nella notte, il nemico vi si reca e semina la zizzania in mezzo al grano. I servi, che domandano al padrone se desidera che essi strappino subito la zizzania, stanno per l’idealista rigoroso che vorrebbe sradicare subito tutti i difetti.
Ma il Signore risponde loro: «No, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura».
Le radici della zizzania sono talmente intrecciate a quelle del grano che, con la zizzania, sarebbe strappato anche il grano. Chi vuole essere senza difetti finisce per estirpare insieme alla sua passione anche la sua vitalità, distrugge insieme alla sua debolezza anche la sua forza.
Sul campo di chi vuole essere corretto in tutto e per tutto, crescerà solo del grano povero.
Molti idealisti hanno il chiodo fisso della zizzania presente nella loro anima, continuano a ruotare intorno al compito di estirparla, ma così la vita ne soffre.
A furia di correttezza rimangono alla fine senza forza, senza passione, senza cuore. La zizzania richiama l’ombra, in cui releghiamo ciò che abbiamo rimosso in quanto ripugnante e non rispondente ai nostri parametri. Essa è semplicemente dentro di noi; è stata seminata di notte, cioè giace nel nostro inconscio. Per quanto lottiamo – di giorno, cioè sul piano del conscio – contro tutto ciò che è negativo e oscuro, di notte succede che la zizzania venga seminata nostro malgrado.
E’ quindi compito nostro riconciliarci con la nostra zizzania, in questo modo sarà possibile che il grano cresca nel campo della vita.
L’incarnazione stessa di Dio in Gesù Cristo è già un segno della spiritualità dal basso. Gesù nasce in una stalla, non in un palazzo; non nella capitale, ma a Betlemme, in provincia, cioè vuol nascere in quella parte di noi che non ha importanza.
Non abbiamo niente da mettere in bella mostra davanti a Dio. Ebbene proprio là dove siamo poveri e deboli, Dio vuole abitare.
Come sviluppare una spiritualità dal basso.
Spiritualità dal basso significa cercare Dio proprio nelle nostre passioni, malattie, ferite, nel nostro vagabondaggio spirituale, nella nostra impotenza.
Spiritualità dal basso vuol dire ascoltare la voce di Dio nei nostri pensieri e sentimenti, nelle nostre passioni e bisogni: qui ci parla Dio. Ascoltandola scopriamo l’immagine che Dio si è fatto di noi. Pertanto non dobbiamo censurare le emozioni e le passioni; hanno tutte un senso, si tratta solo di cogliervi le indicazioni di Dio.
Molti condannano se stessi per i loro sentimenti negativi quali la collera, la stizza. La gelosia e l’apatia.
Essi cercano di procedere contro tali sentimenti per sbarazzarsene. Spiritualità dal basso significa invece riconciliarsi con le proprie passioni ed emozioni: tutte quante possono portare a Dio. Bisogna solo calarsi in esse per leggerne il messaggio.
Anziché combattere contro la mia gelosia e condannarmi perché, nonostante tutta la mia
spiritualità sia ancora presente in me, dovrei studiarla e domandarmi: «Quale nostalgia si nasconde
dietro la mia gelosia? Quale bisogno mi sta ad indicare? Da dove proviene la mia gelosia? Di che cosa ho paura? E’ la paura di essere abbandonato, di non essere più importante per il mio amico o amica?». Se riconosco, umilmente, di esserne affetto, la mia gelosia mi può condurre a Dio. Allora potrò presentare a Dio la mia indigenza, la mia paura di essere abbandonato e pregarlo di soddisfare il mio desiderio ardente di un amore su cui poter contare.
La spiritualità dal basso insegna un trattamento diverso delle proprie ferite. Ognuno di noi porta con sé una qualche ferita inflittagli dalla vita: l’uno è stato picchiato ingiustamente da bambino, senza possibilità di difesa; un altro è stato ridicolizzato e non preso sul serio; un altro ancora è stato vittima di abusi sessuali.
Alcuni si difendono dai traumi della propria infanzia, diventano interiormente rattrappiti. Il che è spesso addirittura necessario per sopravvivere; però impedisce nello stesso tempo di vivere normalmente. Altri rimuovono i traumi tenendoli ermeticamente sotto un coperchio. Ma, vivono nella continua paura che, per la troppa pressione interiore, si arrivi a una esplosione. Altri ancora si lasciano paralizzare dalle loro ferite: ci ritornano su continuamente e rinunciano ad avventurarsi nella vita per paura di subire nuove ferite. La spiritualità dal basso ci vuol svelare che proprio nelle nostre ferite possiamo scoprire il tesoro che giace nascosto nel fondo della nostra anima.
Proprio là dove siamo feriti, dove siamo infranti, siamo anche resi aperti a Dio. Là siamo anche aperti all’incontro con il nostro vero sé. Attraverso le mie ferite scopro chi sono veramente; vengo in contatto con il mio cuore, riprendo vitalità e scopro il tesoro del mio vero sé. Le ferite stracciano le maschere che mi sono imposto mettendo a nudo la vera realtà profonda. Bisogna ammettere che il cammino di questa spiritualità dal basso non è così semplice; presuppone che mi riconcili con le mie ferite, che le consideri come le mie migliori amiche, come quelle che mi indicano la via che porta al tesoro. Là dove sono ferito, sono anche completamente me stesso.
Molto spesso la vita ci delude: siamo delusi di noi stessi, dei nostri insuccessi e fallimenti, delusi della professione, del nostro coniuge, della famiglia, della parrocchia. Alcuni reagiscono a tali delusioni rassegnandosi, si adagiano alla vita così com’è. Ma nel loro cuore si spegne ogni vivacità e ogni speranza; i sogni della vita vengono sepolti. Anche la delusione mi potrebbe indirizzare al tesoro. La delusione smaschera l’illusione in cui sono cascato e la soppianta. Mi mostra che la mia autoimmagine non era vera, che ho sbagliato nel valutarmi.
Così la delusione costituisce l’opportunità per scoprire il vero sé e l’immagine-progetto che Dio ha di me.
«Le ostriche ferite fanno nascere dalle loro piaghe sanguinanti una perla. Il dolore che lacera si
trasforma in un gioiello» (Richard Shanon).
Nelle mie ferite crescono le perle, ma solo se mi riconcilio con le mie ferite. Spesso fa male venire in contatto con la mia piaga, sento la mia impotenza a liberarmene; rimarrà sempre in me, se non altro in forma di cicatrice. Ma, se l’accetto, la mia ferita potrà trasformarsi in una sorgente di vita e di amore. Là dove sono ferito,  sono anche vivo, ivi sento me stesso e gli altri. Vi posso lasciare entrare anche gli altri, la mia ferita diventa così luogo d’incontro e di
contatto salutare anche per gli altri. Nessuno può penetrare dalla parte in cui sono forte. Dove sono
“rotto” Dio potrà irrompere e anche gli uomini troveranno una breccia per accedere.
E’ Dio che mi trasforma, che mi apre a lui attraverso i miei fallimenti e peccati, attraverso i miei
insuccessi e delusioni, affinché io smetta finalmente di scambiare Dio con la mia virtù, e mi consegni a lui anima e corpo. A questo varco incontrerò Dio, che mi accoglie per farmi vivere.
Conclusione
Nell’accompagnamento spirituale sperimentiamo in continuazione come le persone soffrano a causa della loro spiritualità dall’alto. Abbastanza spesso i loro ideali le sovraccaricano spiritualmente. E’ come se si fossero imposte un corsetto spirituale troppo stretto che talora le ha fatte ammalare. Quando prospettiamo loro la spiritualità dal basso, avvertono ciò come una liberazione e una guarigione. Ma nello stesso tempo cerchiamo di dire ai nostri visitatori che anche la spiritualità dall’alto, da loro praticata finora, era buona, se non altro perché le ha costrette a lavorare sodo su se stesse.
Volendo esprimerci per immagini: la loro spiritualità dall’alto è simile a una pietra che un uomo cattivo aveva posto nella corona di una giovane palma, per danneggiarla. Ma, quando dopo alcuni anni ritornò, quella giovane pianta era diventata la palma più bella e più alta. La pietra l’aveva costretta a mettere le radici più in profondità. Così anche i nostri ideali ci costringono sovente a mettere radici più profonde.
Ma, le radici devono essere così forti da non avvertire più la pesantezza della pietra.
Se praticassimo soltanto la spiritualità dall’alto, le sue richieste diventerebbero eccessive, prima o poi ci stancheremmo. Pur coltivando molto la disciplina, una volta ci capiterà anche di confrontarci con la nostra mancanza di disciplina; pur coltivando gli ideali, ci capiterà anche di sperimentare i lati deboli della nostra vita. Al più tardi a metà percorso della nostra vita è necessario permettere il polo contrario, che pure convive in noi, cioè la parte in ombra. Entrerà così in azione la spiritualità dal basso: su questa nuova via dovremo trovare il coraggio di percepire e di seguire la voce di Dio nel nostro cuore, nelle nostre passioni, nei sentimenti, nei sogni, nel nostro corpo.
Una spiritualità sana ci mostra sempre i due poli: luci e ombre, forza e debolezza, larghezza e strettezza.
Una volta o l’altra capita però che ogni strada finisca nella strettoia, dove non sappiamo più come andare avanti.
Non spaventatevi, la strettoia è un’opportunità per far breccia nella vera vita.


AnselmGrun
Tu sei una benedizione


Introduzione
L’Ökumenischer Kirchentag, la Giornata ecumenica delle chiese cristiane, del 2003 era all’insegna del motto: «Siate una benedizione». Ha riportato alla coscienza di molte persone il tema della benedizione. Evidentemente la benedizione fa leva su un anelito profondo dell’essere umano. Le persone anelano a essere benedette. Ma il motto della Giornata ecumenica ha suscitato in molti anche qualcos’altro: all’improvviso hanno scoperto che possono benedire a propria volta e sono autorizzati a farlo. Alcuni hanno timore di benedire gli altri. Pensano che sia un’azione riservata ai sacerdoti. Durante la Giornata ecumenica, invece, per molti ha costituito un’esperienza piena di gioia che, in liturgie di benedizione, le persone si siano benedette a vicenda. Ogni cristiano ha l’autorità di benedire. E ogni cristiano, in quanto benedetto da Dio, è a sua volta una benedizione per gli altri.
Durante la Giornata ecumenica e in seguito anch’io ho vissuto varie esperienze di benedizione. Alcune persone mi si sono avvicinate perché volevano essere benedette. Così, in questo libro, vorrei raccontare le mie esperienze di benedizione ed esaminare la tradizione della Bibbia e della liturgia a proposito di questo tema. Scrivo questo libro nella consapevolezza della mia qualità di benedettino. Il nostro fondatore è il ‘Benedetto’ (benedictus). Noi monaci portiamo con noi il tema della benedizione già nel nome. Ci tocca già a partire dall’immagine che abbiamo di noi stessi.
Un’esperienza durante la Giornata ecumenica mi ha colpito profondamente. Dopo una celebrazione liturgica mi si avvicinò una coppia chiedendomi la benedizione. L’uomo disse che aveva urgente bisogno di essere benedetto, perché aveva sempre sperimentato la maledizione. Su di lui erano state pronunciate molte parole che lo svalutavano e gli auguravano il fallimento della sua esistenza. Contro di esse desiderava ricevere parole di benedizione, che penetrassero nella, sua anima scacciando quelle di maledizione. Dalla Giornata ecumenica in poi mi succede con regolarità, anche dopo le mie conferenze, che le persone non desiderino soltanto un autografo sui libri, ma che mi chiedano anche la benedizione. Allora impongo loro le mani e pronuncio una benedizione. Così facendo mi lascio guidare dall’intuito per dire le parole adatte in questo momento alla loro situazione concreta.
E c’è anche un’altra esperienza che mi incoraggia a scrivere un libro sulla benedizione. Quando, durante i corsi nell’abbazia di Münsterschwarzach, celebro l’eucaristia con un gruppo, capita che a volte, dopo la messa, alcuni partecipanti mi portino un crocifisso, un angelo o una candela con la preghiera di benedirli. Quando poi, prima della benedizione solenne al termine della messa, annuncio che benedirò l’oggetto che qualcuno mi ha portato, spesso si aggiungono spontaneamente altre persone, portando la loro catenina, la fede nuziale, la loro Bibbia o un altro oggetto che per loro ha un’importanza particolare, affinché io benedica anche questi.
In un incontro con alcuni confratelli ci siamo chiesti perché all’improvviso la gente senta un tale bisogno di benedizione. Ci sono venuti in mente diversi motivi. Quando qualcuno chiede di essere benedetto, desidera mettersi sotto la protezione di Dio. Desidera sperimentare in concreto che Dio è anche vicino a lui. La benedizione è qualcosa di indipendente dalle chiese ufficiali. Ogni persona è in grado di benedire. Tuttavia la benedizione non si chiede a chiunque, bensì soltanto a chi ha un determinato retroscena, per esempio il padre, la madre, l’amico o l’amica, oppure anche il sacerdote, che è consacrato. Devo aver fiducia in chi mi benedice. Altrimenti questa persona potrebbe associare alla benedizione delle cattive intenzioni oppure potrebbe legarla troppo ai suoi bisogni personali. Con la sua benedizione potrebbe monopolizzarmi. Nel Salmo 61 sta scritto: «Con la bocca benedicono, nel loro cuore maledicono» (Sal 61,5). Evidentemente la chiesa era consapevole del pericolo di abusare della benedizione e perciò ha preteso come premessa necessaria per i sacerdoti, coloro che la impartiscono ufficialmente, la purificazione interiore.
Quando le persone vengono da me per farsi benedire, mi chiedo: perché desiderano essere benedette da me in modo personale? E soltanto il bisogno di essere toccati? O non c’è forse in loro un anelito più profondo, l’anelito di venire toccati dalla mano di Dio e di avere qualcuno al proprio fianco nella vita quotidiana? Quale anelito risveglia in loro il desiderio di benedizione? Vi ho riflettuto molto. Credo che sia l’anelito a che la vita non sia tanto all’insegna dei desideri e delle maledizioni, delle aspettative e delle esigenze delle persone, bensì della benedizione di Dio. Quando percorrono il loro cammino con la benedizione di Dio, sperano che la loro vita riesca e la loro strada porti a una meta buona. Naturalmente mi chiedo anche se le persone non proiettino troppe cose su di me, se non spostino su di me il loro desiderio profondo di guarigione, di risultati positivi, dell’ esperienza della vicinanza di Dio.
Da bambino ho vissuto regolarmente l’esperienza di come mio padre mi benedicesse quando ritornavo in collegio. E nella nostra famiglia la madre benediceva il pane prima di iniziare a tagliarlo. Mi chiedo che cosa associassi alla benedizione da bambino. Non so descriverlo con esattezza. Ma evidentemente c’era l’intuizione che la vita è qualcosa di più di un funzionare esteriore, che tutto ciò che facciamo avviene sotto gli occhi benevoli di Dio, che tutto ciò che è importante per la nostra vita è toccato dalla mano benedicente di Dio e pieno del suo amore. Un confratello ha raccontato come lo abbia sempre colpito profondamente che sua madre benedicesse il pane. Ciò gli ha donato il senso del dono prezioso che costituisce il pane. Ancora oggi gli fa male vedere quanto spesso il pane viene tagliato e distribuito in maniera distratta. La benedizione conferisce al pane una qualità diversa. Nel pane è Dio stesso a nutrirmi, colui che dona ogni cosa buona.
Anche quando le persone portano a benedire i loro crocifissi, le candele e le fedi nuziali, mi chiedo quale anelito profondo si celi dietro questo gesto. È un fraintendimento magico? O non desiderano piuttosto avere qualcosa nella loro vita quotidiana che rammenti loro la benedizione di Dio, che faccia diventare tangibile per loro la promessa della presenza risanatrice e amorevole di Dio? Desiderano forse rammentarsi in maniera concreta della benedizione di Dio? Benedizione significa per loro vita divina, che compenetra la loro esistenza spesso debole e fragile. Benedizione significa vita riuscita, pienezza di vita. La benedizione conferisce alla loro esistenza un buon sapore. In ogni cosa si sentono toccate e avvolte dall’amore affettuoso di Dio.
In questo libro vorrei approfondire le domande che affiorano in me quando bene4ico e vorrei sviluppare alcuni aspetti della benedizione, così come ce li presentano la Bibbia e la tradizione spirituale. Così facendo non è una trattazione sistematica a interessarmi, bensì le esperienze che mi è stato concesso di fare con la benedizione.

Dalle mie esperienze di benedizione
Quando le persone mi chiedono di benedirle
Che cosa desiderano le persone che, dopo una conferenza o un dialogo, mi chiedono di benedirle? Se chiedessi loro perché desiderano la benedizione, probabilmente non saprebbero dirlo con esattezza nemmeno loro. Ci si potrebbe chiedere anche dal punto di vista teologico quale effetto abbia la benedizione. Grazie alla psicologia sappiamo che le parole hanno potere. La benedizione ha un effetto positivo, tanto quanto nuoce il suo contrario. Le parole cattive rimangono nel cuore di una persona. Le parole buone, le parole di benedizione, aprono uno spazio di vita e d’amore. Le parole benedicenti possono modificare una situazione. Perciò non pronuncio mai la benedizione soltanto su una determinata persona, bensì anche sempre sulla sua concreta situazione di vita. Le parole di benedizione sono in grado di sbrogliare situazioni intricate e di far tornare a scorrere qualcosa che si era bloccato.
Quando qualcuno mi chiede di benedirlo, cerco di immedesimarmi in lui e nella sua situazione concreta. Molti di coloro che desiderano la mia benedizione dopo una conferenza mi raccontano in breve il loro problema. Una coppia di sposi ha raccontato che al momento entrambi avevano grandi difficoltà l’uno con l’altra. Volevano essere benedetti, nella speranza che dopo il loro cammino avrebbe potuto tornare a funzionare. Si potrebbe obiettare che sarebbe meglio se la coppia provasse a esercitarsi in nuove forme di comunicazione. I due coniugi, però, hanno già fatto molti tentativi l’uno con l’altra. Nella terapia di coppia hanno lavorato a capirsi meglio a vicenda e a comportarsi con maggiore sensibilità l’uno con l’altra. Dalla benedizione sperano qualcos’altro. Vorrebbero essere benedetti da Dio. Vorrebbero fare l’esperienza che la mano protettrice di Dio è sopra di loro. Ciò li solleva dai loro sforzi. Dona a loro la speranza che il loro impegno per un buon rapporto reciproco alla fine possa riuscire.
Una donna mi racconta delle sue paure. Desidera che io la benedica. È un fraintendimento magico? Vuole che la paura se ne vada e basta?
Non sarebbe meglio dialogare con la paura e farsi condurre a Dio da essa? Quando benedico questa donna non lo faccio nella consapevolezza che ciò risolva tutti i suoi problemi. Le spiego per prima cosa come potrebbe gestire la sua paura, come debba concederle di esistere e iniziare a dialogare con essa. Tuttavia non le nego la benedizione. Avverto infatti l’anelito che sulla sua paura si posino mani protettrici e che l’amore benefico di Dio fluisca nella sua paura. La benedizione non è una garanzia che la paura non tornerà a tentare di afferrarla. Alcuni vengono con quest’idea magica, come se la benedizione risolvesse tutti i problemi senza che loro debbano fare qualcosa a questo scopo. La maggior parte delle persone, però, richiede la benedizione perché sente che per loro è troppo poco il semplice occuparsi delle paure dal punto di vista psicologico. Desiderano sentire sopra di sé la benedizione di Dio. Ciò non fa scomparire ogni loro paura, ma la ridimensiona. Quando la paura torna ad aumentare, si immaginano le mani protettrici di Dio che hanno percepito durante la benedizione.
Una donna incinta viene da me con suo marito. Racconta del bambino che cresce dentro di lei. Chiede la benedizione per un parto felice e perché entrambi accolgano il bambino con il cuore aperto e siano per lui una buona madre e un buon padre. Un uomo mi racconta della sua malattia. Una donna il giorno seguente deve andare in ospedale per sottoporsi a una difficile operazione. Un altro si sente tagliato fuori dalla vita. Tutte queste persone desiderano venire benedette. Talvolta c’è tutta una fila di persone in coda che chiede la benedizione. Qualche anno fa succedeva solo sporadicamente. E talvolta avevo degli scrupoli a osare, davanti ad altre persone, un gesto tanto intimo come l’imposizione delle mani e a pronunciare una preghiera personale. Nel frattempo, però, il desiderio profondo delle persone sconfigge il mio timore di amministrare la benedizione in un ambiente tanto rumoroso e in un contesto tanto mondano come la sala delle conferenze.
Quando qualcuno mi chiede la benedizione gli impongo le mani. E poi mi immedesimo nell’altra persona e mi affido alle parole che escono da me. Non voglio limitarmi semplicemente a una formula fissa, bensì, attraverso la benedizione, fare una promessa a quella concreta persona. Certo, ci sono anche formule fisse che ritornano con regolarità. Si tratta però della benedizione per questa persona concreta. Per la donna tormentata dalle paure prego per esempio così:
Dio buono e misericordioso, benedici questa mia sorella e tieni le tue mani amorevoli sopra di lei per proteggerla. Pervadi la sua paura con il tuo Santo Spirito e portala a contatto con la fiducia che è in serbo dentro di lei al fondo del suo cuore. Sottrai alla sua paura la forza paralizzante e distruttiva. Trasformala in un ricordo della tua vicinanza d’amore. Rafforza la sua fede che anche nella sua paura è al sicuro nelle tue mani buone. E mandale l’angelo della fiducia, che l’accompagni lungo il suo cammino e la conduca attraverso di esso in una libertà e in una vastità sempre maggiori. Ti benedica il Dio buono e misericordioso, il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo.
Nel caso di un uomo malato pregherei che Dio guarisca le sue ferite e che il suo Spirito Santo e risanatore penetri sempre più a fondo in lui.
Talvolta mi chiedo come stessero le cose per Gesù. Anche a lui si avvicinavano persone che volevano essere benedette. Le madri gli portavano i loro bambini perché egli imponesse loro le mani e li benedicesse. I padri andavano da Gesù perché egli benedicesse le loro figlie malate o i loro figli difficili, toccandoli con le sue mani. Evidentemente Gesù sprigionava qualcosa che attirava le persone e le incoraggiava a chiedere la sua benedizione. Talvolta ho paura che le persone mi invadano troppo. lo non sono Gesù e non ho il suo carisma. Tuttavia confido nel fatto che ogni cristiano, nel nome di Gesù e colmato dal suo Spirito, sia in grado di benedire. Per me, quindi, quando benedico, è importante non sommergere le persone con le mie emozioni, bensì essere permeabile allo Spirito di Gesù, affinché egli possa riversarsi nelle persone attraverso le mie mani.
Quando benedico una candela
Durante i miei corsi torno sempre a fare l’esperienza di come le persone mi preghino di benedire un oggetto. Hanno acquistato nella nostra libreria un crocifisso, una corona del rosario o una candela e desiderano che io li benedica. Si può pregare anche con una corona del rosario non benedetta. Quando una persona la porta a benedire, però, confida nel fatto che anche dalla sua preghiera scaturirà una benedizione per la sua vita e per la sua famiglia. Il crocifisso si può appendere in casa anche senza averlo benedetto. È magia farlo benedire prima di appenderlo? C’è differenza tra il crocifisso comprato e quello benedetto? Penso che tale differenza non si possa dimostrare. Però dal punto di vista emotivo è una differenza considerevole. Le persone desiderano associare una promessa al crocifisso che appendono in casa o porta al collo..
Un confratello ha raccontato di un uomo dilaniato e non limpido interiormente, che gli aveva regalato una pietra. Nella sua cella percepì come questa pietra avesse un’influenza negativa su di lui. Un suo amico peruviano, in visita proprio in quel periodo, si accorse subito che in quella pietra c’era qualcosa che non andava e la gettò lontano. Evidentemente ci sono oggetti carichi di energia negativa. In Africa esistono feticci che guariscono e altri che nuocciono. Evidentemente nel bisogno di benedizione spesso si cela anche il desiderio profondo di venire protetti dalle negatività. I primi monaci benedicevano gli oggetti che apparivano loro ambigui. E non di rado questi si spezzavano, perché erano posseduti dai demoni. Una volta san Benedetto pronunciò la benedizione sul calice di vino che gli veniva porto. Il calice subito si spezzò. La benedizione protegge quindi dalle intenzioni negative che le persone hanno posto in questi oggetti.
Quando pronuncio la benedizione sul crocifisso, diventa depositario di tutte le parole che pongo in esso. Benedire significa che prima di tutto glorifico Dio per creare uno spazio positivo e benefico. Poi vi pongo la benedizione, la promessa di Dio che egli è con quella persona. Anche sugli oggetti cerco di non recitare una formula fissa, ma di donare alle persone parole conformi alla dimensione simbolica dell’oggetto. Sul crocifisso recito più o meno la seguente preghiera:
Dio buono e misericordioso, benedici questo crocifisso e questa mia sorella (questo mio fratello) che lo appenderà a casa sua o lo porterà sul cuore. Fa’ che questo crocifisso sia per lei un segno dell’amore con cui, sulla croce, il tuo Figlio Gesù Cristo l’ha amata fino alla fine. Il crocifisso sia per lei la promessa che ogni parte di lei è amata, che in lei non c’ è nulla che non sia circondato dal tuo amore di perdono. La protegga da ogni pericolo e le mostri che tu proteggi la casa del suo cuore contro tutto ciò che potrebbe nuocerle. Rammentale attraverso il crocifisso che tuo Figlio Gesù Cristo è morto anche per lei, perché nei tuoi occhi lei è preziosa e di grande valore. Il Dio buono e misericordioso, il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo, benedica dunque questo crocifisso e in esso questa mia sorella. Amen.
Talvolta, durante le celebrazioni eucaristiche, i partecipanti posano sull’altare degli oggetti che hanno per loro un’importanza particolare. Alcuni posano la fede nuziale per farla benedire, altri una candela che hanno comprato, altri ancora una cartolina illustrata con una frase che li ha colpiti, un angelo che si può prendere in mano, oppure l’effige di un santo che desiderano donare a una persona che porta quel nome. Nella preghiera cerco di esprimere la dimensione simbolica di questi oggetti:
Possa la fede nuziale circondare questa mia sorella con l’amore di Dio, affinché questo amore tenga unito tutto ciò che tende a separarsi, dentro di lei o tra lei e suo marito. Possa guarire la lacerazione interiore. E possa rendere sempre più stretta l’unione tra lei e suo marito, affinché il vincolo dell’amore divino li unisca in te. Rammenti loro la sorgente interiore dell’amore, che zampilla dentro di lei e in loro e non si inaridisce mai, perché è divina. Smussa in lei ciò che è diventato angoloso e duro. Rinnova in lei la fedeltà a ciò che ha promesso a suo marito davanti a Dio. E mostrale che tu sei fedele e stai al suo fianco anche se viene colta dalla debolezza e cade.
La fede nuziale, del resto, è già stata benedetta una volta durante la celebrazione del matrimonio. La donna che la posa sull’altare prega che quella benedizione torni a rivivere in lei, che torni a determinare la sua vita. Nella candela le persone mettono davanti a Dio il loro anelito che attraverso la fiamma la loro vita possa diventare più luminosa e più completa, che Dio rischiari la loro oscurità, la loro depressione e che porti calore e amore nel loro gelo. Nell’effige di un santo desiderano che la salvezza operata da Dio in quella persona mostri anche a loro che possono realizzare qualcosa della specificità di quel santo anche nella propria esistenza. Desiderano che il santo possa portarle a contatto con il santo che è in loro, a partire dal quale tutto il resto può raggiungere la salvezza. Quando le persone portano un angelo, desiderano che un angelo le accompagni sempre e ovunque. Prendendo in mano l’immagine dell’angelo desiderano sperimentare concretamente la promessa di Dio: «Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato. Abbi rispetto della sua presenza e ascolta la sua voce» (Es 23 ,20s.).
Quando un sacerdote dispensa la benedizione della messa novella
Un confratello racconta della messa novella, la sua prima messa solenne dopo la consacrazione sacerdotale. L’esperienza che più lo ha colpito è stato vedere quante persone gli si avvicinarono per ricevere da lui la benedizione della messa novella. E si è chiesto che cosa si ‘nasconda dietro questo bisogno. In passato era noto il detto secondo cui per ricevere la benedizione della messa novella si dovrebbe consumare anche un paio di scarpe. Ma oggi che l’esaltazione dei sacerdoti è superata da tempo, che cosa spinge le persone a ricevere la benedizione della messa novella? Già l’aggettivo ‘novella’ esprime che qualcosa di nuovo, fresco, giovane, si riversa nella vita di una persona. Coloro che ricevono la benedizione della messa novella confidano nel fatto che il sacerdote appena consacrato benedice con cura particolare. E intuiscono che, attraverso la consacrazione, nella vita di quel giovane è entrato qualcosa a cui vorrebbero avere parte. È l’elemento sacro ciò che associano al sacerdote appena consacrato. Il sacerdote partecipa del sacro. È diventato il dispensatore del sacro. Soltanto il sacro è in grado di risanare. Così le persone desiderano ardentemente che scenda su di loro qualcosa di sacro in grado di guarirne le ferite, qualcosa di sacro in cui si sentano protette nel bel mezzo di un mondo imperfetto, in cui venire sottratte al tran tran della vita quotidiana e toccare ciò a cui anelano nel più profondo del loro cuore. Forse anche tu conosci in te l’anelito che la tua vita sia benedetta, che sia protetta dalla mano benedicente di Dio, che partecipi della sua pienezza, che prosperi grazie alla benedizione del Signore.
Se ricordo la mia messa novella trentatrè anni fa, anch’io fui molto toccato dal fatto di impartire la benedizione ai miei genitori e ai miei parenti, ma anche a molte persone vecchie e giovani, quando anch’io ero così giovane. Sentivo che le persone avevano fiducia di quella benedizione. Mi vergognavo, perché sapevo che, con i miei ventisei anni, non potevo dar nulla agli altri. Cercai però di confidare nel fatto che un po’ della benedizione di Dio si riversa sulle persone passando attraverso di me. Mi vidi come un canale, attraverso il quale 1’amore di Dio fluiva verso la gente. E pensai: ciò che la gente si aspetta dal neo-sacerdote in realtà vale per tutti. Tutti possono diventare per gli altri un canale attraverso il quale scorre lo Spirito di Dio, per colmare le persone della benedizione e dell’amore divini.

Come interpretano la benedizione i racconti della Bibbia
Negli ultimi anni, soprattutto nella chiesa evangelica, si è destato un nuovo interesse per il tema della benedizione. Due sono gli argomenti su cui riflettono i teologi protestanti: da un lato la benedizione come gesto. La benedizione è qualcosa di più che pregare a parole, si esprime attraverso un gesto. La benedizione può essere sperimentata dalle persone attraverso i sensi. Dall’altro lato, si è riscoperto Dio come creatore. Ciò significa che Dio non è soltanto il redentore, bensì anche il creatore e come creatore ha benedetto gli esseri umani, facendoli partecipare della ricchezza della sua creazione.
Benedizione e fecondità
La benedizione è uno dei temi centrali della Bibbia. Già al momento della creazione dell’essere umano Dio benedice Adamo ed Eva: «Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”» (Gen 1,28). La benedizione qui è collegata alla fecondità, con la moltiplicazione e l’incremento della vita. L’intero creato è una benedizione di Dio da cima a fondo. Dio copre di doni l’essere umano e fa sì che la sua esistenza porti frutto. È in questo che consiste uno dei desideri primordiali dell’essere umano, che la sua esistenza non resti inutile e infeconda. Quando prospera, quando porta frutto nei figli o in un’opera, l’essere umano vede un senso nella propria esistenza. La benedizione è una promessa di Dio all’essere umano che la sua esistenza è sotto la protezione del Signore e partecipa della sua energia creativa, che si esprime e porta frutto nell’uomo.
Il grande cruccio dell’essere umano sta nel fatto che la sua vita gli appaia priva di significato e che rimanga senza frutto. Le coppie di sposi spesso soffrono per la mancanza di figli. Le persone non sposate hanno talvolta l’impressione di non lasciare nulla in questo mondo. Non possono presentare né figli, né una grande opera. È un desiderio primordiale che la vita porti frutto. Per raggiungere l’armonia con se stesso, l’essere umano ha bisogno della sensazione di generare qualcosa, di creare qualcosa che resta. Non devono per forza essere i figli o una grande opera visibile a tutti. Ognuno, però, ha bisogno della certezza di portare frutto con la propria esistenza, di lasciare in questo mondo un’impronta che può essere lasciata soltanto da lui.
Di una donna incinta diciamo che è fertile. Ciò che vale per lei, è anche una promessa a ciascuno di noi. Anche noi siamo fertili. Nel nostro corpo si esprime la benedizione di Dio. E attraverso il nostro corpo deve fluire benedizione in questo mondo, qualcosa che può prosperare e diventare visibile nel mondo esclusivamente attraverso di noi. Lo psicologo americano Erik Erikson la definisce generatività. È espressione di una persona matura. Parte integrante della buona riuscita dell’esistenza umana è il fatto che io crei qualcosa che mi sopravviva e vada oltre la mia persona. Quando vado al lavoro o vivo gli incontri con gli altri con la consapevolezza di essere fertile, lo farò confidando nel fatto che da me si sprigiona benedizione, che il mio lavoro diventa una benedizione per gli altri e che il dialogo o lo sguardo amorevole fa scaturire la vita nell’altra persona. In quanto benedetto posso essere sorgente di benedizione. Ciò conferisce alla mia esistenza un sapore nuovo, il sapore della benedizione e non quello amaro di quanto è sterile e privo di valore.
Ti auguro, caro lettore, cara lettrice, che ti senta benedetto/ a da Dio fin dalla nascita. Su di te c’è sin dall’inizio la benedizione di Dio, che ti dice: «È bene che tu esista. Sei benvenuto/a su questa terra. Vivi la tua vita e sii fecondo/a!». Ringrazia Dio per averti creato così come sei e per tutto ciò che ti ha già donato in questa vita. La gratitudine ti donerà un nuovo sapore, il sapore della vitalità e della gioia.
Abramo, il benedetto
Il patriarca di Israele e padre della fede è Abramo. Dio gli promette: «Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione... In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,2s.). Qui la benedizione non consiste soltanto nella fecondità, bensì anche nell’elezione. Abramo è una persona speciale. Viene scelto da Dio come progenitore di un grande popolo. La benedizione è sempre collegata all’elezione. Quando benedico una persona, questa sa di essere stata eletta da Dio. Eleggere ha a che fare con volere. La persona benedetta ed eletta sa di essere voluta da Dio, sa di essere accettata e approvata incondizionatamente. La Bibbia associa spesso la benedizione di Dio a un nuovo nome. Anche ad Abramo viene dato un nome nuovo. La benedizione istituisce una nuova identità. L’essere umano non si sente più segnato da un’onta. Viene chiamato da Dio stesso con un nome nuovo. È creato, plasmato, costituito, amato e accettato interamente da Dio. Trova la sua identità in un’intensa relazione con Dio. Sa di non poter vivere senza questa relazione di amicizia con Dio, che accorda fecondità alla sua vita.
Elezione significa anche che Dio ritiene l’essere umano capace di compiere qualcosa. Dio pretende da Abramo che abbandoni la propria terra, i parenti e la casa paterna. I monaci hanno visto questa partenza come archetipo per ogni essere umano. Ogni essere umano deve abbandonare ogni dipendenza, i sentimenti del passato e le cose visibili con cui si identifica volentieri. Il rischio della partenza, però, può essere corso soltanto da chi sa di essere sotto la benedizione di Dio. Partendo lascia andare tutto ciò con cui finora si è sentito benedetto: i suoi beni, i suoi genitori, i suoi amici, tutto ciò che gli è consueto. Essere sotto la benedizione di Dio significa: percorrere il proprio cammino sotto la sua mano che protegge, confidando nel fatto che in noi Dio crea qualcosa di nuovo e volge a buon fine la nostra esistenza. Abramo non è una persona priva di difetti, esattamente come noi, pur essendo benedetti, continuiamo a essere pieni di difetti e di debolezze. Non di rado soffriamo per i nostri difetti. Ci sentiamo lacerati. La benedizione tiene unito ciò che noi non riusciamo a comporre.
Ti auguro quindi che tu ti sappia benedetto ed eletto da Dio e che la benedizione di Dio unisca dentro di te tutto ciò che talvolta minaccia di lacerarti. Dio ti benedica, affinché tu, come Abramo, possa percorrere la tua strada pieno di fiducia e ti sappia circondato sempre e ovunque dalla vicinanza protettrice di Dio.
«Diventerai una benedizione», dice Dio ad Abramo. È la promessa più bella che possa essere fatta a una persona: essere una benedizione per gli altri, diventare sorgente di benedizione per gli altri. Talvolta diciamo a proposito di una persona che è una benedizione per la comunità, l’azienda, il paese. Di alcuni bambini si dice che sono una benedizione per la famiglia. Intendiamo con questo che quel bambino ha in sé qualcosa che fa bene agli altri. Forse ha un carattere solare. Oppure effonde pace intorno a sé. Oppure c’è in lui qualcosa di schietto e di puro di cui tutti gioiscono. Ogni comunità ha bisogno di persone che siano una benedizione per essa. Alla lunga, senza persone benedette una comunità non può sussistere.
Quando diciamo di un adulto che è una benedizione per la comunità, pensiamo anche all’influenza positiva che si sprigiona da lui. Da una persona del genere si effonde speranza per gli altri. La sua influenza riconcilia, non divide. E da questa persona partono nuove idee. Della sua inventiva, della sua creatività vivono anche un po’ gli altri. Senza di lei la comunità si spaccherebbe. Una persona benedetta unisce le persone. Trasmette ad altri la benedizione che ha ricevuto.
Gli innamorati fanno l’esperienza che il loro amico o la loro amica diventa una benedizione per loro. Gli innamorati rifioriscono. Vicino al partner imparano ad accettare se stessi. Cresce una nuova fiducia in se stessi. Quanto è buio si rischiara, la disperazione sparisce. Lo sconforto se ne va. All’improvviso la vita riacquista fantasia e creatività. Si sviluppano nuove idee. Ciò che era pietrificato diventa vivo.
Alcuni hanno l’impressione che il loro medico, la loro terapeuta o il loro padre spirituale sia una benedizione per loro. Dalla loro guida spirituale si sprigiona qualcosa che fa bene all’anima. Allora i dubbi su se stessi si disperdono, la svalutazione e la condanna di sé cessano. Da quella persona ricevono nuova speranza che la loro vita vada a buon fine.
Anche tu, caro lettore, cara lettrice, sei una benedizione per altre persone. Dio te ne ritiene capace. Non devi compiere imprese speciali per diventare una benedizione per gli altri. Basta che tu sia interamente te stesso/a. Così come sei, nella tua unicità, sei una benedizione per gli altri. Smetti di svalutarti, e sii grato/ a del fatto che Dio ti ha eletto a sorgente di benedizione per gli altri.
La benedizione notturna di Giacobbe
La Bibbia ci narra una storia singolare. È la storia della benedizione notturna che Giacobbe riceve proprio dall’uomo che ha lottato con lui tutta la notte. Da giovane Giacobbe aveva ottenuto con l’inganno da suo padre Isacco la benedizione del primogenito, suscitando così l’ira di suo fratello Esaù contro di sé. Questa benedizione appare qui come qualcosa di tangibile, qualcosa che non si può dare due volte. Giacobbe è in vantaggio rispetto a suo fratello Esaù. La benedizione del primogenito consiste nel fatto che ora Giacobbe sarà signore dei suoi fratelli.
A Giacobbe sembra riuscire ogni cosa. Torna a casa con grandi ricchezze, le sue due mogli e molti figli. Ma gli viene annunciato che suo fratello Esaù gli sta venendo incontro. Ora si ritrova a fare i conti con la paura. Esaù rappresenta l’ombra di Giacobbe. Giacobbe deve affrontare la propria ombra affinché la sua vita diventi davvero una benedizione. La Bibbia ce lo descrive nella lotta notturna con un uomo oscuro che si fa riconoscere come angelo di Dio. I due lottano nella notte, senza che uno dei due riporti la vittoria. Quando sorge l’aurora, l’angelo prega Giacobbe di lasciarlo andare. Giacobbe ribatte: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!» (Gen 32,27). Giacobbe lotta per la benedizione. Ci tiene tanto a essere benedetto da Dio da lottare come se fosse questione di vita o di morte. Dio in persona benedice Giacobbe e gli dà un nuovo nome: «Non ti chiamerai più Giacobbe [truffatore, ma Israele [colui che lotta con Dio]» (Gen 32,29).
È un paradosso che proprio ciò che è pericoloso per me e mi combatte debba benedirmi. In un primo momento a Giacobbe Dio non appare affatto come colui che benedice, bensì come colui che lo mette in discussione, che gli sbarra la strada. Da un punto di vista psicologico, si tratta di un incontro con l’ombra. Prima che Giacobbe possa riconciliarsi con suo fratello Esaù, deve incontrare l’ombra dentro di sé, la parte che imbroglia, quella falsa, la propria menzogna esistenziale. E proprio l’incontro con l’ombra si trasforma per lui in benedizione. La sua vita acquista una qualità nuova. Non soltanto riesce a riconciliarsi con il fratello, ma diventa uno dei patriarchi di Israele.
Pensiamo di incontrare la benedizione di Dio nelle situazioni in cui abbiamo successo, in cui tutto ci riesce. La storia di Giacobbe ci dimostra che sperimentiamo la benedizione proprio dove abbiamo toccato il fondo, dove incontriamo dolorosamente noi stessi, la nostra falsità, il nostro rifiuto della vita, il nostro sconfinato egoismo. Se diciamo di sì a noi stessi così come siamo, persino la parte debole e falsa di noi può trasformarsi in sorgente di benedizione. Dio non benedice ciò che è perfetto, ma ciò che è imperfetto, non ciò che è intero: ma ciò che è spezzato. Attraverso la benedizione il ramoscello tagliato torna a rifiorire. E la notte si trasforma in giorno chiaro.
Dio ti benedica anche dove ti senti fallito, dove soffri per le tue debolezze, dove sei circondato dall’oscurità. Non darti per vinto, quando tutto sembra privo di vie d’uscita e non sai come andare avanti, quando sei stanco della lotta e preferiresti darti per vinto. Allora, come Giacobbe, grida testardamente nella notte del buio e della tentazione: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!».
Benedizione o maledizione
Nel Deuteronomio Dio pone davanti al popolo la benedizione o la maledizione. Mette il popolo davanti all’alternativa di scegliere l’una o l’altra:
«Vedete, io pongo oggi davanti a voi una benedizione e una maledizione: la benedizione, se obbedite ai comandi del Signore vostro Dio, che oggi vi do; la maledizione se non obbedite ai comandi del Signore vostro Dio e se vi allontanate dalla via che oggi vi prescrivo, per seguire dèi stranieri, che voi non avete conosciuto» (Dt 11,26-28).
Possiamo dunque essere noi a scegliere tra benedizione e maledizione. Se ci atteniamo ai comandamenti, se viviamo in conformità della nostra natura di esseri umani, siamo benedetti. Se però agiamo contro la nostra natura e ci facciamo condizionare dalle nostre brame e dalle nostre pulsioni, scegliamo la maledizione. Dio afferma il Deuteronomio - ha legato il comportarsi secondo i comandamenti alla benedizione e l’allontanarsi dalla retta via alla maledizione. E sta in mano nostra scegliere l’una o l’altra. Se ci atteniamo ai comandamenti, la nostra vita viene benedetta. Porterà frutto e prospererà. Se invece voltiamo le spalle a Dio, sperimentiamo la maledizione. Per l’Antico Testamento, la maledizione è sempre un indebolirsi della vita. Il maledetto si sente ripudiato da Dio e vive estraniato dal Signore e da se stesso.
Esiste però anche l’esperienza che una persona ne maledica un’altra. Nel libro dei Numeri si narra di come il re Balak, nella sua paura del popolo di Israele, mandi a chiamare l’indovino Balaam. Gli dà l’incarico di maledire il popolo di Israele. Una volta che il popolo sarà maledetto spera di sconfiggerlo. Ma Dio ordina all’indovino: «Non maledirai quel popolo, perché esso è benedetto» (Nm 22,12). Chi è stato benedetto da Dio non può venire maledetto da un essere umano. Molte persone si sentono maledette. La parola tedesca fluchen, maledire, deriva da un gesto a cui si associava il malaugurio. Ci si batteva il petto con il palmo della mano aperta, per esprimere che si augurava il male all’altra persona.
Torno sempre a incontrare persone che hanno l’impressione di essere maledette. Quando chiedo maggiori dettagli, mi raccontano che il padre, in preda all’ira, ha gridato loro: «Non farai mai strada. Non troverai mai un marito. Vedrai come finirai in malora». Altre sono piene di paura, perché un parente ha augurato loro di avere un bambino disabile o di rimanere sterili. Anche se con la ragione ci rendiamo conto che questi auguri malvagi nascono dall’amarezza di persone malate, ben difficilmente riusciamo a sottrarci alloro potere. In noi permane la sensazione confusa che le parole non siano soltanto parole, ma abbiano un certo effetto. Talvolta le persone maledette si sentono rose interiormente. Anelano alla benedizione che scioglierà la maledizione che pesa sulla loro anima. Non basta dire loro che la maledizione non ha valore, perché essa dimora nella loro anima. C’è bisogno di una potente benedizione. Impongo le mani a queste persone e, in nome di Gesù Cristo, dico che protegga la loro anima dall’influsso nocivo delle parole altrui e che faccia penetrare sempre più a fondo nel loro cuore la sua parola di vita.
Una volta è venuta da me una donna che durante l’infanzia aveva subito degli abusi sessuali da parte di un sacerdote. Questi l’aveva maledetta. Se mai l’avesse raccontato a qualcuno, sarebbe morta. Quella donna non osava più andare in chiesa. Desiderava ardentemente partecipare alla messa. Ma non appena entrava in una chiesa, quella maledizione scendeva su di lei e la paralizzava. Un’amica la persuase a parlare con me. Quando le andai incontro amichevolmente e le tesi la mano, si tirò indietro. Ebbe il coraggio di parlarmi soltanto perché l’amica entrò con lei nel parlatorio. E ci volle molto tempo, prima che il suo blocco si sciogliesse e trovasse la fiducia di dire ciò che le pesava sull’anima. Le chiesi se potevo impartirle la benedizione e imporle le mani. Lo volle.
Durante quella benedizione ho sentito che tutti i miei bisogni di mostrare partecipazione o riuscire ad aiutare dovevano passare in seconda linea. Dev’essere una benedizione pura, in cui sono permeabile soltanto allo Spirito di Dio. Ed ero consapevole del fatto che la benedizione ha bisogno di autorità conferita dall’alto. Benedico in nome di Dio. Benedico con la forza della croce, sulla quale Gesù ha sconfitto il potere dei demoni. Affiorano in me immagini archetipe, per esempio l’immagine che Cristo protegge la donna con il suo potere, che con il segno della croce suggello la fronte affinché non possa entrare niente di negativo. E in questa situazione comprendo all’improvviso la frase di san Paolo, che altrimenti mi risulta piuttosto estranea, cioè che sulla croce Gesù è diventato maledizione per noi, per riscattarci dalla maledizione (cfr. Gal 3 , 13s.).
Forse conosci anche tu parole di maledizione che sono rimaste nella tua anima. Sovrapponi a queste parole oscure la Parola iniziale che ti è stata affidata nel battesimo: «Tu sei il mio figlio diletto. . Tu sei la mia figlia diletta. In te mi sono compiaciuto». Oppure pronuncia nel tuo cuore l’augurio con cui Paolo benedice Timoteo, il destinatario delle sue lettere: «Grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e Cristo Gesù Signore nostro» (2 Tm 1,2).
Donne che si benedicono a vicenda
Quando Maria visitò sua cugina Elisabetta, quest’ultima fu piena di Spirito Santo ed esclamò: «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!» (Lc 1,42). La donna più anziana benedice la più giovane. Entrambe le donne sono incinte. È un incontro prodigioso quello che ci viene descritto da Luca nel suo vangelo. In quanto greco, Luca ha una sensibilità particolare per la dignità della donna e per la sua capacità di sentire che il nostro compito più importante è benedirci a vicenda e diventare una benedizione per gli altri. Le donne dicono di se stesse che sono fertili, quando sono incinte. Le donne conoscono la grande benedizione della creazione. Ai giorni nostri sono proprio le donne ad aver sviluppato nuove forme di liturgia della benedizione. Amano benedirsi a vicenda.
Nell’incontro tra Maria ed Elisabetta vedo una dimensione affettuosa nel rapporto reciproco. Lì non è questione di rivalità, come sperimentano spesso gli uomini nelle loro relazioni interpersonali. Lì è questione di gioire per l’altra persona e della capacità di vivere insieme la benedizione di Dio, che è destinata a tutti, e di gioirne insieme agli altri. La benedizione pronunciata da Elisabetta su Maria rende viva anche lei. Il bambino le sussulta nel grembo. Il suo isolamento si trasforma in nuova vitalità. E Maria, la benedetta, prorompe nel canto di lode del Magnificat. Trasmette ad altri la benedizione di Dio. Benedire significa: lodare Dio per tutto ciò che ha fatto per noi. Dio è la fonte di ogni benedizione. Per questo fa parte della benedizione la lode di Dio come nostro creatore, redentore e salvatore.
Con questo racconto l’evangelista ci invita a benedirci a vicenda. Benedirsi a vicenda può avvenire attraverso un gesto, per esempio tracciando una croce sulla fronte dell’altra persona. Ma può anche semplicemente avvenire attraverso una parola. Elisabetta benedice Maria dicendole qualcosa di buono. La parola greca per ‘benedire’, euloghein, e la traduzione latina benedicere, significano: dire qualcosa di buono, dire bene. Benedire consiste nel dire qualcosa di buono dell’altro, su di lui e rivolto a lui. Elisabetta glorifica Maria come la donna che è benedetta più di tutte le altre, che ha una dignità inviolabile. Nella benedizione Elisabetta vede il mistero di questa giovane donna e del bambino che porta in grembo. Ciò che Elisabetta dice a proposito di Maria vale per ciascuno di noi. Ognuno di noi è una donna benedetta, un uomo benedetto. Ogni donna è sotto la benedizione di Dio. Ognuno è creato e amato da Dio come persona speciale e unica.
Elisabetta non glorifica soltanto Maria, bensì anche il frutto del suo seno. La benedizione che promette a sua cugina si riferisce al bambino che le cresce in grembo. Essere benedetti significa che in me fiorisce qualcosa di nuovo. Nei sogni il bambino rappresenta sempre qualcosa di nuovo e genuino, che desidera aprirsi una strada in me, attraverso tutto ciò che non è autentico e nasconde la mia vera natura. Oggi molte persone soffrono del fatto che la loro vita scorre in maniera monotona e basta, senza che accada nulla di notevole. Si sentono logorate. Tutto segue il suo corso abituale. Essere benedetti come Maria significa che Dio fa fiorire in me qualcosa di nuovo, che mi porta a contatto con l’immagine genuina e originale che egli si è fatto di me.
A proposito del bambino che Maria metterà al mondo, l’angelo dice: «Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio» (Lc 1,35). Il nostro nucleo più intimo, l’immagine intatta di Dio dentro di noi, sono santi, sacri. In ognuno di noi c’è qualcosa di sacro, di cui gli esseri umani non possono disporre. Il sacro, infatti, è proprio ciò che è sottratto alla signoria del mondo. Per i Greci soltanto ciò che è sacro può risanare. L’angelo promette anche a noi che dentro di noi esiste qualcosa di santo, di sacro, che ha raggiunto salvezza e perfezione, che è intatto e non infettato dalla colpa.
Se sei a contatto con quanto di santo è in te, potrai avere un’zione benefica sugli altri. Allora - benedetto come Maria - anche tu diventerai una benedizione per gli altri. Ti auguro che, come Maria, tu sappia dire di sì al fatto che Dio ti ha benedetto e ti dona un figlio che sarà chiamato santo. È un mistero quello che avviene in te quando il bambino divino nasce dentro di te. Il mistero ha bisogno della tua parola di fede, come quella che ha pronunciato Maria dandoti l’esempio: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38).
La benedizione del vecchio Simeone
Luca ci narra un’altra splendida storia di benedizione. Quando Maria e Giuseppe portano il loro bambino al tempio, vi incontrano il vecchio Simeone. Simeone prende il bambino tra le braccia per benedirlo. E lodando Dio, dice parole stupende sul neonato. In quel bambino i suoi occhi hanno visto la salvezza, la luce che illumina le genti e la gloria di Israele. È senz’ altro la cosa più bella che si possa dire di una persona: «Quando ti vedo, vedo la salvezza che Dio ha preparato agli uomini». Ogni persona ha una sua profondissima vocazione a portare gli altri alla salvezza, a che gli altri raggiungano attraverso di lei la salvezza e la perfezione.
Con Simeone vorrei dirti: «In te vedo la luce. Sei un raggio di speranza in questo mondo. Rischiari i miei occhi. Sei gloria. In te risplende la bellezza di Dio.
In te un po’ dell’amore di Dio riluce in questo mondo. Attraverso di te il mondo diventa più luminoso e più caldo. Vicino a te mi si riscalda il cuore». Forse pensi che questo, per quanto ti riguarda, non sia vero. Ma le parole benedicenti di Simeone valgono anche per te. Anche tu, infatti; sei benedetto, come il bambino di Maria.
Quando il bambino benedetto da Simeone fu diventato uomo, benedì altri bambini. Evidentemente la gente aveva l’impressione che questo Gesù di Nazaret fosse una persona benedetta. Così gli portavano i loro bambini, affinché imponesse loro le mani e li benedicesse (Mc 10,1316). Volevano che i loro bambini partecipassero della benedizione di quest’uomo Gesù. Sentivano che la presenza di Gesù faceva bene a loro e ai loro bambini, che da Gesù si sprigionavano benedizione, accoglienza, incoraggiamento, vita e amore. Gesù prende i bambini tra le braccia, impone loro le mani e li benedice. È un gesto affettuoso di benedizione. Nell’abbraccio Gesù dimostra loro che sono abbracciati e amati da Dio, che la presenza di guarigione e d’amore di Dio li circonda sempre. Attraverso l’abbraccio, la benedizione si fa concreta. I bambini si sentono amati, accettati. La benedizione ha in sé qualcosa di affettuoso.
Gesù impone loro le mani. Nell’imposizione delle mani non faccio soltanto l’esperienza dello Spirito Santo di Dio e della sua forza risanatrice, che si riversa in me, bensì anche della sua protezione. In tutto ciò che faccio so che Dio stesso tiene le sue mani protettrici sul mio capo. L’imposizione delle mani è il gesto di, benedizione più intenso. In esso l’amore di Dio può essere sperimentato fisicamente come contatto affettuoso e come un flusso che mi pervade. A questo intenso gesto di benedizione, l’imposizione delle mani, Gesù associa una parola buona, una parola di incoraggiamento. La sua parola crea relazione e comunione. Gesù offre ai bambini la sua amicizia personale. Ma attraverso la benedizione comunica loro anche che appartengono al regno di Dio, che si trovano alla presenza risanatrice e protettiva di Dio.
Molti genitori, la sera, prima di andare a dormire, hanno l’abitudine di benedire i loro figli. Quando un figlio è ancora piccolo, attraverso la benedizione si sente al sicuro e protetto. Una madre, ogni sera, posa in silenzio la mano sul capo del suo bambino che è già a letto e prega per lui. Ciò trasmette al bambino l’esperienza che Dio tiene le sue mani buone su di lui e che è bene detto e amato da Dio. Un padre, ogni volta che i figli stanno per andare via da casa per un periodo piuttosto lungo, fa loro un segno della croce sulla fronte. Una madre mi ha raccontato che i suoi figli le presentavano sempre la fronte per ricevere da lei la benedizione. Evidentemente anelavano al tenero affetto della benedizione. In essa facevano l’esperienza della promessa: «Sei benedetto da Dio. Non sono soltanto io a pensare a te, ma Dio tiene la sua mano affettuosa su di te». Quando i figli crebbero, la madre ebbe degli scrupoli a continuare a fare loro il segno della croce sulla fronte. Ma quando tralasciò di farlo, i figli ormai adulti lo reclamano. Per loro costituiva un bisogno sperimentare la benedizione della madre. A che cosa anelavano quei giovani uomini? Dato che non li conosco, posso soltanto fare delle supposizioni. Penso però che volessero sperimentare fisicamente che sono benedetti, che non sono soli, che non è soltanto la madre ad accompagnarli con il suo amore, bensì anche Dio, che è loro vicino, anche se, lontano da casa, si sentono soli. Desidero perciò incoraggiare padri e madri a benedire i loro figli.
Nel segno della croce, nell’imposizione delle mani o nella parola di benedizione metti il tuo amore, la tua benevolenza, le tue premure e la tua fiducia che tuo figlio è benedetto da Dio. La benedizione che dai a tuo figlio ti libera dalle preoccupazioni timorose per lui. Sai che è sotto la benedizione di Dio, che percorre la sua strada da persona benedetta e che la benedizione è come una mano protettrice che lo accompagna e circonda.
Se mi ricordo di come mio padre mi tracciava la croce sulla fronte quando ritornavo in collegio a Miinsterschwarzach, in quel gesto non c’era soltanto un senso di dedizione affettuosa. Con quel piccolo gesto mio padre esprimeva dei sentimenti che altrimenti non riusciva a mostrare con facilità. Era anche la certezza che la benedizione mi accompagnava e che in essa mi accompagnava anche l’affetto di mio padre, quando tornavo nell’atmosfera un po’ più dura del collegio.
Non dovrebbero essere soltanto padri e madri a benedire i loro figli. Possiamo anche benedirci a vicenda. Il ragazzo può tracciare la croce sulla fronte della sua ragazza e viceversa.
Con questo gesto amorevole esprimiamo verso l’altra persona che:
«Vai bene così come sei. Ogni aspetto contrapposto in te è toccato dall’amore di Dio. Appartieni a Dio. Non c’è un re o un imperatore sopra di te. Sei libero. Percorri la tua strada sotto lo sguardo amorevole di Dio, che ti dice: “Sei il benvenuto in questo mondo. Abbi fiducia nella vita. Io vengo con te”».
Benedetti attraverso Gesù Cristo
La lettera agli Efesini vede l’operato di redenzione e riscatto di Dio in Gesù Cristo come benedizione. Con l’immagine della benedizione l’autore esprime ciò che Dio ha fatto per noi in Gesù Cristo. La lettera inizia con un rendimento di lode:
«Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto» (Ef 1,3s.).
La benedizione con cui Dio ci ha benedetti consiste nel fatto che ci ha scelti in Gesù Cristo. In Gesù Dio ha diretto lo sguardo su ciascuno di noi, ricolmandoci di tutto l’amore che ha donato a suo figlio. In Gesù, però, ci ha anche chiamati a essere santi e immacolati al suo cospetto. L’8 dicembre, nella solennità di Maria immacolata, la liturgia riferisce questa frase a Maria, la Madre di Dio. Allo stesso tempo, però, questa frase vale anche per noi. In Gesù Cristo siamo già santi e immacolati. Là dove Gesù è in noi, c’è in noi qualcosa di sincero e di puro. Lì il peccato non ha alcun potere su di noi. In Cristo Dio ci ha benedetti, dicendoci:
«Tu sei buono. Ti ho creato buono. E ai miei occhi sei buono, santo e immacolato. Il mondo non ha potere su di te. In te non c’è nessuna macchia. Quando sei in comunione con il mio figlio è tutto buono in te».
Paolo sviluppa questa grande benedizione che abbiamo ricevuto in Gesù Cristo. Consiste nel fatto che in Gesù ci è stata donata la redenzione, «la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia» (Ef 1,7). Redenzione significa in realtà liberazione, riscatto. In Gesù non siamo più in balia di forze demoniache che vorrebbero nuocerci. In Cristo persino il peccato non ha potere su di noi. Siamo sottratti alla sua orbita. Non abbiamo più bisogno di condannarci. In Gesù, infatti, Dio ei ha rimesso i peccati. Non ei gravano più addosso per paralizzarci con i sensi di colpa. Là dove siamo benedetti in Cristo il peccato non conta più. Non dobbiamo scontarlo. Possiamo semplicemente lasciarlo andare. La benedizione è più forte della maledizione che spesso ci infliggiamo da soli quando ci dilaniamo con i sensi di colpa, indebolendo così la nostra energia vitale.
Il terzo effetto che la lettera agli Efesini attribuisce alla grande benedizione in Gesù Cristo è «l’iniziazione al mistero» (Heinrich Schlier, 39 [trad. it. cit., 20s.]). Viene sviluppata in Ef 1,8-10:
«Egli l’ha [la grazia] abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero [mysterion] della sua volontà, secondo quanto, nella sua benevolenza, aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno, cioè, di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra».
In Gesù Dio ei ha resi partecipi della sua sapienza. Abbiamo conquistato la gnosis, a cui le persone dell’epoca tanto anelavano. Gnosis significa: conoscenza, illuminazione, vero sapere. In Gesù siamo diventati sapienti. In lui comprendiamo i veri motivi delle cose. In lui riconosciamo la nostra vera natura. E questa vera natura consiste nel fatto che Cristo è in noi e unisce tutti quei nostri ambiti che non di rado viviamo come separati: tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra, la parte terrena e quella celeste, quella oscura e quella luminosa, quella debole e quella forte, la nostra caducità e l’immortalità di Dio. Il mistero della sua volontà è: «Cristo in noi». Così è stato descritto dalla lettera ai Colossesi:
«Dio volle far conoscere [loro] la gloriosa ricchezza di questo mistero [mysterium] in mezzo ai pagani, cioè Cristo in mezzo a voi, speranza della gloria» (Col 1,27).
Si può tradurre anche come «Cristo in voi, speranza della gloria». In ciò consiste la benedizione più profonda che Dio ei ha donato in Cristo. Cristo stesso è in noi. È in noi come colui che unisce dentro di noi ciò che è separato e scisso. Ed è in noi come speranza della gloria. È come la caparra che cresceremo nella forma (d6xa) che Dio ci ha assegnato, che la gloria di Dio risplenda pura e chiara in noi.
Medita tra te e te l’inizio della lettera agli Efesini e lascia cadere nel profondo del tuo cuore le parole: «Ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto» (Ef 1,3s.). Durante la meditazione non devi tanto riflettere sulle parole quanto accogliere le parole nel tuo cuore) nella fede che «questa è la verità. Questa è la realtà autentica. lo sono benedetto. Sono scelto da Dio, eletto, amato incondizionatamente. Là, dove la benedizione di Dio si posa su me, sono santo e immacolato».


Dal tesoro delle forme di benedizione
Nella tradizione cristiana abbiamo sviluppato varie forme di benedizione. Benediciamo con la croce, con l’acqua santa o con le parole. Ed esistono diversi gesti di benedizione delle mani: l’allargare le braccia e l’imposizione delle mani.
La forza della croce è posta su di te
La parola tedesca segnen, benedire, deriva da due parole latine: signare e secare. Signare significa: ‘contrassegnare’. Signum è il segno. Con questo termine il linguaggio della chiesa indica sempre il segno della croce. E secare significa: ‘incidere, tagliare’. I primi cristiani si facevano il segno della croce già nel I secolo. E alcuni si tatuavano la croce sulla fronte. Oggi alcuni giovani si tatuano immagini negative. Non fanno bene alla loro anima. I primi cristiani vedevano nella croce un segno di protezione da tutti i mali e un segno dell’amore di Dio che tocca e trasforma ogni cosa dentro di loro. Per i primi cristiani la croce non era tanto un simbolo della passione di Cristo. Riprendevano piuttosto l’interpretazione del vangelo di Giovanni, secondo cui la morte di Gesù sulla croce è il compimento dell’amore. La croce è un segno del fatto che Gesù ci ha amato fino alla fine, che in noi ama tutto. La croce è un’immagine dei poli opposti dentro di noi, di cui non di rado soffriamo. Quando mi faccio il segno della croce, professo che ogni aspetto contrastante in me è toccato dall’amore di Dio. Non c’è nulla che sia escluso da questo amore. Attraverso il segno della croce mi accerto fisicamente dell’amore di Dio.
Il grande segno della croce va dalla fronte al ventre e dalla spalla sinistra a quella destra. Incido l’amore di Dio nella fronte, affinché la mia mente non sia fredda e calcolatrice, bensì pervasa dall’amore. Il ventre rappresenta la forza vitale e la sessualità. Anche in questo ambito traccio il segno dell’amore di Dio. In me non esiste nulla che non sia accettato dall’amore di Dio e colmo di esso. E in questo gesto esprimo la speranza che l’amore di Dio trasformi e purifichi il mio amore, spesso inquinato dal desiderio di possesso. La spalla sinistra indica da un lato l’inconscio, dall’altro la parte femminile e per finire anche il cuore, la sede dell’amore, il centro della persona. La spalla destra è la metafora della parte conscia, di quella maschile e dell’azione. Con il segno della croce benedico ogni ambito del mio corpo e della mia anima. La benedizione di Dio, che si è manifestata nella maniera più chiara sulla croce, pervade ogni parte di me, il pensiero, la forza vitale e la sessualità, il conscio e l’inconscio, la parte luminosa e quella oscura. Nel segno della croce torno sempre a richiamare alla mente la consapevolezza che sono benedetto da Dio. Mi è lecito benedire me stesso, perché Dio ha posto sotto la sua benedizione ogni parte di me.
Ricollegandomi a una preghiera della chiesa siriana, associo volentieri il segno della croce alle seguenti parole:
«Nel nome del Padre, che mi ha ideato e plasmato; e del Figlio, che è disceso nella mia umanità; e dello Spirito Santo, che volge il male in bene».
Nel segno della croce sperimento la benedizione che mi viene donata attraverso la creazione e attraverso l’incarnazione e la redenzione in Gesù Cristo. E faccio l’esperienza che sono accolto nella vita e nell’amore del Dio unitrino. Così come Dio è uno e trina, anche in me esistono tre ambiti in cui Dio vorrebbe penetrare: la mente, l’anima e il corpo. Vedo Dio come Padre che mi ha creato e mi ha dato una mente ricca di inventiva, affinché io sia creativo a mia volta. Vedo il Figlio come colui che scende dal cielo e come ci mostra Giovanni nella lavanda dei piedi - si china fin nella polvere della terra per guarirmi proprio nella mia parte più vulnerabile. Il segno della croce mi incoraggia a scendere insieme a Cristo nella mia umanità, con le sue pulsioni e le sue brame. Soltanto così l’elemento pulsionale può venire trasformato. E vedo lo Spirito Santo come colui che unisce quanto è lacerato e diviso in me, che mette in collegamento il cuore con l’azione, l’inconscio con il conscio, il maschile con il femminile, il forte con il debole, la parte che ha successo con quella che non ce l’ha. Lo Spirito Santo mi incoraggia ad accettare ogni parte di me e a non scindere nulla.
Un’altra forma del segno della croce viene praticata nella liturgia prima della lettura del vangelo. Con il pollice mi traccio una croce sulla fronte, sulla bocca e sul petto. In tal modo esprimo che la parola di Dio diventa una benedizione per il mio pensiero, che caratterizza i miei discorsi e penetra nel profondo del mio cuore. Quando le persone si benedicono a vicenda, lo fanno spesso tracciandosi reciprocamente la croce sulla fronte. In molte case è ancora consuetudine incidere una croce nel pane che si inizia a tagliare. Nella chiesa delle origini si tracciava il segno della croce sugli utensili e tutti gli oggetti che rivestivano una certa importanza per qualcuno. Nella liturgia la maniera consueta di benedire è fare il segno di croce. Quando il sacerdote, al termine della messa, amministra la benedizione solenne, traccia con le mani una croce sulla comunità.
L’acqua santa diventa una sorgente
Nelle solennità liturgiche il sacerdote spesso benedice aspergendo le persone o gli oggetti con l’acqua santa. Durante la celebrazione del matrimonio benedice gli anelli degli sposi prima con le parole, poi con il segno della croce e infine aspergendoli d’acqua santa. Che si tratti della benedizione del vino durante la festa di san Giovanni, di quella delle candele alla Candelora, o dei cibi pasquali la domenica di Pasqua, essa viene sempre impartita con l’acqua santa. L’acqua ricorda la creazione a opera di Dio. In principio lo spirito di Dio aleggiava sulle acque (cfr. Gen l,l). Gli oggetti che vengono aspersi d’acqua dovrebbero riacquistare il loro significato originario. Dio li ha creati buoni. Dovrebbero servire all’essere umano. Dovrebbero acquistare anche per l’uomo il significato che Dio ha posto in essi. E dovrebbero essere al sicuro dall’abuso da parte di noi uomini, a cui piacerebbe dare loro un altro significato.
Il vino deve allietare il cuore dell’uomo, senza ubriacarlo. Nei cibi pasquali dovremmo godere la vita invece di rimpinzarci. La fede nuziale non deve imprigionare, ma unire all’altro nella fedeltà e tenere insieme ciò che tende a separarsi. E l’acqua è collegata alla fecondità. Tutte le cose che vengono asperse con acqua devono portarci frutto.
Nella notte di Pasqua il sacerdote benedice l’acqua e percorre poi la chiesa aspergendo d’acqua santa tutti coloro che partecipano alla funzione. In passato era consuetudine aspergere il popolo con l’acqua santa prima di ogni celebrazione eucaristica. Così facendo si cantava l’Asperges me: «Purificami con issopo, Signore, e sarò mondato; lavami, e sarò più bianco della neve». Si associava dunque questo rito all’idea della purificazione. L’acqua purifica. E prima della messa le persone avevano la sensazione di doversi purificare dalla contaminazione di cui avevano fatto esperienza durante la settimana: la contaminazione emotiva attraverso i sentimenti negativi che si riversano su di loro dall’esterno, la contaminazione attraverso il peccato e la colpa e l’intorbidamento attraverso le immagini e le aspettative imposte loro dagli altri. Allo stesso tempo l’acqua deve portarci a contatto con la sorgente interiore che zampilla in noi. Deve rendere feconda la nostra vita e preservarci dal prosciugarci e irrigidirci interiormente.
All’ingresso di ogni chiesa si trova un’acquasantiera. Molti, non appena entrano in chiesa, bagnano le dita nell’acqua santa e si fanno il segno della croce con essa. Ciò rammenta loro il battesimo, in cui l’acqua lustrale è stata versata su di loro. Quando, ogni mattina alle 5.00, entro nella nostra chiesa abbaziale, prendo consapevolmente l’acqua santa e traccio con essa la croce in tutti gli ambiti del mio corpo e della mia anima. Così facendo prego Dio che durante questa giornata la mia vita porti frutto. E allo stesso tempo lo prego di lavare via tutte le immagini che alterano la mia natura. Conosco dentro di me immagini false con cui offusco il mio vero lo. Sono fantasie di grandezza, come se fossi qualcosa di speciale. Sono le immagini della persona di successo, del tipo spirituale, del saggio. Sento che devo sbarazzarmi di tutte queste immagini per poter vivere in maniera autentica. Entro in chiesa così come sono, con le mie debolezze e i miei punti di forza, con il bene e anche con le tentazioni a cui sono esposto e a cui non di rado cedo. E l’acqua santa mi rammenta che sono battezzato, che ho guadato le acque della morte, che non mi definisco più in base al mondo, bensì in base a Cristo, che, per così dire, ho indossato Cristo come una veste. Quando Gesù uscì dall’acqua del Giordano, sentì le parole di Dio: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (Mc 1,11). Segnandomi con l’acqua santa mi sincero che sono accettato e amato incondizionatamente.
Molti cristiani hanno un’acquasantiera anche sulla porta di casa. Quando escono e quando tornano a casa bagnano le dita nell’acqua santa. È un buon rituale della soglia. Una volta le persone avevano ancora una particolare consapevolezza delle soglie. Varcare una soglia significa entrare in un altro ambito, un ambito spesso ignoto o pericoloso, oppure nell’ambito del sacro. In molte culture, la soglia del tempio viene considerata sacra. Non può essere varcata senza sottoporsi a determinati rituali di purificazione. Questo sapere antichissimo si protrae nell’uso di mettere un’acquasantiera sulla soglia di casa. Bagnandomi le dita nell’acqua santa quando esco di casa, esprimo la speranza che il mio lavoro porti frutto e che possa attingere alla sorgente interiore dello Spirito Santo in tutto ciò che faccio. Allora non arriverò a casa esaurito. La sorgente interiore, infatti, è inesauribile, perché è divina. Quando, rientrando in casa, mi segno con l’acqua santa, mi lascio alle spalle tutta la sporcizia che si è attaccata alle mie emozioni durante il giorno. Mi purifico da tutte le seccature e le delusioni, per poter entrare in casa mia libero interiormente e riconciliato con me stesso e con la mia vita. La casa è un riflesso del tempio. Non è soltanto casa mia, bensì anche la casa del Signore, la casa in cui Dio abita insieme a me. In questa casa desidero entrare incontaminato da ciò che durante il giorno mi ha oppresso e macchiato.
Il rituale dell’acqua santa illustra ciò che in fondo si intende in ogni rituale: il rituale chiude una porta e ne apre un’altra. La porta del lavoro viene chiusa, affinché a casa non mi opprima più. E viene aperta la porta di casa mia, affinché mi ci senta davvero a casa e possa essere me stesso, affinché trovi la pace e la mia vera casa.
La parola crea una realtà
Nella tradizione cristiana la benedizione viene sempre associata a una parola. Il termine greco (euloghein) e quello latino (benedicere) per ‘benedire’ significano: dire qualcosa di buono, parlare bene dell’altro, promettere qualcosa di buono. Le parole che associamo a una benedizione, perciò, vanno scelte bene. Esistono molte formule fisse per benedire. Sono adatte alle occasioni a cui sono destinate. E spesso celano in sé una grande forza. È bene impartire la benedizione con queste parole già formulate. Talvolta, però, per benedire c’è anche bisogno di parole proprie, personali. Ciò vale soprattutto quando benedico una persona in una situazione ben precisa. La parola crea una relazione con l’altro. Nelle parole di benedizione dico a quella determinata persona ciò che Dio vorrebbe donarle, come la vede Dio e che cosa significa per lui. Benedire è qualcosa di più della preghiera di intercessione. Benedire equivale a una promessa: «Sei amato da Dio. Dio ti stima. Al suo cospetto sei prezioso e di grande valore». In Isaia, Dio promette a Israele (e queste parole valgono anche per ogni persona che benediciamo): «Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo, do uomini al tuo posto e nazioni in cambio della tua vita» (Is 43,4).
La parola di benedizione fa bene all’anima. Deve soppiantare tutte le parole offensive che abbiamo sentito nel corso della nostra vita. Quando le parole della benedizione vengono scelte con cura, alla persona benedetta non viene in mente che la benedizione sia qualcosa di magico. Sente che nella benedizione Dio stesso si china benevolmente su di lei, che il Signore tiene la sua mano buona sul capo e le parla con parole d’amore, d’incoraggiamento, di rinvigorimento, di speranza. Attraverso le parole la benedizione di Dio può penetrare nel cuore dell’essere umano. Talvolta assisto al fatto che le persone iniziano a piangere, perché le parole che rivolgo loro le toccano. So che non dipende dalla mia capacità di formulazione. Quando una parola colpisce l’altra persona, è sempre un dono. Non è mai merito mio. È sempre una grazia. E in quei casi anch’io sono grato, perché in quell’attimo ho potuto essere del tutto permeabile alla grazia di Dio e non l’ho oscurata con i miei secondi fini.
Anche le parole di benedizione che pronunciamo sugli oggetti vanno scelte bene. Alla liturgia sono note parole di benedizione bellissime, come per esempio la benedizione dell’acqua lustrale nella notte di Pasqua, che esprime l’importanza dell’acqua per gli esseri umani. In un esperimento si è studiato come le parole modifichino la struttura dei cristalli nell’acqua. Le parole negative possono creare confusione, le parole benedicenti, buone, benevole e amorevoli, invece, creano strutture meravigliose. Le parole di benedizione agiscono, anche se lo comprendiamo solo a fatica, come parole che possono modificare la materia. L’acqua benedetta, gli oggetti benedetti fanno bene all’anima. Non è magia, bensì espressione della fede nel Verbo di Dio, portatore di salvezza.
Le parole con cui benediciamo una candela, un crocifisso, una fede nuziale, un’auto, una casa, devono far risplendere il senso celato nelle singole cose. Nelle parole di benedizione si esprime il fatto che Dio ha creato il mondo buono e ci dona cose buone. Nelle cose ci dimostra il suo affetto, ci fa sperimentare il suo amore tenero e premuroso. In una candela ci fa sentire che egli porta luce nella nostra oscurità e calore nel nostro gelo. Nella fede nuziale ci rimanda alla fedeltà con cui si è legato a noi. Nella casa ci promette che potremo essere a casa presso di lui. Nell’incarnazione in Gesù Cristo, Dio ha conferito a tutte le cose una nuova dignità. Gesù stesso esprime a parole la sua natura. Dice di se stesso di essere la vera vite. Quando contempliamo la vite con gli occhi della fede, riconosciamo in essa la natura della nostra esistenza, così come si è trasformata grazie a Gesù Cristo. Tutte le cose diventano per noi immagine della salvezza che Dio ha dimostrato su di noi in Gesù.
Attraverso la mano sei toccato da Dio
Alla tradizione cristiana sono noti due gesti fondamentali di benedizione: il segno di croce e l’imposizione delle mani. Entrambi i gesti vengono eseguiti con le mani. Da sempre la mano riveste grande importanza per l’uomo. Con la mano agiamo, formiamo e plasmiamo. Prendiamo in mano le cose e i nostri compiti. Con le mani ci tocchiamo reciprocamente. Esprimiamo il nostro amore accarezzandoci con affetto a vicenda. La nostra mano, però, può anche ferire, quando ci avvinghiamo a un’altra persona, la inchiodiamo a una certa immagine o le neghiamo la stretta di mano. Quando benediciamo con la mano, è importante che siamo interamente presenti nelle mani, che tocchiamo l’altro con attenzione e rispetto, con tenerezza e con amore.
Quando Gesù benediceva singole persone, imponeva loro le mani. L’imposizione delle mani è un gesto molto significativo. Attraverso di esso comunico all’altro che Dio stesso tiene la sua mano su di lui, che è protetto e al sicuro. Gli poso le mani sul capo. Per gli indiani il cakra – o zona del corpo con una valenza energetica - della testa apre l’essere umano all’ambito del divino. Nella benedizione lo Spirito di Dio si riversa nell’altro. Da sempre le mani sono l’organo attraverso il quale si trasmettono la forza e 1’amore di Dio a un’altra persona. Per quanto mi riguarda, vedo l’imposizione delle mani come un gesto personalissimo e molto intimo. Sento il calore dell’altra persona. E talvolta intuisco che in quel momento qualcosa di benefico si sta riversando nell’altro. Posso imporre le mani in silenzio o associare il gesto alle parole. Ma anche quando dico qualcosa, per me è importante lasciare per qualche attimo le mani sul capo dell’altra persona solo in silenzio. Ciò che avviene dentro di lei in fondo non si può esprimere a parole. È un mistero. Ha bisogno di silenzio, affinché il Dio inconcepibile e impronunciabile in persona agisca sull’altro.
Quando impongo le mani, mi preparo interiormente. Cerco di essere interamente nel gesto e di abbandonare, così facendo, tutti i miei bisogni personali e i miei secondi fini, per essere permeabile allo Spirito santo e risanatore di Dio. Allora vedo il gesto come qualcosa di sacro anche per me. In questo gesto faccio l’esperienza di me stesso come canale, attraverso cui l’amore di Dio desidera scorrere puro verso l’altro, senza essere inquinato dalle mie emozioni.
Luca ci descrive un ulteriore modo di benedire di Gesù. Conclude il suo vangelo con le parole:
«Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia» (Lc 24,50-52).
Il sacerdote ripete questo gesto benedicente di Gesù nella benedizione solenne al termine dell’eucaristia. Esistono due gesti diversi. Alzo le mani e mi immagino come la benedizione fluisca attraverso di esse sulle persone. Questo gesto è antichissimo. Le sue prime raffigurazioni risalgono a diecimila anni fa. È anche il gesto con cui al mattino invio la benedizione alle persone che mi sono care. L’altro gesto è 1’allargare le mani sugli altri. È come nell’imposizione delle mani. Ora, però, le impongo per così dire a tutte le persone lì .riunite e invoco la benedizione di Dio su di loro.
Luca descrive l’effetto di questa benedizione sui discepoli. Adorano Gesù e tornano a Gerusalemme con grande gioia. Sperimentano la benedizione come qualcosa di sacro, davanti a cui si prosternano. In molte comunità ancora oggi è consuetudine inginocchiarsi al momento della benedizione. È un gesto di timore reverenziale di fronte a ciò che Dio opera in loro. E i discepoli tornano alla loro quotidianità con grande gioia. La benedizione suscita in loro gioia, la certezza che la loro vita ha un esito positivo e porta frutto, e la fiducia che sono nelle mani buone di Dio, protetti e sostenuti da esse.

Come la benedizione può segnare la vita quotidiana
Benedizione della mensa - assaporare Dio durante i pasti
In molte famiglie cristiane c’è ancora la consuetudine di pronunciare la preghiera prima dei pasti. Questa preghiera è in fondo una preghiera di benedizione. I cibi vengono benedetti. Una volta si associava alla benedizione del cibo l’idea che gli influssi diabolici venivano tenuti lontani dagli alimenti. Anche oggi molti hanno paura di mangiare ciò che nuoce loro alla salute. La benedizione vuole liberarli da questa paura. Un confratello ha raccontato di come in Africa gli venne offerto da mangiare qualcosa di indefinibile. Il suo stomaco si ribellò. Ma se avesse rifiutato il cibo, avrebbe offeso profondamente il padrone di casa. Così vi tracciò sopra la croce. E il cibo gli fece bene. La benedizione esprime il fatto
che riceviamo i doni di Dio, che non ci nuoceranno, ma ci rinvigoriranno.
La benedizione della mensa, tuttavia, significa qualcosa di più: vuole esprimere che è Dio stesso a donarci il cibo e che negli alimenti esprime la sua bontà e il suo amore per gli esseri umani. Desidera che godiamo dei cibi e gustiamo in essi un po’ del suo amore. Gli antichi parlano della dulcedo Dei, della dolcezza di Dio, del suo sapore gradevole. Dio si fa assaporare. Ciò costituisce per gli antichi un’esperienza significativa. Nei cibi assaporo un po’ dell’amore di Dio. E quest’ amore ha un sapore gradevole.
Nella benedizione della mensa lodiamo Dio per tutto ciò che ci dona. E lo preghiamo che gli alimenti si trasformino per noi in benedizione, che irrobustiscano la nostra salute e ci rendano capaci di portare a termine i compiti della vita quotidiana. E preghiamo che il Signore benedica chi siede a mensa con noi, così che sentiamo che Dio stesso è in mezzo a noi come colui che ci tiene uniti. Per gli antichi il sedersi a tavola con gli altri era qualcosa di sacro. Condividere il pasto con un’altra persona significava accettarla in tutto e per tutto. Nel pasto in comune le persone facevano l’esperienza di fondersi con gli altri. Oggi, in molte famiglie, si è smarrita la cultura dei pasti in comune. E la benedizione della mensa è diventata per molti un punto di dibattito. Invece di rinunciarvi, sarebbe opportuno discutere di nuove forme di preghiera prima dei pasti.
Conosco una famiglia in cui ognuno, a turno, è responsabile del benedicite per una settimana. li padre e la madre si sono comperati un libro con diverse benedizioni della mensa. li figlio diciottenne non ama le parole. Quando è lui a stabilire la benedizione della mensa, osservano tutti insieme qualche minuto di silenzio. E i figli più piccoli pronunciano una preghiera spontanea, quando sono loro i responsabili della benedizione della mensa. Così nasce il rispetto reciproco e il senso del fatto che non è ovvio godere insieme dei doni buoni di Dio.
Benedizione della casa come lo spazio in cui abiti diventa una vera dimora
Negli ultimi tempi io e i miei confratelli veniamo pregati con sempre maggiore frequenza di benedire delle case. Una giovane famiglia ha costruito una casa. Prima di trasferirvisi desidera che un sacerdote la benedica. Evidentemente ha il bisogno di celebrare un rituale personale prima di occupare l’abitazione. La richiesta della benedizione per gli spazi abitativi nasce dall’esperienza antichissima che alcuni spazi sono colmi di benedizione. Ci sono chiese in cui si può percepire fisicamente che sono colme di benedizione. Viceversa, esistono anche case in cui non ci si sente a proprio agio. Una famiglia mi ha raccontato di come avesse la sensazione che nella propria casa qualcosa non andasse, che fosse maledetta. La famiglia non era superstiziosa, ma piuttosto razionale. Evidentemente ci sono spazi in cui si preferisce non abitare. La benedizione deve rendere la casa abitabile, così che ci si dimora volentieri, perché Dio stesso vi prende dimora insieme a noi.
Dopo il concilio Vaticano II la Commissione liturgica ha pubblicato un proprio benedizionale, in cui sono previste varie benedizioni e consacrazioni: benedizione di una casa, di una fabbrica, di uno studio medico, di un ufficio, di una scuola materna, di una caserma dei vigili del fuoco ecc. Con il suo benedizionale, la chiesa va incontro al bisogno degli esseri umani di benedire gli spazi in cui lavorano, affinché diventino una benedizione per le persone che vi svolgono la loro attività e per coloro che vi si recano per trovarvi aiuto e assistenza. Il benedizionale prevede per tutte le benedizioni particolari passi biblici, preghiere di benedizione e di intercessione. Sono un valido aiuto e uno spunto per tutte le celebrazioni di benedizione.
lo inizio la benedizione di una casa o con le parole di Gesù sulla casa costruita sulla roccia (Mt 7,24-28) o con il racconto di Zaccheo (Le 19,1-10). Poi interpreto il testo biblico e dico qualcosa sul significato della casa. Non ha soltanto bisogno di fondamenta esteriori, ma anche di fondamenta interiori. L’abitazione è sempre anche una metafora dell’edificio della propria esistenza. Non cadrà se è costruita sulla roccia che in fondo è Cristo stesso. La casa diventa una casa della salvezza, una casa in cui otteniamo salute e salvezza, quando Cristo stesso vi entra e ci copre dei suoi doni divini. Poi mi faccio condurre nelle singole stanze e spiegare dai bambini a che cosa serve ogni camera e che cosa desiderano per essa. Alcuni bambini sanno raccontare in modo molto personale da che cosa vorrebbero essere protetti e che cosa desiderano che Dio doni loro. Dopodichè recito una preghiera personale, che esprime il significato della rispettiva stanza e formula auguri, affinché quella stanza doni ai suoi abitanti ciò che promette: tranquillità in soggiorno, fecondità nello studio, ristoro in cucina, purificazione e depurazione nel bagno, relax e sogni d’oro in camera da letto.
Non ho !’impressione che la gente associ concezioni magiche alla benedizione della casa. Desidera piuttosto vivere con consapevolezza in spazi benedetti, affinché anche la sua vita e la sua convivenza con gli altri siano benedette. Sente che non basta costruire una casa soltanto esteriormente, se non viene colmata della benedizione divina.
Benedizione dei fenomeni atmosferici - sole e pioggia sono nelle mani di Dio
Nella tradizione cattolica, dalla festa dell’Invenzione della croce, il 3 maggio, fino a quella dell’Esaltazione della croce, il 14 settembre, al termine della messa si recita la benedizione dei fenomeni atmosferici. Con essa non esprimiamo il fatto di poter influenzare come ci fa comodo il tempo annunciato dalle previsioni meteorologiche. Riconosciamo piuttosto di dipendere dalla benedizione di Dio affinché i frutti della terra prosperino e il nostro lavoro riesca. Gli agricoltori hanno ancora una spiccata sensibilità per il fatto che tutto dipende dalla benedizione di Dio. Possono lavorare quanto vogliono, se il tempo non collabora tutto è inutile. E il tempo non si può influenzare con mezzi tecnici. In questo punto l’essere umano sperimenta ancora la propria impotenza. Negli ultimi anni le catastrofi climatiche - un anno la grande alluvione, quello dopo la siccità - hanno fatto riflettere molte persone. Sentono che le forze della natura possono diventare minacciose e che, anche in questo, dipendiamo dalla benedizione di Dio. Ciò non significa che non possiamo prendere delle misure in grado di impedire tali catastrofi. Ma alla fine non possiamo influenzare né le piogge continue, né il perdurare dell’afa.
Nella benedizione dei fenomeni atmosferici il sapere dei contadini viene espresso in parole anche per gli altri fedeli: il nostro lavoro dipende dalla benedizione di Dio. Tutto ciò che facciamo può essere annientato da qualche evento che non è in nostro potere. Perciò presentiamo noi stessi e i nostri sforzi a Dio, affinché egli benedica ogni cosa. E nella benedizione dei fenomeni atmosferici il nostro sguardo sulla creazione e la sua bellezza viene affinato. Dobbiamo essere grati per la natura che ci circonda. In essa sperimentiamo la premura di Dio per noi. E la fecondità, che proprio in primavera vediamo fiorire ovunque, è un’immagine del fatto che anche la nostra vita porta frutto.
La benedizione per chi viaggia - che cosa ti deve accompagnare quando sei in viaggio
Ogni volta che un confratello intraprende un viaggio in un paese lontano, recitiamo su di lui la benedizione per chi viaggia. Dopo la preghiera dell’ora media o dopo compieta, il confratello esce dalla cerchia dei frati e si inginocchia. sull’ultimo gradino dell’altare. Poi cantiamo su di lui o il canto latino In viam pacis o alcuni versi del Sal 120, con l’antifona: «Il Signore veglierà su di te, quando esci e quando entri, da ora e per sempre». Cantiamo rivolti al viaggiatore: «Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode. Il Signore è il tuo custode, il Signore è come ombra che ti copre, e sta alla tua destra. Il Signore ti proteggerà da ogni male, egli proteggerà la tua vita». Poi l’abate pronuncia la benedizione sul confratello in procinto di partire.
Nella benedizione per chi viaggia diventa chiaro che non è ovvio che arriviamo sani e salvi alla meta e torniamo a casa incolumi. Non è solo la protezione durante il viaggio a contare, ma anche che ciò che ci siamo proposti abbia buon esito. Ogni viaggio, del resto, non ha soltanto una meta esteriore. Avviene per un compito da portare a termine o per una visita. E anche per questo abbiamo bisogno della benedizione di Dio. Per il nostro convento la benedizione per chi viaggia non è un’abitudine fastidiosa. Anzi, in essa avvertiamo un unione interiore reciproca. Chi parte per portare a termine un compito in un luogo lontano lo fa in comunione con noi. Lo accompagnano i nostri buoni auguri, ma soprattutto la nostra preghiera e la benedizione di Dio. Gli ospiti che assistono in chiesa alla benedizione per chi viaggia spesso sono molto toccati. Chiedono al padre che si occupa di loro che preghiera abbiamo recitato. Sentono che, nella benedizione per chi viaggia, tra di noi avviene qualcosa. Il confratello non parte e basta, ma si allontana con la nostra benedizione, rimanendo così in collegamento con noi.
La benedizione dei campi - essere in collegamento con la terra e con i frutti
Nei giorni che precedono l’Ascensione, la liturgia prevede la benedizione dei campi. Iniziamo la messa conventuale uscendo per prima cosa dalla chiesa e percorrendo il giardino della foresteria. Nel frattempo cantiamo le litanie dei santi. In molti luoghi - soprattutto in campagna - durante queste giornate si va in processione attraverso i campi. Nelle litanie preghiamo Dio che benedica i campi e prepari un buon raccolto. La benedizione dei campi ha una tradizione molto antica. Già ai Romani era nota la processione attraverso i campi il 25 marzo. La chiesa ha ripreso questa tradizione pagana celebrando il 25 marzo la festa dell’Annunciazione a Maria. La vera primavera inizia quando Dio invia il suo Figlio nel mondo. La chiesa ha così strutturato in maniera cristiana persino le processioni attraverso i campi. In tal modo ha ripreso un desiderio antichissimo, quello che la nostra vita porti frutto.
La benedizione dei campi ha radici pagane, ma non è un’azione magica. In essa esprimiamo piuttosto che i nostri campi hanno bisogno della benedizione di Dio per portare frutto. Non sono soltanto i fenomeni atmosferici a poter costituire una minaccia per i raccolti, ma anche molti flagelli, come quello di parassiti, di insetti e piante nocive ecc. Nella benedizione dei campi percepiamo consapevolmente la natura. La benedizione diventa concreta. Attraversiamo i campi. Ci guardiamo intorno. Annusiamo il profumo diffuso dai campi. La spiritualità si fa terrena. La benedizione diventa visibile. Camminando e meditando abbiamo l’intuizione che tutto ciò che facciamo dipende dalla benedizione di Dio.
La benedizione del mattino - iniziare la giornata benedetti
Per me è un buon modo di iniziare la giornata quello di alzare le mani per benedire e far fluire la benedizione verso coloro che mi hanno raccontato o scritto delle loro preoccupazioni. Per molti genitori al mattino sarebbe confortante non pronunciare la benedizione soltanto sulla propria giornata, ma anche sui propri figli e nipoti. Allora possono confidare nel fatto che questi non vanno da soli per il loro cammino, ma sono sotto la benedizione di Dio, che i genitori hanno invocato su di loro.
Un missionario mi ha raccontato che ogni mattina alle 5.00 andava in chiesa per pregare il breviario e meditare. Non appena apriva, arrivava anche un anziano catechista, che si sedeva in chiesa, in silenzio, per un’ora intera. Una volta gli chiese che cosa facesse. L’altro gli spiegò: «Percorro tutto il villaggio, capanna per capanna. Mi raffiguro le persone che ci abitano, penso a come stanno, di che cosa soffrono, di che cosa hanno bisogno e a che cosa anelano. E poi le benedico. Per farlo ho bisogno di un’ora intera». Quell’anziano aveva il senso di che cosa significa la benedizione. E ha reso feconda la sua vecchiaia. Non poteva più fare molto. Ma benediceva la gente del suo villaggio. Senz’ altro per tutto il villaggio era una benedizione.
La benedizione della sera - vai a dormire sotto la benedizione di Dio
Concludiamo sempre compieta con la benedizione della sera. L’abate dice: «Il Signore ci conceda una notte serena e un riposo tranquillo». Poi cantiamo un’antifona mariana, la Salve Regina o quella prevista per quel momento dell’anno liturgico. Dopo un breve attimo di silenzio, l’abate asperge il convento e i fedeli di acqua santa. Una volta un ospite ha detto che gli ricordava il momento in cui la madre accarezza ancora una
volta il bambino che è già a letto. La benedizione della sera esprime che abbiamo bisogno della protezione di Dio anche durante la notte. I sogni possono spaventarci. Attraverso di essi, però, Dio può anche rinvigorirci interiormente e darci indicazioni per la nostra vita. Così lo preghiamo che la nostra notte sia benedetta, che possiamo dormire bene e riposare in pace. Oggi questo per molti non è più così ovvio. Un numero sempre crescente di persone ha problemi di insonnia. Non riposano in pace, ma si rigirano irrequiete di qua e di là e vengono tormentate dalle paure. Anche la notte ha bisogno della benedizione per diventare come Dio l’ha creata per noi: un tempo di riposo, di sogno e di distensione.
Nella benedizione della sera ripresentiamo a Dio la nostra giornata. Pur con tutti i conflitti e le delusioni affidiamo la giornata a Dio, confidando nel fatto che è stata una giornata benedetta, che si risolverà in benedizione per noi e per gli altri. E nella benedizione della sera ci lasciamo cadere nelle mani benevole e affettuose di Dio. Allo stesso tempo ci rammentiamo che la notte è una metafora della morte. Non è ovvio che ci risveglieremo. Così la notte ci ammonisce di affidarci con tutto ciò che esiste alle mani misericordiose di Dio e di trovare pace in lui.
Zone di confine - benedizione o consacrazione?
Talvolta le persone non distinguono esattamente tra benedizione e consacrazione. Si parla dell’inaugurazione di una casa o del fatto che una campana viene consacrata. La consacrazione (consecratio) significa in realtà che un oggetto (consacrazione dell’altare), una persona (consacrazione dell’abate) o uno spazio (consacrazione della chiesa) vengono sottratti all’uso consueto e scelti per un servizio speciale davanti a Dio o per l’uso durante le funzioni liturgiche. Una casa, perciò, viene sempre benedetta e non consacrata. Infatti non è sottratta all’uso consueto da parte di una famiglia. Una chiesa invece viene consacrata. È riservata esclusivamente alle funzioni liturgiche. Viene sottratta all’accesso del mondo, affinché sia uno spazio sacro in cui l’essere umano raggiunge la quiete e fa l’esperienza del sacro o del santo.

Riti di benedizione durante le feste e le stagioni
Nel corso dell’anno liturgico esiste una grande varietà di benedizioni. Negli ultimi tempi, in molte zone, si è tornato a praticarle volentieri. La gente sente che vive l’anno liturgico in modo diverso se celebra attraverso un rituale personalizzato le benedizioni una volta consuete.
Benedire la corona dell’Avvento
Per molti la corona dell’Avvento è soltanto una decorazione con cui si arreda la casa nel periodo dell’Avvento. Ma ha perso il suo significato più profondo. La benedizione deve dare voce al significato della corona dell’Avvento per tutta la famiglia. Nella corona dell’Avvento esprimiamo la nostra speranza che la nostra vita abbia un esito positivo, che ciò che durante l’anno si è spezzato torni intatto e completo. E nelle quattro candele, che accendiamo ogni domenica di Avvento, la luce dell’incarnazione deve risplendere in ogni ambito della nostra esistenza. Quando la corona dell’Avvento viene benedetta, non è una semplice decorazione della casa. Torna piuttosto a ricordare sempre alla famiglia che Dio stesso entra in questa casa e che unisce ciò che tende a separarsi, nell’individuo e nei rapporti con gli altri. I rametti verdi della corona dell’Avvento rimandano alla vita eterna che Dio ci dona nell’incarnazione del suo Figlio. Quanto è secco ritorna verde e vivo. E la luce della corona dell’Avvento rischiara l’oscurità che talvolta si annida nella nostra anima, riscaldando i cuori che si sono raffreddati.
Gustare nel vino l’amore di san Giovanni
Sono cresciuto in una comunità la cui chiesa era consacrata a san Giovanni evangelista. Il giorno della festa di san Giovanni celebravamo una funzione particolare, in cui veniva benedetto il vino di san Giovanni. Durante questa funzione persino a noi bambini era permesso bere il vino. Il parroco ce lo porgeva con le parole: «Bevi l’amore di san Giovanni». Ciò mi ha sempre colpito profondamente. Nella nostra abbazia il vino di san Giovanni viene benedetto al termine della messa conventuale. Lo beviamo poi durante il pranzo.
La benedizione del vino di san Giovanni vuole sensibilizzarci per il significato di ogni vino.
Quando beviamo del vino con consapevolezza e attenzione, ciò costituisce sempre un’esperienza
d’amore. Il vino allieta il cuore dell’uomo. Il vino rafforza l’amore. Nel vino in fondo beviamo quell’amore che viene da Dio e non si esaurisce mai. Ne abbiamo bisogno per entrare in contatto con la sorgente interiore dell’amore in noi. E nel buon sapore del vino assaporiamo la dolcezza (dulcedo) di Dio, di cui hanno parlato i mistici. Dio vuole entrare dentro di noi come un vino dolce, riempiendo le nostre emozioni e il nostro corpo di un sapore gradevole.
Benedire la casa all’Epifania
Da piccoli eravamo sempre entusiasti della benedizione della casa il giorno dell’Epifania. Infatti potevamo riempire la casa d’incenso. Così, profondamente affascinati, prendevamo in prestito in chiesa il turibolo, mettendo ci dentro sempre abbastanza incenso, così che il buon profumo si potesse sentire proprio dappertutto. All’Epifania non è il sacerdote a benedire la casa, bensì il padre o la madre, insieme ai bambini. Noi ci divertivamo sempre moltissimo a passare di stanza in stanza con il turibolo e ad aspergere ogni oggetto in casa nostra d’acqua santa.
La consuetudine della benedizione delle case il giorno dell’Epifania risale forse a un uso pagano durante le ‘dodici notti’ tra Natale e l’Epifania. Per paura dei demoni si disinfestavano con il fumo la casa e la stalla e si apponeva un’iscrizione sulla porta di casa, affinché la sventura fosse bandita dall’abitazione. I cristiani hanno cambiato il significato di questa consuetudine.
Poiché la gloria di Dio si è manifestata visibilmente in Gesù Cristo (Epifania), deve risplendere ovunque, anche nelle nostre case. La benedizione deve mostrare all’essere umano, a cui spesso sembra di essere privo di riparo, che Dio stesso dimora nella sua casa. Là, dove abita Dio, anche l’essere umano può sentirsi a casa.
Il giorno dell’Epifania, nei paesi di lingua tedesca, sull’architrave della porta si scrivono le tre lettere C+M+B seguite dalle cifre del nuovo anno. Il popolo ha pensato che fossero le iniziali dei tre re magi: Gaspare (Caspar), Melchiorre e Baldassarre. In realtà si tratta della sigla della formula latina: «Christus mansionem benedicat, Cristo benedica questa casa». Il segno della croce è come un sigillo che si disegna sulla porta. Quando la porta è suggellata in casa non può penetrare alcuna forza nociva.
Spostare lo sguardo sul corpo insieme a san Biagio
In molte zone la benedizione di san Biagio va riacquistando nuova popolarità. San Biagio era un medico, che guarì persino degli animali. Divenne famoso soprattutto grazie alla guarigione di un giovinetto, che aveva ingoiato una lisca di pesce che gli impediva di respirare. Così il giorno della sua festa, il 3 febbraio, dopo la messa viene impartita la benedizione di san Biagio. Il sacerdote tiene due candele accese incrociate vicino alla gola del fedele. E prega che Dio, per intercessione di san Biagio, preservi le persone da tutto ciò che può minacciare la gola. La gola, infatti, è una parte molto sensibile del corpo umano. Talvolta la paura ci chiude la gola e non riusciamo a parlare correttamente. Talvolta abbiamo un groppo in gola, o un groppo di dolore, che ci impedisce di vivere, oppure abbiamo buttato giù bocconi amari, così che soffochiamo interiormente a causa loro. E molti si ammalano alla gola. La gola è la parte del corpo umano più bisognosa di attenzione. Proprio lì abbiamo bisogno del tepore della candela e della dedizione amorevole di Dio.
Quando la benedizione di san Biagio viene spiegata nel modo giusto e impartita in maniera adeguata, colpisce profondamente le persone.
Sentono che è dedizione molto concreta per i loro bisogni da parte di Dio. Non è così ovvio che siamo in buona salute. Così la benedizione di san Biagio non vale soltanto per i nostri disturbi di gola, ma per tutto il corpo. li giorno della festa di san Biagio preghiamo che Dio ci doni salute del corpo e dell’animo.
Contemplare la natura umana nelle Ceneri
Il mercoledì delle Ceneri, dopo la lettura del vangelo, vengono benedette le ceneri, che poi vengono sparse sul capo dei presenti in forma di croce. La cenere è segno di conversione. Deve ricordarci che siamo polvere e polvere ritorneremo, come dice l’antica formula pronunciata al momento della distribuzione. In passato la cenere serviva anche a pulire. La cenere ci invita dunque a vivere consapevolmente la Quaresima come un tempo di purificazione interiore. Abbiamo bisogno di depurare ciò che si è insinuato nel nostro cuore durante l’anno e ci ha sporcato interiormente.
All’inizio della Quaresima tengo un corso quaresimale. E lo introduco sempre con una celebrazione eucaristica in cui distribuisco le Ceneri a tutti i partecipanti. Sento quanto sia importante per le persone ricevere un segno materiale che rammenti loro la loro natura umana, che è passeggera e tornerà polvere, e che le inviti alla conversione. Quando chiedo alle persone che hanno ricevuto le Ceneri che effetto abbia avuto su di loro, non riescono quasi a esprimerlo. Dicono soltanto che le ha profondamente colpite. È evidente che le Ceneri benedette penetrano nel loro anelito inconscio di ricominciare da capo e bruciare dentro di loro tutto ciò che impedisce a esse di vivere. E costituisce per loro un segno materiale che vogliono abbandonare strade che non le portano da nessuna parte e che desiderano cambiare modo di pensare, desiderano vedere le cose come sono realmente.
Portare con sé l’acqua di vita della notte di Pasqua
Nella notte di Pasqua il sacerdote benedice l’acqua in un grande recipiente. Nella preghiera di benedizione esprime il significato dell’acqua:
«Degnati di benedire quest’acqua, che hai creato perché dia fertilità alla terra, freschezza e sollievo ai nostri corpi.
Di questo dono della creazione hai fatto un segno della tua bontà: attraverso l’acqua del Mar Rosso hai liberato il tuo popolo dalla schiavitù; nel deserto hai fatto scaturire una sorgente per sazia re la sua sete; con l’immagine dell’acqua viva i profeti hanno preannunziato la nuova alleanza che tu intendevi offrire agli uomini; infine nell’acqua del Giordano, santificata dal Cristo, hai inaugurato il sacramento della rinascita, che segna l’inizio dell’umanità nuova libera dalla corruzione del peccato».
In queste immagini diventa chiaro quale sia il vero significato dell’acqua. L’acqua possa purificare anche noi, affinché la nostra immagine genuina e immacolata, che Dio si è fatto di noi, torni a risplendere.
Dopo la benedizione dell’acqua, il sacerdote asperge tutti i fedeli d’acqua benedetta. Il nostro abate percorre la chiesa con una grande acquasantiera e asperge i presenti, così che si bagnino davvero. Devono sentire che l’acqua purifica e rinfresca anche loro, che sono persone benedette. E l’acqua deve rammentare loro il loro battesimo. L’abate invita tutti a portare a casa un po’ di acqua pasquale. E, dopo la celebrazione della notte, molti riempiono d’acqua lustrale le bottiglie che si sono portati dietro. Portano a casa un po’ della benedizione di Pasqua. La versano nella loro acquasantiera a casa, che hanno prima pulito. Anche a casa l’acqua rammenta loro che sono risorti con Cristo dalla tomba della loro paura e della loro oscurità, che anche in loro fiorisce nuova vita.
Celebrare la vittoria della vita nel pranzo di Pasqua
Già a partire dai primi secoli del cristianesimo, il giorno di Pasqua vengono benedetti i cibi. La benedizione che si sprigiona dalla Pasqua deve essere vissuta anche a casa, nel pranzo comune. Tenere mensa pieni di gioia è la maniera appropriata di reagire alla festa della risurrezione. Nella risurrezione Dio ci ha donato la vita nuova ed eterna, che non può più essere annientata dalla morte. Mangiando insieme agli altri viviamo la pienezza della vita, che è iniziata per noi nella risurrezione di Gesù. E nel pranzo di Pasqua a casa nostra ci ricordiamo che il Risorto sedeva sempre a tavola con i suoi discepoli, portando così luce e speranza nella loro vita. La benedizione dei cibi pasquali non li rende qualcosa di completamente diverso. Ci ricorda però che ogni pasto in fondo è un assaporare i doni buoni concessici da Dio, affinché ne godiamo e ci rallegriamo della nostra vita. Assaporando i doni di Dio intuiamo che la vita è più forte della morte.
Contemplare la creazione di Dio il giorno dell’Assunta
Il 15 agosto la chiesa celebra l’Assunzione in cielo di Maria con anima e corpo. Maria è un’immagine del nostro futuro. Anche noi nella morte veniamo accolti in cielo con anima e corpo. Certo, il nostro corpo prima si decomporrà. Ma la festa vuole direi che tutto ciò che abbiamo sperimentato sul nostro corpo - il nostro amore, la nostra gioia, il nostro struggimento, il nostro dolore - nella morte viene trasformato e salvato in Dio. Non arriverà a Dio soltanto l’essenza della nostra anima, bensì tutta la nostra persona concreta. Nella morte non usciremo fuori dall’amore di Dio, ma verremo trasformati nella vera gloria che già adesso risplende nel nostro corpo.
In questa solennità, già a partire dal X secolo, vengono benedetti i mazzolini di erbe aromatiche che i fedeli portano in chiesa. La solennità ci rammenta che Dio ha creato buona ogni cosa. La creazione è il suo primo dono. Maria, la Madre, rappresenta sempre anche la Madre Terra, da cui Dio fa germogliare non soltanto dei bei fiori, ma anche erbe medicamentose e rinvigorenti. È una bella consuetudine che le famiglie si mettano insieme alla ricerca di erbe officinali e bei fiori e compongano insieme mazzolini di erbe aromatiche. Li portano in chiesa e li riportano a casa benedetti. Ne decorano l’abitazione, per esprimere che l’energia benefica di Dio è più forte di tutto ciò che indebolisce la vita. La solennità dell’Assunzione in cielo di Maria è improntata alla gioia. Celebriamo il futuro che attende anche noi. Celebriamo la vittoria della vita sulla morte. E celebriamo il nostro Dio come il Creatore che ci dona bellezza e salute. Le erbe officinali portano la benedizione del creato nelle nostre case, rammentandoci che siamo persone benedette e siamo sempre e ovunque sotto la benedizione del Signore. E la bellezza dei fiori ci rammenta anche la bellezza che Dio ha donato al nostro corpo e che, nonostante la caducità di questa vita, non è vittima della morte, ma viene tramutata da Dio in bellezza eterna.

Parole di benedizione per te
Da sempre la benedizione viene espressa attraverso determinate formule e preghiere. Nell’ebraismo era popolare la cosiddetta benedizione aronitica. Nella chiesa evangelica viene pronunciata spesso al termine della liturgia. Dice:
«Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,24-26).
In questa formula di benedizione diventa chiaro qualcosa che vale per ogni benedizione. N ella benedizione Dio ci mostra il suo volto benevolo. È il Dio materno che si china amorevolmente proprio su di me. L’esperienza della benedizione è collegata all’esperienza di base del bambino, che guarda il viso benevolo e amorevole della madre che si china sulla culla. La vita del bambino riesce soltanto se fa regolarmente l’esperienza di questa dedizione amorevole della madre. Possiamo dire la stessa cosa della benedizione. La nostra vita riesce soltanto se possiamo regolarmente fare quest’esperienza: Dio mi mostra il suo volto benevolo. Sono tenuto in considerazione. Sono preso sul serio. Sono amato. Nella benedizione incontriamo il Dio materno.
Quando recito una benedizione personale su qualcuno, essa dovrebbe dar voce a questa dedizione materna, a quest’ atmosfera affettuosa di amore materno.
La benedizione è sempre dedizione personale. Guardo l’altro. Mi immedesimo in lui attraverso la meditazione, per sentire di che cosa abbia bisogno questa persona in particolare, quale sia il suo anelito più profondo. La benedizione non dev’ essere una frase pia qualsiasi, staccata da quella persona in particolare, bensì una promessa e una dedizione personale, una riposta all’anelito più profondo e ai veri bisogni di quella persona.
Negli ultimi anni sono diventate molto popolari le formule di benedizione irlandesi. Riflettono qualcosa di questa atmosfera materna e affettuosa, a cui, in realtà, dovrebbe essere improntata ogni benedizione. Si distinguono attraverso la loro ricchezza di immagini. Danno voce alle esperienze degli uomini, alle loro esperienze del vento e della pioggia, del sole e di campi rigogliosi. Puoi farti ispirare dalle benedizioni irlandesi per crearne di tue. Sarebbe più importante, però, che, formulando la preghiera, ti fidassi dei tuoi sentimenti e pronunciassi le parole che ti sgorgano dal cuore. Quando benedici una persona, immedesimati in lei: quali sono i motivi delle sue azioni? Di che cosa ha bisogno? A che cosa anela? Che cosa voglio promettere in nome di Dio a questa persona in particolare? Molte persone conoscono quasi esclusivamente preghiere di supplica. Quando devono affrontare un colloquio pregano Dio che esso abbia esito positivo. È lecito che sia così. In fin dei conti, infatti, pregano che Dio benedica il colloquio. Invece della preghiera di supplica, però, puoi pronunciare tu stesso parole di benedizione su una situazione concreta. Quando c’è un conflitto in famiglia, nella tua ditta, nel gruppo, sovrapponigli una benedizione. Essa ti aiuterà a vedere la situazione con occhi nuovi. E vedrai che l’atmosfera non sarà più segnata soltanto da equivoci e tensioni, ma dalla benedizione di Dio, che trasforma il clima intorno a te. Al mattino puoi benedire la giornata di oggi. Pronuncia la benedizione su tutto ciò che ti attende. Nella benedizione esprimi la tua fede che la giornata che stai per iniziare è avvolta dalla benedizione di Dio. Gli uffici, l’officina, il grande magazzino, il posto di lavoro, sono tutti avvolti dalla benedizione di Dio. Non vai in un posto segnato da emozioni negative, bensì in un posto su cui sta la benedizione di Dio. Ti muovi sotto la benedizione di Dio. Lavori sotto la benedizione di Dio. Incontri persone che sono piene della benedizione di Dio.
Alla sera, ripercorrendo la giornata e i tuoi incontri, puoi tornare a benedire ciò che è stato. Attraverso la benedizione tutto assume un volto nuovo. E ti sentirai diverso rispetto alla giornata trascorsa, pieno di gratitudine e di pace. E poi benedici anche la notte, affinché diventi una benedizione per te. Durante la notte, infatti, accadono cose essenziali per la nostra anima. I sogni possono turbarla o donarle nuova speranza. Possono colmare di luce il nostro cuore e mostrarci la strada per andare avanti. Prega Dio che anche la tua notte sia sotto la sua benedizione, e non soltanto la tua notte, bensì anche quella di tutti coloro che oggi non riescono a dormire, che piangono perché sono tristi e non sanno più che pesci pigliare.
Nel formulare la benedizione, fidati del tuo cuore. Le preghiere di benedizione che vorrei donarti devono soltanto ispirarti a trovare parole tue. Talvolta, però, può essere anche d’aiuto pronunciare formule già esistenti. Proprio quando il cuore è inaridito e le labbra hanno perso le parole, le preghiere che seguono vogliono aiutarti a mettere la tua vita sotto la benedizione di Dio, a saperti benedetto e a confidare nel fatto che tu stesso sei una benedizione per gli altri.
Al mattino
Dio buono e misericordioso, benedici questa giornata. Me l’hai donata affinché io la viva come un tempo santo, un tempo in cui tu stesso mi sei sempre vicino. Benedici tutto ciò a cui oggi metterò mano. Fa’ che il mio lavoro riesca. Benedici i dialoghi che avrò. Benedici gli incontri, affinché veda risplendere il tuo volto in ogni persona. Benedici le persone che mi stanno a cuore. Non lasciarle sole sul loro cammino. Accompagnale e invia i tuoi santi angeli affinché le custodiscano in tutti i loro passi e le proteggano. Benedici questo giorno, affinché lo viva nella consapevolezza della tua presenza di guarigione e d’amore. E benedicimi oggi, affinché anche a me sia concesso di diventare una sorgente di benedizione per le persone che oggi mi incontreranno. Amen.
A tavola
Buon Dio, ti ringraziamo per questo pasto che ci hai donato. Hai apparecchiato riccamente la tavola di doni buoni, in cui ci è concesso di sperimentare la tua bontà e benevolenza. Lasciaci godere con gioia di questi doni. Benedici la nostra mensa, affinché sentiamo che sei in mezzo a noi come Dio d’amore. Benedici i nostri discorsi, affinché ci avvicinino gli uni agli altri e facciano sì che ci comprendiamo a vicenda. Ristoraci attraverso questo pasto e donaci un giorno di partecipare al banchetto eterno, in cui potremo sempre gustarti come pienezza di vita. Ti preghiamo, per Cristo, nostro Signore. Amen.
Alla sera
Signore, benedici questa notte, che diventi per me un tempo santo, un tempo in cui tu stesso mi parli nel sonno. Benedici il mio sonno, affinché possa riposarmi e alzarmi domattina con energia rinnovata, per portare a termine ciò a cui mi hai chiamato. Benedicimi in questa notte, affinché sia al sicuro e sorretto nelle tue mani buone. Preservami dalla malattia e dalla morte. Invia i tuoi santi angeli affinché mi custodiscano nella pace. E benedici anche tutti coloro che questa notte piangono perché sono tristi. Benedici coloro che non riescono a dormire. E mostra loro che tieni la tua mano buona su di loro. Benedica me e tutti coloro che mi sono cari il Dio buono e misericordioso, il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo. Amen.
Per una persona cara
Quando benedici una persona, affidati alle parole che si formano da sole nel tuo cuore. Se però ti riesce difficile formulare parole tue, forse ti può ispirare questa preghiera:
Dio buono e misericordioso, benedici mia sorella (mio fratello, mio figlio, il mio ragazzo, la mia ragazza, mio marito, mia moglie). Tieni le tue mani protettrici su di lei e falle sentire ovunque la tua presenza di guarigione e d’amore. Pervadila del tuo Santo Spirito. Fa’ che il tuo Spirito santo e santificatore penetri in tutti gli abissi della sua anima. Guariscine le ferite. Ridona vita a ciò che si è pietrificato in lei. Feconda in lei ciò che è inaridito. Portala a contatto con la sorgente della benedizione che zampilla in lei. E rendila così com’ è una benedizione per le persone che incontra. Donale la fiducia nel fatto che tu benedici le sue vie. Accompagnala lungo il suo cammino, affinché esso la conduca in una vitalità, in una libertà e in un amore sempre maggiori. Amen.
Per te
Per finire, caro lettore, cara lettrice, vorrei rivolgere proprio a te la mia benedizione personale:
Il Dio buono e misericordioso ti benedica. Ti avvolga della sua presenza d’amore e di guarigione. Ti sia vicino quando ti alzi e quando ti corichi. Ti sia vicino quando esci e quando entri. Ti sia vicino quando lavori. Faccia riuscire il tuo lavoro. Ti sia vicino in ogni incontro e ti apra gli occhi per il mistero che risplende verso di te in ogni volto umano. Ti custodisca in tutti i tuoi passi. Ti sorregga quando sei debole. Ti consoli quando ti senti solo. Ti rialzi quando sei caduto. Ti ricolmi del suo amore, della sua bontà e dolcezza e ti doni libertà interiore. Te lo conceda il buon Dio, il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo. Amen.





Maria di Nàzareth: quale Madonna? Donna di Fede.

Il Convegno 2013 si è svolto nella moderna e funzionale aula dei congressi presso l’Istituto Mater Gratiae - Suore Serve di Maria Riparatrici in Santa Marinella – dove si sono ritrovati i partecipanti del XXXIII Convegno Nazionale dell’OSSM con relatore padre Ermes Ronchi dei Servi di Santa Maria...
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